domenica 24 Gennaio 2021

SOS Amazzonia

una foto che ritrae Tereza Cristina Dias con Bolsonaro

di Thaina Correa Da Mota

La deforestazione dell’Amazzonia procede a ritmi accelerati. Il Sistema di allerta della deforestazione (Sad), che individua le aree disboscate a partire da un ettaro, nel settembre 2018 ha rilevato un aumento dell’84% di terreno deforestato rispetto al 2017. Secondo le stime dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe), l’ente responsabile per il Progetto di monitoraggio della deforestazione nell’Amazzonia (Prodes), circa 7.900 km2 di foresta, da agosto 2017 a luglio 2018, è stato abbattuto. Una superficie equivalente a 987.500 campi da calcio.

E come se non bastasse, il polmone della Terra è minacciato anche dalle prime intenzioni del neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro, che ha annunciato di voler accorpare il ministero dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente. «Le previsioni per l’Amazzonia e per il clima non sono buone – commenta Marcio Astrini, coordinatore di Greenpeace Brasile – Tutto ciò che ha funzionato nella lotta contro la distruzione delle foreste è oggi minacciato. Bolsonaro intende liberare lo sfruttamento delle terre indigene e delle Unità di conservazione e indebolire il potere di monitoraggio dell’Ibama, l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali. Se queste proposte diventassero concrete ci potrebbe essere un’esplosione di violenza, oltre a un colpo alle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici».

Estrazione delle risorse e accaparramento di nuovi terre per agricoltura e allevamento sono le ragioni principali della deforestazione. Nel 2017 ben 85 milioni di bovini vivevano nel territorio amazzonico, il 40% del totale. Il censimento divulgato dall’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge) dimostra che dal 2006 al 2017 il settore agricolo e le attività di allevamento hanno occupato 16.573.292 di ettari di terra in più, un’area equivalente a quella occupata da Portogallo, Belgio e Danimarca insieme.

Negli ultimi anni a dare un impulso alla deforestazione sono state le aperture di strade “non ufficiali”. Dei circa 80.000 chilometri esistenti, secondo l’Istituto dell’ambiente e dell’uomo dell’Amazzonia (Imazon), 25.000 sono stati costruiti tra il 2012 e il 2016 all’interno o nei dintorni delle aree protette più vulnerabili dell’Amazzonia. Le strade portano sì benefici a chi vive isolato, ma sono soprattutto la porta d’ingresso ai taglialegna fuorilegge. Non a caso le terre indigene e le Unità di conservazioni sono le aree maggiormente a rischio e sono attraversate già oggi da più di 15.000 chilometri di vie abusive.

E così, l’Amazzonia anziché assumere un ruolo importante nella riduzione del riscaldamento globale, brucia. I fuochi della deforestazione posizionano il Brasile al settimo posto della classifica dei produttori di gas serra. Però, per mettere le cose in chiaro, i diplomatici di Bolsonaro hanno già manifestato la volontà del Brasile di rinunciare all’organizzazione della Cop25, la conferenza mondiale sul clima dell’Onu che si terrà dall’11 al 22 novembre 2019. Una scelta contro il futuro, non solo dell’Amazzonia.

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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