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“Storie dal Territorio”, le esperienze di chi sta cambiando l’agricoltura in Italia

L'immagine di un uomo e di un bambino in un campo coltivato

Di Laura Zamprogno

Un’agricoltura multifunzionale, impegnata a costruire un dialogo con le comunità locali, offrire dignità del lavoro, ripensare al rapporto con il mercato, valorizzare il paesaggio e custodire la biodiversità, tutelare la fertilità del suolo, contribuire alla salubrità e alla sicurezza alimentare, capace di incorporare innovazione e generare benefici. È l’agricoltura che emerge in “Storie dal Territorio”, una raccolta di interviste curata da Legambiente all’interno della campagna #CambiamoAgricoltura. La coalizione, sostenuta da Fai, Legambiente, Lipu e Wwf, finanziata da Fondazione Cariplo, alla quale aderiscono Federazione nazionale Pro Natura, Associazione italiana medici per l’ambiente, Aiab, Federbio, Associazione per l’agricoltura biodinamica, fa parte della campagna europea “The Living Land” promossa da Birdlife Europe, European environmental bureau (Eeb) e Wwf Eu. Obiettivo: unire organizzazioni e persone che pensano che l’attuale Politica agricola comune (Pac) sia in crisi e abbia bisogno di una riforma in chiave agroecologica.

La pubblicazione dà voce a 22 realtà che vanno dalle piccole imprese alle reti di produttori, dalle grandi aziende alle associazioni, accomunate dalla volontà di cambiare l’attuale paradigma produttivo. C’è chi ha puntato sulla sinergia con la natura, come Roberto Marinone, risicoltore in Lomellina (Lombardia), che nella sua azienda biologica sperimenta nuove tecniche di semina in risaia e ha scelto di mantenere i solchi naturali del terreno, microhabitat preziosi per anfibi e piccoli mammiferi. «Nei nostri terreni – racconta – è ricomparsa la Marsilea quadrifolia, una felce molto rara a rischio di estinzione in tutta Europa, sensibilissima ai diserbanti mentre nei nostri campi nidifica il Tarabuso. Proprio gli uccelli, attratti dall’ambiente favorevole, ci aiutano a mantenere sotto controllo la diffusione degli insetti dannosi».

Molte delle aziende intervistate hanno potuto beneficiare dei fondi comunitari, in particolare delle misure per lo sviluppo rurale che supportano la conversione al biologico e la gestione di interventi agroambientali, come l’adozione di pratiche climate friendly, il ripristino o la messa a dimora di siepi e filari, la realizzazione di opere di rimboschimento.

Tuttavia non mancano le critiche all’attuale Pac, e in particolare al modello su cui è tarata: le grandi aziende, che da sole non rispecchiano la complessità del panorama rurale nazionale. Enzo Barone è un coltivatore diretto siciliano, la sua azienda sorge nell’area sic e sito Unesco “Cava d’Ispica” dove effettua la gestione sostenibile della lecceta e la conservazione e il ripristino dei muretti a secco, elemento tradizionale del paesaggio dei Monti Iblei. «La burocrazia – afferma – spaventa i piccoli agricoltori: la Pac dovrebbe riconoscere maggiormente chi opera in aree marginali e sottoposte a vincoli naturali e ambientali».

La nuova programmazione dovrà saper cogliere le attuali esigenze del settore. Come spiega Paola Zappaterra, dell’azienda agricola cooperativa Arvaia, una delle prime Csa (comunità di supporto all’agricoltura) fondate in Italia. «Oggi la sfida è reimparare ad autoprodurre il cibo – dice – la chiave è una grandissima capacità di progettazione e programmazione. Forse sta proprio qui la differenza più grande con l’agricoltura contadina dei nostri nonni».

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019

Copertina Nuova Ecologia marzo 2019

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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