Siccità cronica

L’Italia finisce a secco, in anticipo rispetto alle previsioni, a causa dei cambiamenti climatici. E di politiche che tardano ad arrivare. Tra sprechi e usi impropri, dai campi alle case. I numeri e le buone pratiche possibili

 

 

 

 

 

La siccità e i primi segnali di una stagione fuori dalla norma sono arrivati dai fiumi, il Po, il Piave, il Tagliamento, in sofferenza già dalla primavera per l’assenza di neve e pioggia e per l’eccessivo prelievo. Lunghi tratti dei corsi d’acqua si sono ridotti a pietraie, mentre il mare risaliva dalle foci stravolgendo gli ecosistemi. A inizio settembre, la sorgente del Po è addirittura scomparsa.

L’emergenza ha colpito anche i laghi, non solo quello di Bracciano, sacrificato per una poco lungimirante gestione dell’acqua di Roma, a lungo appesa all’incubo di un razionamento dell’acqua potabile. Il livello del Trasimeno è calato di oltre 75 centimetri rispetto allo zero idrometrico, facendo scattare la sospensione degli attingimenti per tre giorni alla settimana. In base ai dati dell’Anbi, l’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e tutela del territorio e acque irrigue, tutti i grandi laghi del Nord si sono abbassati sotto le medie, durante l’estate, con il Garda ridotto al 21% della sua capacità, il lago di Como al 20% e il Maggiore al 25%. Al Sud le scorte idriche trattenute nei principali invasi, soprattutto in Calabria e Basilicata, sono diminuite del 40%. E i primi risultati dell’indagine conoscitiva avviata dalla commissione Ambiente della Camera a luglio delineano uno scenario di vero e proprio allarme da crisi idrica «per tutto il Paese, ancor più nelle zone che hanno maggiormente risentito della siccità negli ultimi mesi», come spiega il presidente, Ermete Realacci. In Sardegna, nella aree della Gallura, del Logudoro, del Campidano e dell’Iglesiente, del Montevecchio e del Tirso «le piogge autunnali nel periodo 2015-2017 sono state inferiori dell’80%-90% rispetto a quelle rilevate nel lungo periodo – prosegue Realacci – Considerando solo l’anno idrologico 2016-2017, nelle aree citate le precipitazioni sono state le più basse mai registrate dal 1922, anno d’inizio delle rilevazioni pluviometriche».

«Sembra di vivere già nello scenario ipotizzato secondo i nostri modelli per l’Italia al 2021-2050 – osserva Paola Mercogliano del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici – noi ci aspettavamo qualcosa che invece sta già succedendo, con maggiore velocità del previsto». Il 2017 quindi, per gli esperti del Centro, non sarà un anno eccezionale: c’è da attendersi in futuro un aumento dei periodi di siccità e una diminuzione delle piogge, soprattutto quelle estive, del 20% rispetto a oggi. E quando pioverà, i benefici saranno ridotti perché l’acqua bagnerà una terra arida. Il suolo, infatti, con il ripetersi di condizioni climatiche come quella di quest’anno, si essicca anche a livello profondo, con danni per la sostanza organica e la fertilità dei terreni agricoli. Senza considerare i disastri provocati da piogge intense e concentrate in poco tempo a cui stiamo già assistendo, come nella tragedia di Livorno.

Agricoltura da ripensare

Il settore primario è quello che più degli altri risente del surriscaldamento globale. Coldiretti stima in oltre due miliardi i danni alle coltivazioni e agli allevamenti, dovuti al calo del 41% delle precipitazioni, con una temperatura superiore di 2,48°C rispetto alla media. Ma l’agricoltura, con la zootecnia, è anche il principale utilizzatore dell’acqua, con prelievo di 17 miliardi di metri cubi annui, circa il 50% del totale, secondo le stime più accurate, diffuse dall’Istat a marzo. «È il settore che causa i maggiori impatti sugli ecosistemi, essendo i prelievi irrigui concentrati nel tempo, principalmente da maggio a settembre, e nel periodo di portate più scarse», aggiunge Giulio Conte di Ambiente Italia. Considerando il bacino del Piave, le concessioni per uso irriguo superano la stessa disponibilità d’acqua, tanto che per 180 giorni all’anno ci sono portate insufficienti a garantire i prelievi e il buono stato del fiume. Al secondo posto nel consumo dell’acqua ci sono gli usi civili, che incidono per il 27,8%, mentre quelli industriali pesano il 17,8% e quelli energetici il 4,7%. In generale, oggi utilizziamo più acqua di quella che è possibile prelevare senza causare danni alle falde o ai fiumi.

«Come sempre, i problemi ambientali possono essere subiti o trasformati in grandi occasioni – afferma Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – e dovremmo cominciare dal settore agricolo, al contempo vittima e carnefice, investendo per il miglioramento delle pratiche irrigue e coltivando varietà più resistenti alla mancanza d’acqua». I margini di miglioramento ci sono, visto che secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura dell’Istat, realizzato nel 2014, oltre il 60% dell’irrigazione avviene in modo poco efficiente. Sistemi di agricoltura di precisione, per esempio con l’utilizzo di droni e tecnologie digitali, permettono notevoli risparmi idrici ma interessano solo l’1% della superficie agricola.

«Eppure la strada del risparmio e di una gestione oculata della risorsa, per quanto razionale sotto il profilo ambientale e tecnico scientifico, è oggi lontanissima dal punto di vista delle associazioni agricole e dalle politiche del governo – riprende Giulio Conte – Le proposte sono focalizzate esclusivamente sulla ricerca di nuove risorse idriche, in particolare attraverso la realizzazione di nuove opere di regolazione in grado di accumulare le acque nel periodo invernale per renderle disponibili in estate». Non a caso l’Anbi ha elaborato un piano ventennale per la realizzazione di duemila nuovi bacini, d’intesa con Italia Sicura, la struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche presso la presidenza del Consiglio. Si prevede un investimento di venti miliardi di euro. I primi 218 progetti di invasi, redatti dai consorzi di bonifica, sono già esecutivi, in attesa di essere finanziati per tre miliardi di euro. Il maggior numero di proposte (73) interessa il Veneto, ma è in Calabria che si prevedono gli investimenti più importanti, per 527 milioni di euro.

L’impatto ambientale può essere davvero devastante. Solo per fare un esempio, il Comitato tutela fiumi del Biellese, con Legambiente Biella, da anni si batte contro il progetto di ampliamento della diga sul fiume Sessera, il cui bacino sommergerebbe ettari di bosco pregiato: «La siccità è un ottimo argomento per praticare la shock economy – denunciano – Occorre ricordare che costruire questi invasi costerebbe dieci volte più della dotazione prevista per il piano irriguo nazionale 2014-20, pari a 300 milioni di euro».

Un Paese di spreconi

In Italia cresce anche l’acqua prelevata per usi civili, pari a quasi 9,5 miliardi di metri cubi all’anno. Un dato che risente in parte delle perdite della rete idrica, ma anche di consumi procapite ancora troppo elevati se confrontati con altre città europee. La media nazionale è di 250 litri per italiano al giorno. A Saragozza, in Spagna, o a Heidelberg in Germania, sono vicini ai 100 litri procapite. «Tra le questioni da affrontare ci sono prima di tutto l’inefficienza delle reti di distribuzione, la dispersione idrica, che a Roma supera il 40%, la mancanza di piani strategici e innovativi per una sua diversa gestione – prosegue Rossella Muroni, che fa l’esempio di quanto accaduto nella Capitale – Il braccio di ferro politico tra Regione e Comune, a cui abbiamo assistito la scorsa estate, è stato uno spettacolo poco edificante, che si sarebbe potuto evitare con una gestione più oculata dell’acqua già dai primi mesi dell’anno, visto che gli esperti avevano messo in guardia sulla possibilità di una crisi idrica già a gennaio».

A “distrarre” è anche il fatto che l’acqua, in Italia, costa troppo poco, negli usi civili come in agricoltura. Le nostre tariffe sono tra le più basse d’Europa e del mondo. Secondo il Global water intelligence, su 19 Paesi con economie importanti il nostro si colloca tra quelli dove l’acqua ha il prezzo più basso. E ciò porta ad attribuire meno valore a questa risorsa, limitata e preziosa, la cui gestione è pubblica grazie al referendum del 2011. «Non si tratta di fare affari alzando le tariffe – puntualizza Conte – ma mentre ci si preoccupa solo di garantire che la qualità sia accettabile e il prezzo sufficiente a coprire i costi di gestione, bisognerebbe anche adottare politiche volte al risparmio idrico. Per esempio si potrebbe porre una soglia oltre la quale ci sia uno scatto della tariffa, che disincentiverebbe il consumo eccessivo».

Anche i dati confermano la relazione diretta tra prezzo e quantità consumata: a Catania e Torino, dove le tariffe sono più basse, si spreca di più. Non solo, il problema è anche che gestori poco efficienti non vengono in alcun modo puniti dall’attuale meccanismo di valutazione del servizio, dunque non c’è incentivo a migliorare. Ma serve un cambiamento anche dal basso. Legambiente ha appena realizzato un manuale leggero, “Il mondo è fatto di gocce”, ricco di consigli pratici e semplici e disponibile sul web (www.legambiente.it). Un terzo dell’acqua consumata in casa, per esempio, è dovuta all’uso dello sciacquone, che rilascia dai dieci ai dodici litri a ogni utilizzo. Per risparmiare si può installare il doppio tasto o il pulsante per interrompere il flusso e se lo si facesse in tutti gli edifici pubblici si otterrebbero risultati ancor più importanti. Anche al supermercato si può fare la differenza, vista l’impronta idrica di alimenti e bevande. Ridurre il consumo di carne, rinunciandovi una volta alla settimana e senza necessariamente diventare vegetariani, può dimezzare la nostra impronta. Per produrre un kg di carne di bovino in un allevamento industriale, infatti, servono 15.400 litri.

Infine andrebbero ripensate le città, oltre che in funzione del risparmio, anche per la raccolta e l’uso dell’acqua piovana e per la separazione, il trattamento e il riuso delle acque grigie: quelle delle docce e del lavabo, che oggi buttiamo via e che invece possono essere riutilizzate grazie a sistemi di depurazione e fitodepurazione. Esempi in questo senso, per ora, in Italia non ce sono perché troppo costosi, ma basta guardare oltreconfine per trovare casi virtuosi. A Potsdamer Platz, dove passava il muro di Berlino, oggi l’acqua piovana riempie laghetti urbani che contribuiscono a migliorare il microclima e ridurre l’inquinamento. L’acqua che defluisce dai tetti degli edifici circostanti, poi, viene raccolta in cisterne sotterranee e usata per l’irrigazione delle aree verdi e per gli scarichi dei wc negli uffici. Non si spreca così quella potabile, preziosa e sempre più rara. E si migliora anche la qualità dell’ambiente urbano. Altro che chiudere (e magari riaprire, appena è passata l’emergenza) gli ormai famigerati “nasoni” della nostra Capitale.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.