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Sondaggio in Asia, i cittadini chiedono la chiusura dei “wet market”

 
 
Il 7 aprile ricorre annualmente la Giornata mondiale della salute. Quella del 2020, in particolar modo, sarà ricordata a lungo per le estreme difficoltà provocate dalla pandemia di Coronavirus in atto. La violenza con cui si è diffusa l’emergenza sanitaria ha evidenziato lo stretto legame che sussiste tra gli impatti antropici sulla natura e la nostra stessa salute. In Asia, dove l’epidemia ha avuto origine, sono tradizione radicata i mercati umidi (wet market), in cui molte specie animali vengono portate a stretto contatto in condizioni igieniche minime. Lì gli animali vengono venduti vivi, oppure scuoiati, uccisi e macellati per garantire ai clienti la presunta freschezza della carne acquistata. Gli animali sono stressati e deboli, chiusi in spazi molto ridotti, e involontariamente si trovano vicini a resti di altri animali o a fluidi corporei a volte infetti. Lì, spesso, vengono anche venduti (illegalmente) rari esemplari di specie protette. Ed è proprio lì, in uno di questi mercati in cui animali e uomini sono costretti a un innaturale contatto ravvicinato, che si è diffuso il virus Sars-CoV-2, responsabile dell’insorgenza della malattia. 
 
In questo contesto, dunque, l’emergenza sanitaria ha anche obbligato l’opinione pubblica a riconsiderare il rapporto tra le malattie zoonotiche – quelle trasmesse dagli animali all’uomo – e i mercati di fauna selvatica, molto comuni in Asia e in alcune regioni africane. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che l’attuale pandemia di Covid-19, insieme ad almeno il 61% di tutti i patogeni umani, ha origine zoonotica: il commercio di animali selvatici è un rischio che aggrava la diffusione delle zoonosi.
 
“Consapevole che i mercati illegali e non regolamentati di animali selvatici potrebbero in futuro aumentare il rischio di epidemie simili a quella attuale”, il World Wildlife Fund (Wwf) ha recentemente effettuato un’indagine in cinque paesi asiatici: Hong Kong, Giappone, Myanmar, Thailandia e Vietnam. L’obiettivo dell’indagine era quello di valutare e comprendere come l’opinione pubblica potesse considerare, in questo momento, l’eventuale chiusura di tutti i mercati non regolamentati di fauna selvatica. Tra il 3 e l’11 marzo 2020 la società GlobeScan, per conto del Wwf, ha sottoposto lo stesso sondaggio a cinquemila individui, 1000 in ciascuno dei 5 mercati analizzati. Le domande del sondaggio vertevano sulle sensazioni personali circa l’epidemia in corso nei paesi d’origine e sulle opinioni riguardo alla vendita di animali selvatici. Ai fini di questa indagine, specifica il Wwf, per “animali selvatici” si intendevano animali terrestri non addomesticati e non allevati (con esclusione di insetti e di animali acquatici). 
 
Oggi, il Wwf ha reso pubblici i risultati del sondaggio: l’82% degli intervistati si dice molto o estremamente preoccupato per l’epidemia, e il 93% degli intervistati sosterrebbe le azioni governative finalizzate all’eliminazione dei mercati illegali e non regolamentati. Il 9% degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato o di conoscere qualcuno che ha acquistato fauna selvatica negli ultimi 12 mesi in mercati di animali (soprattutto uccelli vivi, serpenti e pipistrelli), ma l’84% dice che è improbabile o molto improbabile che acquisterà prodotti derivanti da fauna selvatica in futuro. Il 79% dichiara di considerare la chiusura dei mercati un’azione efficace per la difesa della nostra salute.
Dal Report del WWF. Tipo di specie selvatiche acquistate (dall’intervistato o da qualcuno di sua conoscenza) in un mercato all’aperto di fauna selvatica negli ultimi 12 mesi
Il 24 febbraio, intanto, il governo cinese aveva annunciato il divieto di consumo di animali selvatici. “La Cina ha fatto un buon passo in avanti vietando la caccia, il commercio, il trasporto e il consumo di animali selvatici – afferma Christy Williams, direttore regionale del programma Asia Pacifico del WWF – e il Vietnam sta lavorando a provvedimenti simili”. Marco Lambertini, direttore generale del WWF International, ha aggiunto: “I cittadini in Asia hanno espresso la propria volontà: chiedono che il consumo e il commercio di animali selvatici, forte minaccia alla loro e alla nostra sopravvivenza, venga eliminato”.
 

Oltre a diminuire il rischio di future zoonosi, chiudere i mercati umidi e regolamentare le vendite sarebbe fondamentale anche per rallentare la silenziosa perdita di biodiversità, in costante aumento. Anche il pangolino per esempio, ormai divenuto famoso come possibile ospite intermedio del virus Sars-CoV-2, e quindi anello mancante nella sua trasmissione dai pipistrelli all’uomo, è una specie animale a forte rischio estinzione. Secondo il Wwf, il commercio non sostenibile di fauna selvatica e di specie a rischio è la seconda più grave minaccia diretta alla biodiversità a livello globale, dopo la distruzione degli habitat.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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