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Silvano Agosti: “L’essere umano è il vero capolavoro”

Nel quartiere Prati di Roma il suo “Azzurro Scipioni” è un faro per tutti gli appassionati di cinema. Regista, scrittore e poeta, non ama nessuna etichetta perché lui ha scelto di “vivere, non di esistere come le pietre”

Silvano Agosti ci accoglie nella sua casa di Roma, a Prati: tiene la porta aperta e se quando entri la chiudi, ti chiede: «Come fai a sapere che non sto aspettando nessun altro?». Regista, scrittore, poeta, intervistarlo è stato un giro sulle montagne russe. Da uomo libero, vive le domande come gabbie da cui sottrarsi, per arrivare a qualcos’altro. Il pretesto per l’incontro è che l’Azzurro Scipioni, la sala cinematografica da lui fondata e gestita a Roma, ha rischiato di chiudere dopo 40 anni di cinema d’arte e impegnato. «Non ho rischiato proprio niente perché finché ci sono io non si chiude – risponde – Ho rischiato di morire ma non più di quanto rischino gli altri. Stavolta è successo un piccolo miracolo, sono arrivate delle persone che mi hanno detto: “Ti aiutiamo noi, non ti preoccupare per l’affitto”. A settembre, quando sarà tutto a posto, potrò far entrare a offerta per mostrare i capolavori del cinema: 360 film, uno al giorno. Ci sono film straordinari , perché sembrano fatti stamattina, come Giovanna d’Arco di Dryer o il mio D’amore si vive. In Italia, su 2.400 sale, non ce n’è una dedicata a Fellini, a Bergman. Sono tutti complici, a volte innocenti, a volte responsabili, di un sistema che vuole solo il cinema industriale. Perché nessuno si ribella? È dittatura».

Perché ha scelto il cinema come mezzo di espressione?
Intanto non ho scelto il cinema ma ho scelto di vivere, cosa che nessuno fa: tutti scelgono tante cose ma continuano a esistere. Esistere vuol dire identificarsi nelle pietre: le pietre esistono, gli animali vivono. Quando sono andato in giro per il mondo, tra le centinaia di attività che ho svolto, da disinfettare i morti a pulire i pavimenti, ho capito che la scelta di vivere era la più interessante, se non altro perché non la faceva nessuno. Gli altri avevano il problema di trovare un’occupazione che desse loro da mangiare… Possibile che le persone non si accorgano che non c’è niente a favore dell’essere umano e che l’essere umano è il capolavoro più grande che la natura abbia creato in milioni di anni? Il diritto di un carcerato è l’evasione, non teorizzare sulla libertà. Se sei evaso, allora io ti ascolterò.

Ha fatto una lunga battaglia per proclamare l’essere umano “patrimonio mondiale dell’umanità”, ha scritto una lettera all’Unesco.
Le mie non sono battaglie, mi limito a stimolare quello che le grandi istituzioni dovrebbero fare. Per questo chiedo alle Nazioni Unite di nominare l’essere umano “patrimonio mondiale dell’umanità”. Un conto è avere 7 miliardi di cittadini, un altro avere 7 miliardi di capolavori. Se l’essere umano fosse proclamato “patrimonio mondiale dell’umanità” non potresti più dargli 600 euro al mese per farlo lavorare 12 ore al giorno.

Torna al suo grande classico, al libro “Lettere dalla Kirghisia”, in cui narra di questo Paese dove le persone lavorano solo un’ora al giorno.
Un’ora al giorno è quello che sarebbe giusto lavorare per essere davvero produttivi. Tu mangi per un’ora al giorno, se mangiassi per 8 ore al giorno saresti bulimica, gravemente ammalata. Com’è ammalato chi ritiene giusto lavorare più di un’ora, oppure mastica gomma americana: mastica ma non mangia mai. I responsabili non sono i grandi poteri ma le persone, come te, come me, che accettano. È come dire che ci si incontra con uno che ci piace e quello dicesse: “Io ci sto a convivere con te ma dobbiamo fare l’amore 8 ore al giorno”. Sarebbe una pazzia. Ecco, è lo stesso: “Lei mi vuole rubare la vita per 600 euro al mese? Ma lo sa che sta commettendo un crimine contro l’umanità?”. Il problema è che tutti accettano di lavorare: lo scopo è ottenere un’umanità disperata e manipolabile. Vedo questo disordine atroce al quale tutti obbediscono con reverente adesione. Io non ho mai obbedito a niente, neanche ai semafori: mi ricordo in Svezia, c’era una pianura immensa, non c’era nessun’auto per chilometri ma una macchina era ferma al rosso. Io invece sono passato: quando è scattato il verde, l’altro mi ha raggiunto e mi ha detto: “Lei ha fatto una cosa terribile”. Io gli ho risposto: “La cosa terribile l’ha fatta lei: ha obbedito a una norma che non aveva senso, stava obbedendo a un pezzo di ferro con dentro una luce”. Questa è la realtà, non bisogna spostarsi chissà dove per trovarla.

“L’obbedienza non è più una virtù”.
L’obbedienza s’impara a scuola, se si vuole non essere obbedienti non bisogna andare a scuola.

Lei come ha fatto a non andare a scuola?
Sono stato aiutato dagli americani e inglesi che passavano a bombardare le chiese e le scuole e così mi hanno fatto questo regalo. Poi, quando le hanno rimesse in sesto, ormai avevo 16 anni.

Dove ha imparato a leggere e a scrivere?
Nello stesso posto in cui ho imparato a camminare. Ho una ripresa di mio figlio che gattona: a un certo punto prende una gamba del tavolo e si tira su. Dove si impara a respirare? Che domande! Dove si impara a guardare? A vedere si impara da subito, poi si va a scuola e non si vede più niente. A scuola si insegna a guardare ma non a vedere. Per fare andare a scuola i bambini si usa lo “zuccherino”, cioè incontrarsi con gli amici. Giocando i bambini imparano a “sapere”, non a conoscere: non a conoscere chi era Camillo Benso Conte di Cavour, a sapere come si conosce il mondo.

Si dice che il futuro è in mano ai giovani. Negli anni abbiamo visto tanti movimenti giovanili, da quelli studenteschi ai Fridays for future. Che cosa consiglierebbe loro?
Di non andare a scuola, di andare a giocare al parco fino ai 18 anni. A 13 anni giocheranno a scrivere un libro, a fare un film, a fare della musica. Joue in francese vuole dire “fare musica”. Ma la gente normale li manda a scuola perché viene tenuta “a stecchetto”, deve andare a lavorare e allora bisogna che i bambini vadano a scuola. È tutto un giro di business mentre il bambino ha bisogno di giocare fino a 18 anni. Ed invece deve andare lì, 6 ore al giorno, seduto come gli impiegati, perché deve imparare a fare l’impiegato.

Nella sua formazione racconta che “ci sono 200 libri che è necessario leggere”. Quali sono?
I libri sono esseri umani da conoscere. Il fatto che uno non incontra mai Dostoevskij è dovuto al fatto che è morto 150 anni fa ma può incontrarlo nei suoi libri. Ma prima io, da giovane, ho voluto conoscere il mondo, facendo l’autostop, altro che leggere! Chiudo con una poesia: “Quello che sai di me non sono io quello che sai del mondo non è il mondo, incontriamoci dunque io, te e il mondo ma oltre i confini del sapere. Là dove si sa cosa è il mondo, cosa sono io, cosa sei tu”. Fine. Ciak.

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Elisabetta Galgani
Elisabetta Galgani è una giornalista professionista, da anni si occupa di ambiente, cultura e questioni di genere. Dal 2003 è redattrice alla rivista e al quotidiano online de La Nuova Ecologia. Ha collaborato tra gli altri con Left-Avvenimenti e Paese sera e come autrice a Raitre e Raisat ragazzi. Presidente dell’associazione culturale Marmorata169, si occupa di comunicazione culturale e, per passione, di cinema.

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