“Stiamo manipolando la natura”

Le temperature rigide costringono a un ripensamento dell’esistenza. Lo racconta nel libro “La lezione del freddo” il filosofo Roberto Casati, visiting professor nel New Hampshire

Quando uno scrive di libri si presume che abbia letto, almeno quello di cui dovrebbe scrivere. E chi legge con serialità da killer (anche se mai il tempo è troppo per farlo, ahinoi!) sa che di libri veramente belli ne escono pochi. Per cui è legittimo esultare alla scoperta di questo La lezione del freddo di Roberto Casati. L’autore è un filosofo: il libro però non è di filosofia e non è neanche un romanzo.
Ma qual è “la lezione del freddo” del titolo? Lo spiega l’autore: “Il freddo, ormai, ci stupisce come un fenomeno anacronistico – scrive Roberto Casati che poi spiega – Il freddo entrerà in queste pagine da una fessura che si è aperta nella nostra vita, la quale di suo è ambientata in uno scenario europeo temperato e moderatamente piovoso, e solo per esigenze professionali si è ritrovata ad avere per un anno come fondale le foreste innevate del New Hampshire e le sponde ghiacciate del Connecticut River”.
Il freddo ha quindi scelto l’autore e gli ha consigliato di scrivere un diario della sua esperienza di “visiting professor”. Non si tratta di “freddo turistico” ma di sei mesi di neve a terra e temperature rigidissime che costringono a un ripensamento dell’esistenza. Il libro in realtà “ci parla dell’ordine delle cose”, lo fa in un momento in cui i ghiacci si sciolgono: sembra dirci che forse il mondo che conoscevamo è in corso di dissoluzione. L’autore ha scritto tante lettere a parenti e amici lontani, scattato foto e disegnato schizzi (molti inclusi tra le pagine) da mandare come racconto di questa esperienza glaciale.
Sapevate che i semini lasciati agli uccellini nelle mini mangiatoie finiscono per essere un’esca per gli orsi usciti dal letargo? Che sempre un orso può addormentarsi nel vostro giardino e ruttare beatamente ubriaco da indigestione di mele? Che ci sono casi in cui un cane va vestito e non per vezzo? Che agitare le mani le fa tenere più calde ed evita le amputazioni? Che un tacchino può essere dilaniato da una volpe, immaginiamo di sì, ma vederlo fotografato nero sul bianco della neve fa un suo effetto. Nel libro si mescolano grande e piccolo, poesia e osservazioni reali. Non fini a se stesse: “Devo provare a dare voce a un partito delle piccole migliorie” si prefigge Casati. E lo fa. Alla base c’è la pratica, l’esperienzialità anglosassone: “Come dice Richard Feynman: a un certo punto ho smesso di prendere decisioni e mi sono messo a fare cose”.
È sempre bello quando un “non scrittore” scrive. A mio modo di vedere ne escono delle cose spesso interessanti. Più interessanti perché meno confezionate in un calco.
Lo spero. Qui, al di là del facile rimando a Thoreau che ambienta in questa regione il suo Walden. Life in the woods c’è il desiderio di fare un’esperienza. Il mio anno nei boschi è però declinato al presente anche se recupera alcune saggezze di quel momento ottocentesco narrato da Thoreau. Non è un vero romanzo neanche il mio, è un memoir, una narrazione di cosa vuol dire vivere per parecchio tempo in un posto veramente freddo non da turista o esploratore ma da uno che deve gestirlo quotidianamente quel clima. L’Europa è una zona felice, temperata: un privilegio di cui ci rendiamo conto fino ad un certo punto. Ma ci sono aree molto diverse. La lotta quotidiana con il freddo, lì dove ho vissuto per un anno, è anche solo far sopravvivere il tuo cane in macchina mentre sei uscito per andare al ristorante un’ora, portare le tue figlie al paese più vicino per una recita scolastica. Una sfida costante nella quotidianità.

Lei è un filosofo, che cosa crede sia entrato nel libro della sua esperienza “accademica” e di studio oltre al pretesto del plot?
Io mi occupo di concetti. Anche se in particolare mi occupo di scienze cognitive quindi di un’applicazione della filosofia che richiede una negoziazione con le discipline empiriche. Il tema della negoziazione tra quello che sappiamo e quello con cui abbiamo a che fare per me, nel libro e non solo, è centrale. Stiamo manipolando la natura e questa manipolazione può sfuggirci di mano. Ripensare a noi stessi nella natura vuol dire immergerci in essa ma anche fare uno sforzo di conoscenza di essa, uscendo dalle belle foto della pubblicità. È mettersi in gioco e questo è, in definitiva, il campo della filosofia.

Mi ha colpito quello che chiama l’algoritmo del perdersi, me ne può parlare?
Io ho nell’alpinismo una grande scuola d’infanzia e adolescenza con la famiglia e poi in maturità, da solo e non. Nelle Alpi c’è un algoritmo molto semplice: prendere la massima pendenza, raggiungere un torrente e discenderlo e arrivare così, inevitabilmente, a un villaggio. Non è detto che sia facile ma la soluzione all’essersi perso esiste. Il fatto che esista orienta il nostro comportamento. Nel New Hampshire questo algoritmo non è esportabile. Le probabilità che un ruscello finisca in uno stagno è alto e lì c’è il rischio che tutto si debba ricominciare daccapo e questo disorienta il nostro muoverci nello spazio. La strategia migliore è, certo, in ogni caso, evitare di perdersi.

Il tema della scrittura o della esegesi della natura ci interessa particolarmente. Da dove ha iniziato a costruire il terreno di questo confronto?
Per me questo è un tema molto antico essendo stato molto spesso all’aria aperta. Ho sempre letto molti testi sulla natura. La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell è stato fondativo per me e per molti adolescenti della mia generazione. Non posso che dirmi felice dell’esistenza di quella esperienza e del fatto che qualcuno abbia potuto raccontarcela. Faccio fatica a uscire da questo perimetro. Poi l’alpinista-scrittore Walter Bonatti è stata un’altra presenza familiare essendo stato un compagno di giochi di mia madre. E poi, certo, Thoreau.

Nell’inverno 2016 ha attraversato l’Atlantico in barca a vela inaugurando un progetto di ricerca, Cognition in the Wind, sulla navigazione low tech. Siamo alle prese con un un’esperienza situazionista (il situazionismo è un movimento nato negli anni ’50 in Francia, orientato a una critica radicale della società borghese, puntava alla creazione di “situazioni”, ndr). Da dove nasce questo approccio di ricerca conoscitiva?
Quello era un progetto di lunga data. Io sono un velista recente, da dodici anni. Un momento di crisi di una vacanza in Sardegna mi ha spinto alla ricerca di quella libertà. Dopo anni, poi c’è stata la sfida della traversata transoceanica dalle Antille alle Azzorre, in un momento dell’anno poco propizio, era gennaio, e in senso contrario rispetto alla rotta consueta. Questa traversata ha spinto un po’ i limiti fisici e mentali: turni ridotti per 17 giorni di navigazione difficili da gestire, la cognizione che se ne va, il ruolo complesso dell’attenzione nel trovare l’orientamento e nel risolvere problemi di disorientamento. Il comandante secondo aveva accesso ad apparecchiature anche molto sofisticate mentre io, con risultati modesti, ho cercato di fare tutto senza quelle informazioni, solo un sestante, bussola magnetica e vento. Sono elementi situazionisti, è vero, ma importanti da cui ho ricavato un testo che presto vedrà la luce e che spero dica qualcosa sulla capacità di orientamento non solo geografico.l