Speranza per il futuro, reportage dalla Bielorussia

Il diario di Angelo Gentili, membro della segreteria nazionale di Legambiente, che con una delegazione dal Veneto e dall’Emilia Romagna ha partecipato alla celebrazione per i 25 anni dell’associazione Help con cui l’associazione ambientalista italiana ha collaborato per il progetto Chernobyl e per il progetto Rugiada. L’occasione per gettare le basi di #Rugiada2020


GIORNO  1

Iniziamo dal principio: a fare con me questo viaggio ci sono Roberto Rebecchi, coordinatore per l’Emilia Romagna di numerosi progetti di Legambiente in Bielorussia, Ivano Fantin, coordinatore per il Veneto, Roberta Baraldi, Presidente comitato di Concordia e volontarie e volontari che si sono impegnate con passione e costanza nel progetto Chernobyl di Legambiente (Daniela, Giuliana, Maria Grazia, Marinella, Claudio, Iules, Francesca, Catia).

Dove ci troviamo? Dopo 300 km e 4 ore di viaggio, dall’aereoporto di Minsk come prima tappa scegliamo di fermarci a Gomel, la regione più colpita dalle radiazioni. Stanchi ma già pronti per le prossime giornate, al nostro arrivo veniamo accolti con i Draniki (frittelle di patate) e una buonissima Salanka, piatto tipico bielorusso: una zuppa a base di carne, pomodoro, verdure e panna acida. Durante la cena, ripercorriamo la drammatica storia di questo territorio, riflettendo sul fatto che proprio nella regione di Gomel si concentrano la maggior parte delle zone contaminate della Bielorussia, la nazione che ha subito le conseguenze più gravi dell’incidente di Chernobyl del 26 aprile 1986.

Gomel conta 500.000 persone. Tutto qui sembra scorrere lentamente. Fuori ci sono 3 gradi sotto zero, una temperatura molto più rigida, anche se con meno umidità rispetto all’Italia! Qui l’inverno è già arrivato e una zuppa calda è senza dubbio il modo migliore per riscaldarsi. E domani? In programma c’è la vista del centro pediatrico di Gomel e poi una scuola in cui Legambiente sta intervenendo realizzando serre con substrato pulito, come stiamo facendo in un’altra decina di scuole nelle zone più radioattive. A seguire, Braghin: una delle zone più contaminate dalle radiazioni della Bielorussia.

GIORNO  2

Questa mattina, la sveglia è suonata molto presto, alle 6.00 in punto, con le prime luci dell’alba che sono entrate nelle nostre stanze. Appena alzati, abbiamo fatto colazione con uova al tegamino e caffè e siamo partiti dall’albergo alla volta del centro pediatrico, il punto di riferimento per tutte le aree più colpite dalle radiazioni nucleari e in cui Legambiente è intervenuta, con aiuti sanitari e con una collaborazione attiva e continua allo scopo di dare un supporto concreto ai bambini curati nel centro ospedaliero, vittime innocenti del dramma di Chernobyl che ha provocato numerosi casi di tumore alla tiroide ed ad altri organi.

Oggi andremo anche alla scuola di Buda Kuscielova in cui la nostra associazione ha installato due serre che riescono a fornire ortaggi non contaminati per le mense dei giovani studenti: un modo concreto per cercare di diminuire la contaminazione da radionuclidi, soprattutto cesio 137 e stronzio 90, che ormai avviene principalmente attraverso il cibo. In queste serre Legambiente ha portato semi di insalata, pomodori e zucchine per permettere alla scuola di fare un’esperienza “sul campo” di serra biologica, sulla scia della nostra campagna sugli orti urbani che qui, a causa della forte contaminazione dell’area, oltre ad un forte significato civile e sociale, assume una grande importanza per la fase di prevenzione.

All’ospedale pediatrico di Gomel ad accoglierci abbiamo trovato il primario del reparto chirurgico Yuri Dimitri con i suoi assistenti. Yuri lo conosciamo bene: lo abbiamo incontrato tante volte in Bielorussia e ci è venuto a trovare in Italia grazie al percorso formativo che Legambiente ha organizzato nei centri sanitari dell’Emilia Romagna. Tra l’altro, la nostra associazione ha sostenuto questo centro sanitario anche attraverso la donazione delle apparecchiature per la sala operatoria. L’ospedale conta più di 600 posti letto ed è stato ristrutturato recentemente con nuove e sofisticate attrezzature dedicate esclusivamente ai più piccoli. Qua vengono curate moltissime patologie come leucemie e tumori a carico di diversi apparati. I bambini arrivano da tutta la regione di Gomel e in misura maggiore dalle aree più contaminate come Narovlia, Vietca, Hoiniky, Braghin, Cecersk, e questo centro senza dubbio dona speranza ai piccoli e alle loro famiglie. Ci rendiamo conto infatti che, anche in termini di attrezzature e macchinari innovativi, oggi, al contrario di alcuni anni fa, questo ospedale è all’avanguardia. Molti bambini vengono curati, anche i piccolissimi, cercando di rispondere in modo adeguato alle numerose patologie tumorali che colpiscono l’infanzia con una forte correlazione con la contaminazione radioattiva.

Dopo la visita in ospedale, da Gomel ci siamo spostati a Braghin, 120 chilometri di auto. Questa è una delle aree più contaminate della Bielorussia. Si trova quasi al confine con l’Ucraina e vivere qua è molto rischioso in particolar modo per i bambini che come spugne assorbono i radionuclidi presenti soprattutto nel cibo. Il latte, la carne, gli ortaggi coltivati in terreni contaminati sono tossici come lo sono in misura molto maggiore i frutti di bosco, i funghi e la cacciagione. Purtroppo, però, gli orti sono una delle fonti principali di cibo. Per non parlare del fatto che i prodotti dei boschi vengono consumati purtroppo abitualmente e che la legna contaminata viene costantemente utilizzata per scaldarsi.

Durante il viaggio, abbiamo visto boschi di betulle che ricoprono completamente tutta la visuale a destra e sinistra della strada per Braghin. Il paesaggio è spezzato ogni tanto solo dagli enormi tagli del bosco che sono stati effettuati e dai cumuli di legna da ardere non abbiamo potuto fare a meno di riflettere in merito ai rischi dei fumi carichi di radioattività. La medesima legna inoltre viene utilizzata per parquet, pellet e mobili, portando il suo carico di contaminazione chissà dove anche in Europa. Di colpo, poi, i boschi sono spariti, lasciando spazio ai campi coltivati: distese enormi di grano (la Bielorussia e l’Ucraina erano il granaio dell’ex Unione sovietica!), pascoli e allevamenti che hanno i tradizionali kolkotz come punti di riferimento per agricoltori, allevatori e braccianti, quasi come non ci fosse alcun problema dal punto di vista della contaminazione radioattiva. A Braghin attualmente vivono 3.600 persone. Nell’intera provincia ne vivono invece 7.000. E pensare che prima dell’incidente erano 28.000 le persone a vivere qui! Nonostante infatti le facilitazioni per le famiglie numerose con più di tre figli da parte governativa, non si registra un aumento significativo della popolazione.

Nota a margine: in occasione della tappa della mattina, siamo passati anche dal Museo di Chernobyl in cui si racconta la storia della centrale esplosa, dei liquidatori che hanno cercato di intervenire, della desolazione dei villaggi colpiti dalla nube radioattiva e anche di Legambiente. La nostra guida durante il percorso all’interno del museo ci ha descritto le tradizioni antiche e nobili di Braghin, una città con una storia che risale al 1147. In questo territorio di confine tra Ucraina e Bielorussia, l’incidente di Chernobyl rappresenta uno spartiacque tra prima e dopo: la nube radioattiva ha segnato inesorabilmente un momento di rottura, contaminando la terra e le zone coltivate, i boschi, le paludi del fiume Dnepr che attraversa la Bielorussia, Chernobyl e Kiev. Nel Museo di Chernobyl c’è anche il busto del primo liquidatore che è intervenuto insieme alla sua squadra senza protezioni sufficienti dopo l’esplosione della centrale. Dopo 20 giorni dall’intervento è morto a soli 25 anni per l’enorme dose accumulata. Non solo: nel museo si ha la possibilità di vedere le mappe della contaminazione e le foto dei villaggi desolati e colpiti dalla nube. Nei villaggi più poveri la dimensione sociale si somma al rischio ambientale e sanitario in modo inesorabile e le fotografie di allora sono molto simili alla situazione odierna.

Ma torniamo a noi: anche a Braghin come nella regione di Gomel, tutto sembra scorrere lentamente, l’atmosfera è ovattata e gli edifici più importanti il Comune, la biblioteca, il market, il nostro albergo sono rinnovati e tinteggiati alla perfezione. La realtà però è un’altra: al di là dei colori accesi della tinteggiatura, molte strutture sono sempre obsolete e dietro ad una recinzione molto alta e dipinta di fresco ci sono le case decadenti e alcune abbandonate. Molte sono baracche di legno che evidenziano con chiarezza la povertà del territorio. In molti villaggi presenti nella provincia abitano infatti famiglie con bambini costretti a cibarsi di una dieta a base di radionuclidi, che in una zona così a rischio non dovrebbero proprio esserci.

Alla scuola di Buda Kuscielova ci sono studenti dall’età scolare alle superiori. Raggiungiamo la struttura dopo un’ora e mezza di viaggio da Braghin. Anche questa zona è contaminata. La direttrice ci accoglie con il sorriso e ci porta orgogliosa a vedere la serra donata da Legambiente. Adesso ci sono cipolle e peperoni ma nel corso della primavera e dell’estate questa stessa serra ha prodotto ortaggi di ogni tipo ed ha rappresentato un ottimo stimolo per realizzare nuove piantagioni con substrato pulito (patate soprattutto e altri ortaggi) e per aprire da settembre di quest’anno una scuola superiore specializzata in agraria che si aggiunge a quella dedicata alla sostenibilità ambientale aperta gli scorsi anni. Inoltre, la scuola, attraverso una strumentazione specifica effettua la misurazione della presenza di radioattività sia nei giovani studenti che nei prodotti agricoli. Oggi ripartiamo da qui con un animo meno triste e più alleggerito da questa brillante esperienza che fa ben sperare rispetto al futuro e con l’immagine stampata nel cuore e nella mente del sorriso e della determinazione della direttrice che, anche se solo in parte, ci ha allontanato dal dramma, dalla desolazione e dal senso di impotenza.

Il nostro intervento di solidarietà in Bielorussia è scritto nei volti delle migliaia di bambini che abbiamo coinvolto in questi anni, nelle loro famiglie fiere ed orgogliose anche se in difficoltà, nelle tante persone con cui abbiamo instaurato un rapporto di amicizia a partire da Tamara Abramchuk, la presidente dell’associazione Help con cui collaboriamo fattivamente da molto tempo e che festeggerà il venticinquennale con un bell’evento a Minsk a cui ha invitato i principali protagonisti di questa bellissima storia fatta di solidarietà, coraggio e speranza.

GIORNO  3

Durante una visita notturna della città di Misk, non abbiamo potuto fare a meno di notare ancora una volta il forte contrasto tra la desolazione delle zone più contaminate e le luci scintillanti, gli addobbi natalizi. Questa città sta andando avanti molto velocemente e a tutti gli effetti si sta omologando alle capitali europee: tutto è pulito, i servizi sono eccellenti, i locali alla moda sono numerosi, il tenore di vita è davvero elevato e sembra quasi che non sia stata toccata dalla tragedia di Chernobyl.  Nonostante le difficoltà economiche, il Paese riesce a mantenere una buona stabilità nel contesto dei paesi dell’ex Unione Sovietica, facendo sembrare tutto migliore di come davvero è, creando però un forte contrasto tra il centro scintillante di Minsk e la periferia della città o i villaggi a pochi chilometri in cui la povertà ed il disagio sociale sono evidenti e si toccano con mano. Una cosa è certa: l’incidente di Chernobyl ha segnato profondamente la popolazione e le conseguenze rimarranno con tutta la loro gravità per moltissimo tempo. Per questo, Legambiente è intervenuta per cercare di aiutare i bambini con azioni mirate, un ambulatorio mobile per rilevare tumori tiroidei, aiuti sanitari, ospitalità per i più piccoli e con il Centro speranza per contribuire concretamente al sostegno del popolo della Bielorussia vittima innocente della catastrofe nucleare.

Questa mattina, siamo partiti alla volta del centro per la radioprotezione in cui ci è stata illustrata la situazione nelle zone contaminate dal direttore Nesterenko: 2 milioni di persone ancora oggi vivono in zone contaminate di cui 400.000 sono bambini, notoriamente ad alto rischio soprattutto a causa dell’alimentazione. Basti pensare al fatto che, ad esempio, i funghi hanno un livello di contaminazione altissimo (una rilevazione sui funghi ad esempio ha evidenziato la presenza di una contaminazione radioattiva di 170.000 Bq/Kg quando la soglia massima è 1600) così come la selvaggina.

Tra i prodotti alimentari più contaminati ci sono poi la carne di manzo, il pesce, il latte, i legumi. Dalle analisi effettuate, risulta infatti che i bambini delle zone contaminate hanno molto spesso livelli altissimi di presenza di radionuclidi pericolosissimi per la salute. I livelli maggiori si riscontrano nei bambini provenienti da famiglie povere, essendo costretti a mangiare cibo dell’orto e del bosco come funghi, bacche e frutti di bosco.

Il direttore ci ha anche detto che l’istituto ha avuto rapporti anche con Fukushima in cui, come nel caso di Chernobyl, le persone non vengono informate sulla gravità della situazione che risulta essere molto drammatica per la enorme radioattività presente. Addirittura, ci ha detto che la soglia minima di radioattività in Giappone viene alzata periodicamente per evitare problematiche legate al alle normali attività nelle aree più contaminate.

Nel corso di alcuni interventi coordinati dall’istituto di radioprotezione in alcuni villaggi delle zone più contaminate, i bambini ed i ragazzi in età scolare sono diventati protagonisti di un nuovo modo di operare privo di fatalismo e di rassegnazione ma orientato sui dati scientifici e sull’impostazione di uno stile di vita adattato anche alle zone ad alto rischio radioattivo.

Oggi infatti il rischio maggiore non sono i radionuclidi presenti nelle polveri e nell’aria ma negli strati più profondi del terreno, nelle acque e nelle falde superficiali, soprattutto nel cibo contaminato. Partendo da ciò, i ragazzi hanno misurato la contaminazione dei prodotti alimentari, delle aree boschive, dei terreni agricoli, fornendo indicazioni utili a tutta la comunità del villaggio, coadiuvati dai tecnici dell’istituto, in merito a quali accorgimenti seguire per tenere il più basso possibile il livello di radioattività e quindi diminuire fortemente la possibilità di insorgenza di patologie.

Facciamo qualche esempio: non consumare i funghi di bosco e la selvaggina, non bere il latte di animali che hanno pascolato nei boschi, non mangiare gli ortaggi di terreni altamente contaminati, non bere l’acqua delle falde superficiali. Questo con forte consapevolezza rispetto alla grave situazione ma anche con la capacità di contrastare il mostro della radioattività. Da tutto questo è risultato che chi vive in zone altamente contaminate, seguendo scrupolosamente queste raccomandazioni, assorbe molte meno radiazioni di chi, pur vivendo a Minsk o in una zona meno contaminata, si alimenta con prodotti contaminati.

Una cosa è certa: oggi lasciamo l’istituto con un barlume di speranza perché, nonostante la difficile situazione della Bielorussia, i passi in avanti nell’ambito della ricerca non sono mancati come, del resto, non sono venute meno numerose campagne di informazione che hanno permesso di arginare la contaminazione anche ricordando a tutti che è possibile combattere le radiazioni anche seguendo uno stile di vita ed un comportamento alimentare più attenti.

GIORNO 4

Ieri sera, abbiamo festeggiato con un evento particolare i 25 anni dell’associazione Help, presieduta da Tamara Abramchuk, grande amica di Legambiente Con lei abbiamo collaborato sin dal primo giorno per realizzare progetti finalizzati a prenderci cura della salute dei più piccoli. Quelli della nostra collaborazione sono stati anni coronati da moltissime iniziative per i bambini di Chernobyl. Alla cerimonia alla quale hanno partecipato l’ambasciatore italiano in Bielorussia, i rappresentanti del Dipartimento aiuti umanitari del governo bielorusso e numerosi circoli e comitati locali che hanno preso parte al progetto Chernobyl, erano presenti anche medici, insegnanti, accompagnatori che hanno collaborato ai progetti realizzati da Legambiente e dall’associazione Help, oltre ai rappresentanti di verso Est. Sì, è stata una festa bellissima tra ricordi, emozioni e abbracci con tutte le persone che attivamente hanno fatto parte di questa maratona di solidarietà con impegno e determinazione.

Quella di Chernobyl è una vicenda assurda che ha ipotecato la Bielorussia per centinaia di anni. Come Legambiente, siamo certi di aver dato un piccolo grande contributo per alleviare questa indicibile sofferenza, alimentando con passione e concretezza un fiume di solidarietà senza precedenti che fa onore al nostro Paese. Purtroppo la scelta di costruire una nuova centrale nucleare proprio in Bielorussia, nel paese che ha subito le conseguenze del più grave incidente nucleare civile nella storia dell’umanità, è davvero assurda e sembra proprio che la storia non abbia insegnato nulla…

GIORNO 5

Il nostro viaggio in Bielorussia è terminato e da qua ripartiamo con una grande speranza. A proposito di speranza, prima di partire siamo andati in visita proprio al Centro Speranza. In questo luogo si respira davvero un’altra aria! Qui, Legambiente ospita attualmente un centinaio di bambini all’anno provenienti dalle aree più contaminate della Bielorussia. La zona è priva di contaminazione radioattiva ed offre ai piccoli ospiti la possibilità di mangiare cibo sano grazie ai prodotti biologici coltivati in serra.

Al Centro Speranza i bambini possono realizzare numerosi laboratori d’arte, hanno la possibilità di lavorare il legno, di studiare musica, di giocare e divertirsi all’insegna della spensieratezza e dell’immersione completa nella natura. Non mancano infatti prati, boschi ed un lago in cui fare il bagno in occasione del soggiorno estivo. Il centro è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico con solare termico fotovoltaico, coibentazione degli edifici ed una serie di accorgimenti all’avanguardia sotto il profilo ambientale.

Il Centro Speranza rappresenta un vero e proprio salto verso la luce dal buio delle zone contaminate e garantisce un percorso declinato al futuro per i bambini che vengono dalle aree più colpite dalle radiazioni, perdendo attraverso il soggiorno una percentuale del 30 /40% della radioattività assorbita grazie ad un’alimentazione sana che permette di abbassare sensibilmente la quantità di cesio137. Insomma, un vero e proprio paradiso che fa ben sperare, nonostante la gravità della situazione, in un possibile futuro della Bielorussia!

Per questo, sì, ripartiamo con la piena e completa consapevolezza di aver dato un bel contributo attraverso i nostri progetti e le nostre attività umanitarie, sanitarie, di ricerca, pedagogiche negli istituti che sono sempre stati al centro del nostro intervento.

La sfida più importante è proprio questa: rispondere all’aberrazione del nucleare con la denuncia da una parte e con il nostro ambientalismo scientifico dall’altra. Occorre infatti moltiplicare gli sforzi affinché ci sia la consapevolezza di vivere in un’area a forte rischio ambientale e sanitario e allo stesso tempo occorre sempre di più adottare misure che consentono di ridurre i rischi e abbassare il livello delle complicazioni sanitarie, fornendo indicazioni chiare sul tipo di cibi da cui stare alla larga ed aumentando periodicamente i controlli. Questo, esattamente questo, è il percorso da seguire, che anche noi abbiamo contribuito ad intraprendere e stimolare, al di là dei singoli interventi umanitari, e che ci auguriamo si trasformi sempre più una linea netta per andare avanti e vedere il futuro anche in questo Paese segnato dalla storia, per renderlo sempre meno buio.