giovedì 21 Gennaio 2021

Spiagge proibite

foto di baganti "costretti" a prendere il sole sul cemento per mancanza di spiaggia

Privatizzazione, cementificazione, sovraffollamento, erosione costiera, divieti di balneazione: è un lungo elenco di problemi irrisolti quello che impedisce l’accesso per tutti al mare lungo i 7.400 chilometri del litorale italiano. Non c’è solo l’ormai famoso “lungomuro” di Ostia, che per oltre sei chilometri nasconde persino la vista di onde e arenili. Dove c’è ancora spazio, gli stabilimenti aumentano e le spiagge libere diventano sempre più complicate da trovare. È facile comprendere perché: un metro quadro di sabbia “made in Italy”, secondo un studio di Nomisma, produce in media una ricchezza complessiva di 1.300 euro annui. Ma si capiscono meglio anche le ragioni per cui cresce la preoccupazione davanti alle file di ombrelloni perse a causa dell’erosione.

Laguna perduta

«A Jesolo, il Comune ha dato in concessione quasi tutte le spiagge, destinando solo la laguna del Mort, lontana dal centro, alla libera fruizione. Ma il mare ormai se la sta portando via – denuncia Maurizio Billotto del circolo Legambiente Veneto orientale – e si sta scalzando la stessa diga di protezione, costruita decenni fa». Le dune della laguna, sito protetto della rete Natura 2000, inoltre, hanno subito negli anni gravi danni per l’abitudine di costruirci capanne con il legname spiaggiato, di spianarne la sommità e di tracciare nuovi camminamenti per raggiungere appunto questi ricoveri “privatizzati”. «Qui, anche se la spiaggia è accessibile, la mancanza di una corretta gestione di fatto espelle chi vorrebbe frequentarla per la bellezza delle dune», conclude Billotto. Risalendo l’Adriatico verso Trieste, la costa si alza, diventa rocciosa. C’è sempre meno spazio, eppure le gru sono al lavoro per fare nuove villette. In base al piano regolatore comunale del 2016, è più facile ristrutturare o demolire e ricostruire, ma chi ha un vecchio titolo edilizio può comunque costruire in terreni oggi tutelati.

Cemento libero

Secondo i dati dell’Ispra, la percentuale di suolo consumato aumenta in Italia man mano che ci si avvicina alla costa e quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai cementificato. Le regioni con i valori più alti sono Marche e Liguria, dove quasi la metà del suolo è già occupato. Seguono Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lazio, con valori compresi tra il 30 e il 40%. «Nella sola isola d’Elba sono più di dieci le spiagge inaccessibili perché i proprietari di ville, alberghi, campeggi ne hanno bloccato l’ingresso con recinzioni e chiudendo i sentieri, mentre gli enti pubblici non investono per sistemare i percorsi che portano al mare – afferma Umberto Mazzantini del circolo Legambiente Arcipelago Toscano – Anche qui il problema è che le spiagge vicine ai centri abitati sono state date quasi tutte in concessione e per trovare tratti liberi ci si deve allontanare, incontrando appunto le porte chiuse». La battaglia storica degli ambientalisti sull’Elba è quella per Cala de Frati, per cui sono stati fatti ben tre blitz con Goletta Verde. «Nel 2015 il sindaco di Portoferraio sembrava determinato ad aprire un accesso – racconta Mazzantini – ma da allora non ci ha più ricevuto e stiamo ancora aspettando. Ma in generale l’attenzione è aumentata e recentemente alcune spiagge sono state aperte».

Natura da proteggere

L’accesso può essere vietato anche per ragioni di tutela, nelle aree protette, oppure può essere limitato. In Sardegna, a Cala Biriola, nel golfo di Orosei, dall’anno scorso è stato inserito il numero chiuso con ordinanza comunale. Sono ammesse trecento persone al giorno. Il sindaco di Baunei, Salvatore Corrias, ha dichiarato all’Ansa: “Abbiamo deciso di privilegiare la sostenibilità ambientale, ma anche di offrire un servizio a chi cerca spiagge belle e selvagge. Non possiamo dissipare il patrimonio naturale, che è la nostra ricchezza”. L’iniziativa è stata accolta con favore dagli stessi turisti e infatti si pensa di estenderla ad altre località. Avevano provato a introdurre il numero chiuso anche alcuni sindaci della Liguria, ma sono stati bloccati dal prefetto la scorsa estate. «Ci sono ambienti di particolare delicatezza, esili e poco alimentati, come ad esempio La Pelosa a Stintino, sempre in Sardegna, composta in quantità importante dalla disgregazione di organismi viventi – spiega Giorgio Fontolan, geologo e docente di Morfodinamica costiera e Sedimentologia applicata all’università di Trieste – Sono ambienti che vanno conosciuti, raccontati, apprezzati per il loro valore. Dobbiamo essere consapevoli che per la loro formazione ci sono voluti migliaia di anni. Il modo di usare queste spiagge va modificato. Rispettarle significa anche non portarsi via la sabbia come souvenir e capire perché è importante lasciarla dov’è».

L’incubo dell’erosione

Intanto, per restare in Sardegna, il lungomare di Porto Torres è da tempo oggetto di una preoccupante azione di erosione, evidenziata anche dall’università degli studi di Cagliari. Sono in pericolo abitazioni, la basilica romanica di San Gavino a mare, dell’XI secolo, e la torretta di avvistamento di Abbacurrente. Il fenomeno è dovuto in primo luogo al moto ondoso e all’azione dei venti, ma anche al fatto che i pescatori di datteri di mare in dieci anni hanno rimosso oltre mille metri cubi di roccia. Ci sono poi le correnti marine, modificate dopo la costruzione del molo esterno al porto di Porto Torres, a cui va aggiunto il lavorio delle acque dolci sotterranee. Di fronte alle piogge abbondanti e alle mareggiate che stanno accelerando il processo di erosione, si attende dopo mesi l’inizio dei lavori di messa in sicurezza, per cui la Regione Sardegna ha stanziato un milione e mezzo di euro. E intanto, a causa dei cedimenti di materiale roccioso, da tempo il Comune ha vietato il passaggio nella pineta e in spiaggia, divieto che viene regolarmente ignorato.

Lungo tutte le coste italiane, i dati indicano che porzioni rilevanti di spiagge sono in fase di arretramento rispetto al passato, per cause naturali e antropiche. Per tentare di rispondere in modo efficace e coordinato a esigenze sempre più urgenti, il ministero dell’Ambiente ha emanato, attraverso un Tavolo tecnico a cui hanno partecipato l’Ispra e le Regioni costiere, le prime linee guida nazionali per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici. Ma in alcuni casi non sembra esserci proprio più tempo.

A Fregene è nato un comitato trasversale, dai balneari agli ambientalisti, per salvare un litorale che rischia letteralmente di scomparire. «È la spiaggia della mia infanzia, ci sono particolarmente legato – dice Marco Lepre, portavoce del Comitato – le richieste di intervento sono iniziate già vent’anni fa, ma è negli ultimi dieci anni che la situazione è diventata una vera emergenza. Nel disinteresse colpevole della politica, il mare ha inghiottito cento metri di costa. Oggi sono già nove gli stabilimenti che hanno perso la spiaggia. A Focene l’acqua arriva alle case e nell’oasi Macchiagrande del Wwf le dune sono state spazzate via». Un disastro economico e ambientale che ha origini precise. Si stima che dalla costruzione del porto di Fiumicino, agli inizi degli anni 2000, fino a oggi, il litorale a nord della foce del Tevere abbia perso un milione di metri cubi di sabbia. I sedimenti che arrivano dai fiumi restano bloccati da queste opere e non raggiungono più le spiagge. Sale quindi la preoccupazione per un nuovo porto commerciale già autorizzato dalla Regione Lazio. «Negli ultimi cinquant’anni non si è fatto altro che costruire porti e opere rigide, intervenendo con ripascimenti il cui effetto è stato poco efficace, a costi altissimi. Irrigidire un sistema dinamico come quello costiero è un controsenso, – afferma il geologo marino Diego Patrinieri – Non succede solo nel Lazio: in Italia, ci sono oltre 500 tra porti e punti di approdo, in media uno ogni 14 chilometri». Negli ultimi dieci anni a Fregene sono state costruite strutture rigide sia parallele alla spiaggia (scogliere) sia perpendicolari (pennelli), che di fatto hanno spostato l’erosione a nord, senza risolvere il problema, anzi. «Queste opere hanno peggiorato la situazione – prosegue Paltrinieri – perché in realtà non sono le onde che “mangiano” la spiaggia. Le dinamiche marine vanno studiate con attenzione e bisogna imparare a progettare tenendo conto della corrente di fondo, che scorre normalmente parallela alla costa e trasporta la sabbia: l’alterazione del suo equilibrio, dovuto appunto alle opere rigide, produce forti erosioni. Ma si può fare in modo che i sedimenti vengano riportati al loro posto dalle stesse correnti, rendendo efficaci e stabili anche i ripascimenti, dove necessari». Il concetto è quello di building with nature, cioè costruire traendo vantaggio dalle dinamiche naturali. Gli esempi arrivano soprattutto dall’Olanda. Un anno fa è partito un progetto sperimentale nel comune di Fossacesia, in Abruzzo, per la realizzazione di opere che appunto sfruttano le correnti per contrastare l’erosione. A Fregene però, nel frattempo, per tamponare l’emergenza si procede con i classici interventi che avranno effetti temporanei: il posizionamento di un geotubo di 800 metri, cioè una scogliera artificiale per contenere le onde e l’apporto di sabbia per ricostruire la spiaggia.

Depurazione fantasma

Non bastasse l’erosione, che colpisce ovunque ma soprattutto Lazio e regioni adriatiche, ancora oggi non mancano le spiagge italiane in cui il mare è off limits a causa dei divieti di balneazione per l’inquinamento causato da scarichi fognari non depurati. Ogni anno Goletta Verde fotografa lo stato dell’arte, certo non confortante: l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la mancata depurazione, ha già subito due procedure di infrazione comunitaria sfociate in condanna ed è aperta una terza procedura. In attesa della campagna 2018, lo scorso anno su 260 campioni d’acqua analizzati dai tecnici di Legambiente ben il 40% è risultato con cariche batteriche elevate. Lazio, Calabria, Campania e Sicilia sono le regioni con il più alto numero di campioni fuori norma, con situazioni critiche che perdurano da oltre cinque anni. Uno “stallo” di fronte al quale Legambiente ha presentato undici esposti alle Capitanerie di porto, uno per ogni regione in cui sono presenti i 38 punti di campionamento la cui situazione di non conformità dura da troppo tempo. Molte di queste località si confermano ancora vietate nel 2018, ma grazie alla legge sugli ecoreati, le procure iniziano finalmente a muoversi. Quella di Agrigento, tra il 2016 e il 2018, ha eseguito 14 provvedimenti di sequestro. E il caso di Lampedusa, salito agli onori della cronaca nel mese di aprile, è particolarmente allarmante.

Le procedure europee per la mancata depurazione riguardano più di 800 agglomerati urbani. Il 60% si concentra in sole tre regioni: Calabria, Campania e Sicilia. Oltre ai danni ambientali, anche in questo caso, ci sono quelli economici, visto che la sanzione per l’Italia è scattata dal primo gennaio 2017. Paghiamo all’Europa 62,7 milioni di euro una tantum, a cui si aggiungono 347.000 euro per ogni giorno, fino a che non saranno sanate le irregolarità. Ci si muove lentamente per far fronte all’emergenza. A febbraio di quest’anno, la Regione Calabria ha stanziato 260 milioni di euro di investimenti per mettere a norma il sistema di depurazione. Chi vuole seguire l’evolvere della situazione della balneabilità sulle nostre coste, può consultare il portale Acque del ministero della Salute (www.portaleacque.salute.gov.it). Ma, come denuncia Goletta Verde, spesso i cartelli di divieto non sono regolarmente apposti lungo il litorale, mettendo a rischio la salute dei bagnanti. E così anche quest’anno la stagione balneare si apre con un percorso a ostacoli per chi vorrebbe godersi le meritate vacanze al mare.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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