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Affamati di giustizia

A venticinque anni dal primo Forum delle ong sulla sicurezza alimentare, in tutto il mondo si continua a lottare per il diritto a scegliere le proprie politiche di produzione, distribuzione e consumo di cibo

Dal mensile di novembre. È lunedì 11 novembre 1996. A Roma è una bella giornata, di quelle che la Capitale regala spesso alle porte del-la proverbiale “estate di San Martino”. Un uomo estrae alcuni fogli piegati dalla tasca e si avvicina al microfono. Sta per aprire il Forum delle ong sulla sicurezza alimentare, che durerà fino alla domenica. L’air terminal Ostiense, nato per collegare la città all’aeroporto di Fiumicino in occasione dei Mondiali di calcio del 1990 e poi rapidamente caduto in disuso, brulica di persone. Con la sua cadenza romana, Antonio Onorati saluta le istituzioni e il migliaio di persone arrivate da ogni parte del mondo: “Signor direttore generale della Fao Diouf, signor sindaco Rutelli, signor presidente del governo regionale Badaloni, signore della Presidenza, voi tutti che siete arrivati, m’immagino con difficoltà, da luoghi così diversi e così lontani, vi porgo il saluto caloroso del comitato italiano organizzatore del Forum delle ong sulla sicurezza alimentare. Ci ritroviamo in questa stazione dopo un lungo percorso che ci ha portato a esprimere con forza le riflessioni, le critiche, le aspettative della società civile dei nostri Paesi sull’insicurezza alimentare che attanaglia il presente e prevedibilmente anche il futuro di almeno un quinto dell’umanità”.

Nel terminal sono radunati donne e uomini in rappresentanza di oltre ottocento fra movimenti sociali, organizzazioni non governative, reti della società civile che portano la voce di centinaia di milioni di piccoli produttori agricoli, pescatori, popoli indigeni e pastori dei cinque continenti. Si sono riuniti grazie allo sforzo organizzativo di un comitato di organizzazioni, fra cui Crocevia e Legambiente, proprio mentre l’Onu lancia il suo primo World food summit, che si tiene alla Fao e in cui i rappresentanti dei governi devono discutere di come affrontare l’aumento della fame e dell’insicurezza alimentare. La società civile non si riconosce in quello spazio ufficiale, criticato perché non dà voce alle istanze dei piccoli produttori, evidenziando invece l’ipocrisia di una comunità internazionale che ha da poco fondato l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Con le sue liberalizzazioni selvagge – denuncia la società civile – il Wto mette sotto pressione proprio quelle zone rurali che vivono di mercato locale, biodiversità e agricoltura familiare. L’abbattimento dei dazi smantella le già deboli protezioni che schermavano questi sistemi alimentari locali dall’ondata di monocolture pompate dai sussidi all’esportazione. La volontà di offrire una visione diversa è forte. Dal Forum, elaborando la proposta di uno dei più importanti movimenti rurali globali, Via Campesina, nasce così una nuova visione, che ha l’ambizione di federare queste moltitudini disperse ai quattro angoli del mondo: la sovranità alimentare. Con questo termine i movimenti vogliono affermare il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di cibo, basandole sulla piccola e media produzione.

Risposte dal basso

Venticinque anni dopo, Antonio Onorati – contadino, attivista e grande esperto di politiche agricole nazionali e internazionali – non ha perso la sua lucidità. Ѐ un tipo pratico, concreto, che va subito al dunque. Parla quattro lingue e nel suo sguardo scanzonato c’è la consapevolezza di chi ha visto enormi cambiamenti senza subirli, ma tentando di interpretarli e indirizzarli verso quelle comunità e persone costantemente ai margini delle agende politiche. Ѐ anche grazie a lui se oggi il movimento celebra il quarto di secolo di un’idea che non è rimasta nell’etere ma si è incarnata in pratiche e lotte politiche, dall’Indonesia al Canada, dalla Patagonia al Sudafrica, dal Belgio al Canada. «Il concetto di sovranità alimentare è stato sviluppato dalle persone più minacciate dai processi di consolidamento del potere nei sistemi alimentari e agricoli, i contadini – racconta Onorati – Invece di essere distrutti dalle forze della storia, offrono una proposta per risolvere le molteplici crisi che l’umanità sta affrontando». Secondo gli ultimi dati disponibili, a livello globale il 35% della produzione di cibo è garantito da aziende sotto i due ettari, che rappresentano l’84% delle 608 milioni di aziende censite ma operano su appena il 12% della superficie agricola. Questi numeri raccontano che il contributo dell’agricoltura contadina, più biodiversa e sostenibile, è ancora molto significativo. Tuttavia questo modello soffre la pressione di un’agroindustria in crescita, che opera sul mercato internazionale. Le politiche pubbliche di supporto e la capacità di fare economia di scala favorita dalla “rivoluzione verde” hanno spinto infatti ad aumentare le rese e a standardizzare i prodotti, per servire con maggiore efficienza l’industria di trasformazione e un sistema commerciale e di distribuzione governato da pochi grandi player. La crescente dimensione aziendale è una conseguenza di questo trend: l’1% delle aziende agricole globali, quelle cioè che superano i 50 ettari, gestisce oggi più del 70% dei terreni arabili.

Battaglie in campo

Per opporre resistenza a questa trasformazione delle aree rurali, i movimenti per la sovranità alimentare hanno creato un comitato di pianificazione internazionale (Ipc) che facilita i loro processi di discussione e organizzazione, hanno chiesto e ottenuto spazi di dibattito democratico nella Fao, hanno fatto approvare alle Nazioni Unite importanti atti istituzionali. Là dove burocrati ed esperti, sotto la pressione dei gruppi privati, discutevano di come disegnare il campo di gioco e che direzione imprimere allo sviluppo, i movimenti contadini hanno saputo ricavarsi uno spazio di agibilità politica. La sovranità alimentare ha trovato posto in documenti ufficiali, portando una nuova visione del cibo basata sui diritti umani e non sul libero commercio. Il Trattato internazionale sulle risorse genetiche (2001) e la Dichiarazione dei diritti dei contadini (2018) sono due fra i più importanti accordi che ratificano il diritto a conservare e riprodurre le sementi e il riconoscimento di un sistema di regole differenziato per i piccoli produttori, utile a proteggere l’agricoltura contadina e la pesca di piccola scala dall’espansione delle grandi aziende. Si tratta però di accordi di principio, che devono trovare applicazione nei singoli Paesi firmatari con l’approvazione di leggi dedicate: un processo non facile da portare a meta. In Italia, per esempio, è dal 2014 che si discute di una legge sull’agricoltura contadina senza che ancora si sia arrivati all’approvazione. Ma se pensiamo che tutto questo nasce da un gruppo autorganizzato di milioni di piccoli produttori, che parlano una babele di lingue, possiamo collocare simili traguardi tra l’impresa e il miracolo.

Appuntamento al 2023

Nel frattempo, la pandemia ha sconvolto gli equilibri e spinto la politica a una restaurazione frettolosa, in cui le istanze dei piccoli produttori rischiano di essere schiacciate dalle esigenze poste con forza dai grandi player. «Per organizzare la nostra risposta abbiamo pensato di convocare una nuova gran de assemblea dei movimenti contadini – riprende Onorati – Costruiremo un Forum della sovranità alimentare che si terrà nella primavera del 2023, dal quale usciranno le decisioni su come portare avanti la nostra battaglia. Ci occorre il tempo di avviare una consultazione profonda e capillare fra le centinaia di organizzazioni e reti che compongono la galassia dei piccoli produttori di tutto il mondo. Sarà laborioso, ma questo è il nostro modo di agire: o tutti insieme, o nessuno».Il processo di Nyéléni – questo il nome dato alla grande consultazione, in memoria di una contadina maliana – deve raggiungere zone remote del pianeta, superando il digital divide, gli scogli linguistici e la morsa di regimi totalitari. Di qui le varie proposte vengono raccolte dai gruppi di facilitazione chiamati a fare la sintesi. La posizione finale dev’essere approvata nell’incontro finale dei delegati, senza perdere le innumerevoli sfumature e con un’attenzione ulteriore verso la costruzione di alleanze anche al di fuori dell’universo rurale. Occorre infatti saldare le vertenze per la sovranità alimentare a quelle dei movimenti per la giustizia climatica, femministi, antirazzisti. «Le nostre pratiche sono la cosa più vicina a una democrazia globale, con i suoi pregi e le sue difficoltà, ma lo sforzo non ci spaventa – conclude Antonio Onorati – Dopotutto, abbiamo portato a Roma mille persone dai luoghi più remoti del pianeta usando solo il telex».

Per saperne di più

Rovesciare il tavolo

Il Food systems summit voluto dall’Onu si è svolto con la sola presenza delle grandi multinazionali. Senza consultare la società civile

Oltre 500 organizzazioni di produttori, consumatori, reti della società civile e ong nazionali e internazionali hanno boicottato lo scorso 24 settembre il Food systems summit, il vertice globale sui sistemi alimentari organizzato dal segretario generale dell’Onu a New York. Dopo anni in cui un dialogo fra Nazioni Unite e movimenti di base era stato avviato, Antonio Guterres ha deciso di costruire questo summit senza consultare la società civile, stringendo invece un accordo con il World economic forum. Le associazioni hanno denunciato il potenziale conflitto di interessi che un’agenda costruita senza i cittadini, ma con le imprese più ricche del mondo, poteva generare. Tanto più che Guterres ha nominato sua inviata speciale Agnes Kalibata, già presidente dell’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (Agra), veicolo delle fondazioni Rockefeller e Bill & Melinda Gates per portare biotecnologie e agricoltura industriale nel continente. Dopo questa frattura storica non è chiaro come proseguirà il dialogo sulla sostenibilità dei sistemi alimentari. Il rischio è che il lavoro svolto negli ultimi 25 anni venga spazzato via affidando alle imprese l’impostazione del futuro post pandemico dei sistemi alimentari.

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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