Gli anni da qui al 2030 saranno cruciali per contenere l'aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C.
Ecco perché la ventiseiesima Conferenza delle parti deve essere il vertice dell’azione per combattere la crisi climatica.

di MAURO ALBRIZIO
Illustrazione di apertura di Davide Reviati

Siamo in codice rosso, vicini al punto di non ritorno. Ma possiamo ancora contenere l’aumento della temperatura media globale entro la soglia critica di 1,5 °C. Non c’è però più tempo da perdere per fronteggiare l’emergenza climatica. Gli anni da qui al 2030 saranno cruciali per raggiungere l’obiettivo. È il messaggio, allarmante e nello stesso tempo pieno di speranza, lanciato ai governi dall’Ipcc nel suo recente rapporto sulle basi fisico-scientifiche dei cambiamenti climatici. Un rapporto approvato da tutti i governi. Non ci sono più alibi: la Cop26 in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre deve essere il vertice dell’azione per vincere questa sfida.

Ma la strada verso Glasgow, a meno di un mese dall’apertura dei lavori, è ancora tutta in salita. La crisi pandemica sta amplificando la divisione tra Paesi poveri e ricchi, con forti ripercussioni sui negoziati preparatori in vista della Conferenza. Un cruciale fattore divisivo continua a essere il mancato rispetto da parte degli Stati industrializzati dell’impegno, assunto a Copenaghen nel 2009, di garantire ai Paesi più poveri, entro il 2020, un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. La situazione economica e sociale in quei Paesi si è inoltre drammaticamente aggravata con la pandemia. Si è così innescata una pericolosa spirale di sfiducia tra i due blocchi. Spirale che rischia di avvitarsi, compromettendo il successo della Cop di Glasgow. Al mancato rispetto dell’impegno dei 100 miliardi l’anno per l’azione climatica si è infatti aggiunta la promessa tradita di aiuti adeguati a fronteggiare la crisi sanitaria, facendo appunto venir meno quel clima che consentì nel dicembre 2015 il raggiungimento dell’Accordo di Parigi.

Per ristabilire fiducia tra le parti e dare nuova linfa ai negoziati, oltre cento Paesi in via di sviluppo hanno proposto il “Piano in cinque punti per la solidarietà, l’equità e la prosperità”: ridurre le emissioni in linea con la soglia critica di 1,5 °C, accelerare l’adattamento ai cambiamenti climatici, far fronte alle perdite e ai danni subiti dalle comunità più colpite dall’emergenza climatica, finanziare adeguatamente l’azione climatica dei Paesi poveri e completare il Rulebook, cioè le norme attuative dell’Accordo di Parigi, per renderlo finalmente operativo. È su questi punti che si misurerà il successo di Glasgow. Servono impegni concreti da parte delle maggiori economie del pianeta per costruire consenso, il più largo possibile, su un ambizioso pacchetto di decisioni. Spieghiamo allora nel dettaglio quali sono i punti chiave per un possibile, e auspicabile, Accordo di Glasgow.

Una roadmap entro il 2023

Con gli impegni attuali viaggiamo pericolosamente verso un aumento medio della temperatura globale di 2,4 °C. In Scozia va concordata una roadmap per adeguare, entro il 2023, gli attuali impegni all’obiettivo di 1,5 °C. In tempo per il Bilancio globale (Global stocktake) degli impegni di riduzione delle emissioni (National determined contributions, NDCs) previsto dall’Accordo di Parigi alla Cop28, che sarà chiamata ad adottare un piano d’azione al 2030 in grado di assicurare il raggiungimento dell’obiettivo di 1,5 °C. Secondo l’Emissions gap report dell’Unep, gli anni da qui al 2030 saranno cruciali. Per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica è necessario che l’azione climatica dei governi sia così ambiziosa da consentire, entro i prossimi otto anni, una riduzione di almeno il 50% delle attuali emissioni globali.

Oltrepassare la soglia di 1,5 °C entro la fine del secolo avrebbe effetti devastanti sull’ecosistema globale e sulle generazioni future. Con un allarmante impatto economico e sociale già nei prossimi anni. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), al 2030 si potrebbe registrare una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari, mettendo a rischio circa 80 milioni di posti di lavoro. Anche l’Europa deve fare la sua parte: non è ancora sufficiente la recente revisione dell’NDCs sottoscritto a Parigi, che prevede “una riduzione netta di almeno il 55% delle sue emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990”. L’Europa, per contribuire a centrare l’obiettivo di 1,5 °C, deve ridurre le sue emissioni di almeno il 65% entro il 2030.

Dati
417 le parti per milione (ppm) di CO2 in atmosfera, il valore medio più alto degli ultimi 650.000 anni (Nooa)
178 l’aumento del livello medio del mare, misurato in millimetri, negli ultimi 100 anni (Nasa)
9,8 i milioni di sfollati per motivi idrometeorologici nella prima metà del 2020
430 i miliardi di tonnellate di ghiaccio persi ogni anno in Groenlandia e Antartide tra il 2006 e il 2015

Aiuti senza inganni

Il successo di Glasgow, l’abbiamo detto, dipende molto dal rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno di garantire a quelli poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. Mancano ancora più di 20 miliardi, secondo le stime ufficiali dell’Ocse, per raggiungere i 100 promessi. Risorse vitali per il futuro dei territori più vulnerabili del pianeta. Basti pensare che i soli costi annui di adattamento, per queste comunità, già ammontano a 70 miliardi di dollari e che nel 2030 possono raggiungere quota 300 miliardi, come riporta una recente stima di Climate Analytics. Dagli ultimi dati Ocse disponibili (2018) emerge che il totale degli aiuti ai Paesi poveri ammonta a 78,9 miliardi di dollari, di cui 62,2 di fondi pubblici, destinati soprattutto ad azioni di mitigazione (70%). Va sottolineato che questi dati includono sia le sovvenzioni che i prestiti. Se si sottraggono gli interessi pagati, le restituzioni dei prestiti e gli altri costi finanziari, secondo l’analisi dei dati Ocse svolta da Oxfam, le risorse realmente trasferite ai Paesi poveri si riducono ad appena 19-22,5 miliardi). È pertanto indispensabile che a Glasgow si raggiunga un accordo sulle nuove regole di contabilità, trasparenti e comuni per tutti i donatori, in modo da riflettere il reale valore (grant equivalent) degli aiuti destinati ai Paesi poveri.

Nello stesso tempo, in attesa che venga definito il nuovo impegno finanziario per la fase post 2025, va concordato un piano per garantire l’erogazione dei 100 miliardi l’anno per il periodo 2020-2024, per un ammontare complessivo di almeno 500 miliardi di dollari, come richiesto dai Paesi del Vulnerable twenty group (V20). Un piano che preveda almeno il 50% degli aiuti per l’adattamento, destinandovi sovvenzioni pubbliche visto che la finanza climatica privata sostiene solo azioni di mitigazione. Tutti i Paesi donatori devono impegnarsi a raddoppiare il loro contributo, garantendo che gli aiuti siano aggiuntivi a quelli già destinati alla cooperazione allo sviluppo.

Non possiamo più limitare l’aumento delle temperature globali a 1 °C perché l’abbiamo già superato. Sarà difficile, anche se non impossibile, ridurre l’entità del riscaldamento a 1,5 °C. E anche se fermassimo oggi le emissioni dei gas serra antropogeniche, a causa dell’inerzia del sistema climatico subiremmo ancora per decenni gli impatti elevati dei cambiamenti climatici. Tuttavia, ogni sforzo per ridurre le emissioni di gas serra significa limitare il riscaldamento futuro, che altrimenti persisterebbe per sempre. I benefici si verificano nello stesso arco di tempo delle decisioni politiche che portano a tali riduzioni. Oggi ci troviamo su una traiettoria pericolosa, che ci potrebbe portare a un aumento di 3 °C entro la fine del secolo. Ma con politiche e azioni coraggiose potrebbe ancora non essere troppo tardi per evitare, o limitare, alcuni dei peggiori effetti del cambiamento climatico.

— Antonio Navarra e Jaroslav Mysiak, Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici.

Grandi poteri, grande responsabilità

La Cop26 dovrà definire un percorso per concordare l’Obiettivo globale per l’adattamento (Global goal on adaptation, Gga), previsto dall’Accordo di Parigi (art.7) al fine di rafforzare la capacità globale di resilienza ai cambiamenti climatici, a partire dalle comunità più vulnerabili. Il Sudafrica ha proposto di aumentare la resilienza climatica al 50% della popolazione globale entro il 2030 e al 90% entro il 2050. Senza aiuti adeguati, secondo la Commissione globale sull’adattamento, la crisi climatica nei Paesi in via di sviluppo può spingere oltre cento milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. Al contrario, investendo in questi Paesi 1.800 miliardi di dollari nelle azioni di adattamento tra il 2020 e il 2030 si potrebbero generare benefici economici per 7.100 miliardi di dollari.

A Glasgow va poi avviata la revisione del sistema di aiuti (Warsaw international mechanism for loss and damage, Wim) per le comunità dei Paesi poveri colpite da disastri climatici. Serve un mandato chiaro al comitato esecutivo del Wim per adottare, entro il prossimo anno, un programma di aiuti destinati a queste comunità, in modo da consentire una rapida ricostruzione e la ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento del numero dei profughi climatici. Aiuti aggiuntivi ai 100 miliardi di dollari l’anno destinati alle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

Bisogna infine completare il Rulebook, le norme attuative dell’Accordo di Parigi, per renderlo finalmente operativo. Sono rimaste aperte ancora due questioni: come regolare il mercato globale del carbonio e quanto deve durare il periodo di attuazione degli impegni nazionali (NDCs). La questione più spinosa, senza dubbio, è il ricorso ai meccanismi di mercato previsti dall’Accordo di Parigi (art.6): vanno assicurati sia il phasing-out dei meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto che l’introduzione di criteri stringenti per evitare qualsiasi forma di “doppio conteggio” delle riduzioni di emissioni, in modo da garantire la necessaria ambizione e l’integrità ambientale e sociale di tutti i meccanismi di mercato, nel pieno rispetto dei diritti umani. Per quanto riguarda invece il periodo di attuazione degli impegni nazionali (Common time frame, Ctf), le opzioni ancora sul tavolo sono cinque o dieci anni. Per questo va sostenuto con forza un ciclo di attuazione degli NDCs di cinque anni, in coerenza con la revisione quinquennale degli impegni prevista dall’Accordo di Parigi, per consentire così un loro continuo aumento in linea con la soglia critica di 1,5 °C.

DIECI PAROLE CHIAVE
Ctf (Common time frame) Periodo in cui gli Stati possono portare a termine gli “impegni nazionali determinati” (NDCs). Si cerca di definire una durata univoca e condivisa.
Emissions gap report Rapporto annuale che valuta il divario tra le emissioni stimate e quelle previste dagli Accordi di Parigi.
Gga (Global goal on adaptation) Traguardo comune dei Paesi aderenti all’Accordo. Il mondo deve saper affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici
Global stocktake Monitoraggio dei progressi per raggiungere gli obiettivi concordati. Il primo, nel 2023, metterà a confronto i contributi nazional
Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) Foro scientifico formato da Unep e Wmo nel 1988 per studiare il riscaldamento globale
NDCs (National determined contributions) Gli impegni presi in autonomia dagli Stati per ridurre le emissioni e contribuire a mantenere entro i 2 °C l’incremento della temperatura media.
Phasing-out Abbandono progressivo dei meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto, basati sul mercato per l’acquisizione di crediti di emissioni.
Rulebook Regolamento internazionale che raccoglie le linee guida per raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi.
V20 (Vulnerable twenty group) I 20 Paesi più colpiti da catastrofi legate alla crisi climatica. Il gruppo è stato fondato nel 2015 a Lima.
Wim (Warsaw international mechanism for loss and damage) Sistema di aiuti istituito nella Cop19 di Varsavia (2013). Ha il compito di affrontare perdite e danni associati alla crisi climatica soprattutto nei Paesi in via di sviluppo

Insomma, il successo della Conferenza di Glasgow è nelle mani delle maggiori economie del pianeta, che nelle prossime settimane devono dimostrare di voler mantenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C con risposte concrete alle proposte di buon senso dei Paesi in via di sviluppo. Anche l’Italia, come presidente di turno del G20, è chiamata a giocare un ruolo importante. Il summit dei venti capi di Stato e di governo che si tiene a Roma a fine ottobre, parallelamente all’apertura della Cop26, deve aprire la strada a un nuovo, ambizioso, Accordo.

Novo Progresso, stato del Parà, Brasile. Gli indigeni Kayapo protestano contro il presidente Bolsonaro. Gli indigeni hanno bloccato l'autostrada per protestare contro la mancanza di risorse sanitarie per affrontare il Covid19, contro la mancanza di dialogo da parte del governo federale nei processi di concessione per l'iniziativa privata della superstrada BR-163 e per la fine dell'estrazione illegale e della deforestazione.

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L’analisi dei dati Ocse svolta da Oxfam evidenzia che nel 2017-18 la media annua degli aiuti pubblici per l’azione climatica è stata di 59,5 miliardi di dollari. Se però si sottraggono gli interessi pagati, le restituzioni dei prestiti e gli altri costi finanziari, le risorse realmente trasferite ai Paesi poveri si riducono a 19-22,5 miliardi. L’ong stima infatti che circa l’80% degli aiuti pubblici (47 miliardi) è sotto forma di prestiti, la metà dei quali non a condizioni agevolate ma di mercato. Solo il 20% di questi aiuti è andato ai Paesi più poveri (Least developed countries, Ldc), mentre ai piccoli Stati insulari (Small island developing states, Sids), i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso, appena il 3%. I fondi destinati all’adattamento non superano invece i 7 miliardi. Anche l’Unione Europea e i suoi Stati membri considerano i prestiti nell’ammontare complessivo dei loro aiuti, che si aggirano sui 27 miliardi di dollari. Così gli aiuti pubblici europei che vanno davvero ai Paesi poveri risultano – ancora sottraendo interessi pagati, restituzioni dei prestiti e altri costi finanziari – di circa 13 miliardi di dollari.
Il crescente peso degli interessi, combinato con la crisi pandemica, sta mettendo in ginocchio le economie dei Paesi più poveri. Il livello del loro debito è ormai a livelli insostenibili. Questa drammatica situazione ha spinto il G20 a sospendere il pagamento del debito (Debt service suspension initiative, Dssi) dei Paesi più poveri per tutto il 2021. Iniziativa che va estesa ai prossimi anni, fino a quando non si raggiungerà un accordo in grado di garantire a questi Paesi gli aiuti necessari a fronteggiare l’emergenza climatica e contenere il debito a livelli sostenibili, sia dal punto di vista economico che sociale. Uno degli strumenti da mettere in campo, come chiede l’Alleanza dei piccoli Stati insulari, è l’istituzione del Global distaster fund, finanziato anche con accordi bilaterali di cancellazione del debito (Debt for climate swaps) per aiutare i Paesi più poveri a fronteggiare l’emergenza climatica.

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SPECIALE GLASGOW

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