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‘Il sogno della mia vita è poter conservare la mia integrità”

ritratto di Saphia Azzeddine

Saphia Azzeddine, che in Italia viene da poco pubblicata dalla piccola ma valorosa casa editrice Il Sirente (nella collana Altriarabi Migrante), è in Francia una scrittrice e sceneggiatrice ben affermata. Spesso ospite in televisione o fotografata sui rotocalchi, è quella che si direbbe una francese di seconda generazione essendo nata in Marocco e avendo trascorso l’inizio della sua infanzia ad Agadir. In Francia arriva con la sua famiglia a nove anni, nella città di Ferney-Voltaire, a un passo dalla Svizzera. Poi gli studi, una laurea in Sociologia e quindi il lavoro. Il primo romanzo arriva nel 2005 ed è subito successo: “Confidences à Allah”. Nel 2011, un film tratto da un suo libro ­– uscito nel 2009 – di cui firma regia e sceneggiatura. Si tratta di “Mon père est femme de ménage” (da noi uscito nel 2011 per Giulio Perrone editore come “Mio padre fa la donna delle pulizie”).

Ora Il Sirente ci fa conoscere “La Mecca-Phuket”, un testo uscito nel Paese transalpino nel 2008 e poi successivamente riadattato da Azzeddine stessa per la messa in scena come gli altri romanzi. Nel suo caso la narrativa sembra nascere da subito per la visione e questo ne spiega gli adattamenti per il teatro, lo schermo e persino il fumetto. «Adoro i dialoghi – dice la scrittrice – danno un ritmo e questo credo sia il filo conduttore di quando sono davanti a una pagina bianca come dietro la macchina da presa». Azzeddine non ha perso il legame con la sua terra, ama cucinare il cous cous preparato con il latte cagliato e utilizzare certe espressioni colorite della sua lingua di origine. Eppure, salvo i lineamenti, tutto in lei parla occidentale. E il suo libro, appena uscito qui da noi, racconta le banlieue parigine. Ma la sua notorietà non ha lasciato indifferente il suo Marocco. «I miei romanzi hanno avuto una buona accoglienza in patria. Anche un testo come “Confidences à Allah” (da noi non ancora tradotto, ndr) è stato ben accolto, persino da parte di giornali conservatori, perché il libro non contiene assolutamente alcuna offesa. Purtroppo i libri sono costosi in Marocco e solo l’élite può avervi accesso».

“La Mecca-Phuket”, da poco uscito in Italia, come scrive nell’introduzione la traduttrice e curatrice Ilaria Vitali, racconta la storia di Fairouz attraverso la sua stessa voce: “Inquieta ed esigente nella vita di ogni giorno, la giovane protagonista ci dà una bella lezione sull’arte di essere indocili”. Rispetta i genitori e la propria eredità culturale ma si sente indomita. Gli altri avrebbero detto ribelle. Ma la ribellione è la difesa contro un luogo in cui l’opinione degli altri conta. “Sembra che. Ho sentito dire che. Poi la gente dirà che. Ecco più o meno quello che rovina le società arabo-musulmane in generale e il mio palazzo in particolare”, racconta la protagonista del romanzo. Sono i pettegolezzi, infatti, il ritmo delle banlieue, come scrive nelle prime righe di “La Mecca-Puhket”. Come in questo, la condizione femminile è al centro di gran parte dei libri della Azzeddine. Un tema affrontato con un’ironia graffiante che si tinge a tratti di poesia: «Mi piace parlare ­– sottolinea l’autrice ­– dell’emancipazione femminile. Anche di quelle donne che credono di lottare per affermarla ma in realtà si comportano esattamente al contrario e così finiscono per confermarla».

Quando si scrive a partire da un preciso milieu – per dirlo alla francese – il rischio è di essere identificata. «C’è di sicuro un po’ di me in quello che scrivo, ma quello che scrivo non è la mia storia ­– continua Azzadine ­– Ad esempio, io ho avuto un’infanzia molto felice e un’adolescenza piuttosto serena. Con dei genitori che hanno sempre cercato di passare tanto tempo con noi figli. Mia madre era una sarta e la casa finiva per diventare una specie di atelier di moda. Forse questo ha creato in me un’attenzione per il buon gusto. Per tornare alla religione, anche il mio rapporto con Allah non è un rapporto censore-vittima. E i miei libri non li definirei strettamente libri sulla fede o su una religione specifica. A mio modo di vedere il dio di una religione non appartiene a nessuno in particolare e chiunque può chiedere perdono ad Allah direttamente come accade alla fine del romanzo». Al centro della scrittura della narratrice marocchino-francese, c’è il desiderio di combattere la condizione chiusa della società, contrastandone luoghi comuni e ipocrisie.

La risposta è quasi sempre nella scelta che operano i personaggi. I protagonisti sono giovani e sono alla ricerca di un cambiamento. «I giovani cercano se stessi. Non scelgono una fazione. Nei miei romanzi il personaggio non vuole essere incanalato in uno stereotipo. I miei libri e il mio cinema parlano di quella frontiera invisibile che separa loro dalle altre persone. Ma la risposta mi piace cercarla nell’ironia. È un modo per portare all’attenzione problematiche sociali importanti, sdrammatizzando». A questo proposito è molto divertente il palazzone della banlieue multietnica e multiculturale in cui vivono i protagonisti. Spassoso l’episodio del carico di scarpe di marca Nike, tutte sinistre, che intasano inutilmente il garage. Divertente, ma come sempre illuminante: “Gli ho spiegato che Nike, come molte multinazionali, produceva le sinistre e le destre separatamente per evitare che qualche muso giallo se le fregasse uscendo dalla fabbrica alle quattro di notte. Che avevano un container cinese e adesso gliene serviva uno vietnamita. O viceversa”, spiega la protagonista. Le incertezze, insomma, della globalizzazione. Nel libro si incontra anche tanta ironia sulla superficialità dei media nel raccontare il mondo arabo. D’altronde le schematizzazioni sono all’ordine delle cose: anche nel mondo musulmano dove tutto sembra dividersi in halal (lecito) e haram (proibito). Una distinzione che non sempre è felice, come nel caso dell’ecologia. Un arabo, secondo la scrittrice, non riesce a viaggiare leggero così si lascia convincere dagli acquisti e, all’ultimo, finisce per aggiungere sempre qualcosa dentro un sacchetto di plastica: «Questa passione per la plastica rimane un enigma e non c’è di che rassicurare gli ecologisti. Ma c’è un altro mistero tra gli arabi ed è la loro adorazione per il nuovo. Comprare nuovo e mantenere nuovo. E soprattutto non utilizzare mai niente, per paura che non sia più nuovo. Specialmente le stoviglie. Chili di stoviglie cinesi fatte in Turchia dai curdi e rivendute dai pakistani al mercato di Montreuil». Una forma di consumismo sfrenato ed esportato appena fuori Parigi, dove il mondo arabo ha trovato una seconda casa, che specie nelle sere del Ramadam sembra la prima. Ma non c’è mai giudizio nel racconto della Azzeddine, né la voglia di scavare una distanza dalle sue origini. «Il sogno della mia vita – sottolinea – è quello di poter conservare la mia libertà di parola e la mia integrità. Il mio scopo sopra ogni altro è quello di difendere la mia indipendenza da tutto. Anche se questo non sempre accade ai miei personaggi».

Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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