martedì 1 Dicembre 2020

Il nostro patrimonio: stivale folto

L’Italia è le sue foreste. Secondo i dati dell’ultimo Inventario nazionale, che sarà presentato entro fine anno ma le cui rilevazioni sono state anticipate nel “Global forest resources assessment 2020” della Fao, i boschi coprono quasi il 40% della superficie nazionale (11,4 milioni di ettari), con regioni in cui si supera il 50% (Trentino-Alto Adige, Liguria, Toscana, Umbria, Sardegna). Dopo giganti come Cina, Australia, India e Stati Uniti, siamo il nono Paese al mondo per aumento della superficie forestale negli ultimi dieci anni in valore assoluto: 54.000 ettari di nuovi boschi e foreste in media ogni anno (più della superficie della provincia di Gorizia). Secondi in Europa dopo la Francia (83.000) e davanti alla Romania (41.000). Nuovi boschi che sono cresciuti in quei territori montani e rurali dai quali l’uomo si è ritirato, abbandonando aree agricole e pascoli.

Un capitale in ombra
Alla luce di questo enorme patrimonio e di questa crescita impressionante, possiamo dire senza dubbio che le foreste non hanno nei media e nel discorso pubblico – e probabilmente neanche nell’immaginario collettivo – una ribalta adeguata. Una “dimenticanza” che riguarda anche il corpus normativo. Appena il 18% del territorio nazionale coperto da foreste è regolato da piani di gestione. «E senza pianificazione non ci può essere gestione sostenibile» sottolinea Antonio Nicoletti, responsabile aree protette e biodiversità di Legambiente. Gestione sostenibile vuol dire tutela e valorizzazione: il patrimonio forestale nazionale è “parte del capitale naturale nazionale e bene di rilevante interesse pubblico da tutelare e valorizzare”, recita l’articolo 1 del Testo unico forestale. Mentre la mancanza di gestione sostenibile significa non garantire habitat forestali idonei alla conservazione di comunità arboree ricche e diversificate, con un’inefficace protezione del suolo. E significa non garantire alle comunità umane un’economia sana che ruota attorno alle foreste, che peraltro è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile approvati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. Nel nostro Paese, ad esempio, il prelievo di legname è pari a un quarto dell’incremento annuo, mentre la media europea è superiore al 50% (Report Foreste 2019, Legambiente). Così la nostra filiera del legno arredo, una delle più rilevanti al mondo, è dipendente dalle importazioni.

Nella terra di mezzo
«Per questo ritardo scontiamo il fatto che la competenza sulle foreste è in parte delle Regioni, in parte di tre ministeri (Agricoltura, Ambiente, Cultura, nda), che sono a lungo rimasti legati a una legislazione del 1939 – spiega Antonio Nicoletti – Solo nel 2018, infatti, dopo un lungo confronto, è stato approvato il Testo unico in materia di foreste e filiere forestali. E soltanto oggi – continua – mentre ancora il Mipaaf lavora ai decreti attuativi (vedi intervista a pag. 62) stiamo andando verso un allineamento fra le diverse Regioni, con l’auspicio che tutte seguiranno la strada percorsa dai primi della classe: Trentino, Piemonte e Lombardia». Per capirci, mentre il Trentino è all’ottavo aggiornamento della propria pianificazione, un’altra regione ricca di foreste come la Calabria «non ha una legge forestale applicata». Siamo decisamente indietro nella pianificazione anche rispetto agli altri Stati europei, ma siamo più avanti nella tutela: il 27,5% del territorio forestale italiano è soggetto a vincolo ambientale, in Europa la media è del 21%, con la Francia al 17% e la Germania al 24%. «In alcune regioni come Puglia, Campania, Abruzzo e Sicilia, addirittura il 50% delle foreste è vincolato a fini ambientali – riprende Nicoletti – Mentre i Paesi scandinavi considerano le foreste come un settore produttivo, noi ci troviamo in una terra di mezzo. Potremmo essere i migliori perché abbiamo una maggior biodiversità, ma poi inciampiamo perché mancano pianificazione, programmazione e risorse». Un’assenza di pianificazione che negli ultimi cinquant’anni è andata in parallelo con l’assenza di adeguate strategie contro lo spopolamento delle aree interne e montane e contro la perdita di economie basate sulle filiere boschive locali: due assenze che si sono alimentate a vicenda in un circolo vizioso. Se la superficie forestale italiana complessiva negli ultimi ottant’anni si è triplicata, chiarisce ancora Nicoletti, ci sono aree del Paese che hanno bisogno di nuove foreste: «In primis la Pianura padana, e poi le città, dove le foreste urbane possono ridurre l’impatto climatico migliorando la salute e la qualità della vita dei cittadini» (vedi box a pag. 66).

Boschi multiservizi
Con l’Europa che si è data l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di carbonio entro il 2050 e con l’Ipcc che ritiene le soluzioni naturali in grado di contribuire fino a un terzo della riduzione di CO2 fissata dagli accordi di Parigi, l’Italia ha nei suoi boschi un importante strumento contro la crisi climatica: ogni anno, per effetto del loro accrescimento, le foreste italiane sottraggono dall’atmosfera circa 46 milioni di tonnellate di anidride carbonica (nel 2017 la CO2 emessa nel nostro Paese è stata superiore ai 300 milioni di tonnellate, dati Ispra). Per tutti questi motivi, Legambiente il 19 novembre organizza a Roma il terzo Forum nazionale sulla bioeconomia delle foreste. Al centro dell’incontro il ruolo multifunzionale dei boschi: la tutela idrogeologica, la regolazione del ciclo dell’acqua, la conservazione del paesaggio e della biodiversità, la mitigazione del cambiamento climatico grazie all’assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera, le filiere boschive (non solo legno ma anche prodotti selvatici come funghi, mirtilli, tartufi) e le crescenti attività turistico-ricreative, sportive, di didattica ambientale e culturali. Con la crisi climatica convitato di pietra, vista anche come una delle minacce alla salute dei boschi. Basti ricordare i danni causati dalla tempesta Vaia nel 2018 in Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia-Giulia e Lombardia. «Rifletteremo – conclude Antonio Nicoletti – sull’impatto che ha sulla biodiversità, su come rendere le foreste meno vulnerabili e mitigare gli effetti del riscaldamento globale migliorandone la gestione. Sul ruolo che le nostre foreste possono avere nella programmazione comunitaria anche attraverso il Recovery fund».

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