Si stringe la morsa cinese sulla società civile

L'incontro con Horst Fabian collaboratore di Bbe, il coordinamento delle ong tedesche, ad Hong Kong per la conferenza sulla società civile in Cina. Ecco la sua analisi degli effetti della legge sulle ong / Cina, la verità sui "sindacati gialli"

Ue Cina incontro

Incontro Horst Fabian ad Hong Kong per la conferenza sulla società civile in Cina organizzata dalle fondazioni AsienHaus e Bosch, che lavorano da oltre 5 anni per promuovere scambi di volontari e buone pratiche tra le organizzazioni non governative in Europa e nel celeste impero.

Horst da quasi due decenni segue lo sviluppo dei rapporti tra Europa e Cina, prima come coordinatore del programma di sviluppo della cooperazione sino-tedesca e, dopo la pensione, come esperto indipendente. Oggi è una sorta di ambasciatore della società  civile che lavora a stretto contatto con un gruppo di ricercatori universitari. In particolare collabora con Bbe, il coordinamento delle ong tedesche, all’interno del programma di ricerca Monitoring the implementation of China’s Overseas NGO Law: A European Perspective della fondazione Ford, i cui risultati sono stati pubblicati anche da Le Monde e Guardian, tra altri. Lo trovo un po’ invecchiato, ma sempre combattivo. E positivo. La prima cosa che mi viene da chiedergli è se in questo anno le cose sono cambiate in meglio o in peggio.

“Anche se non voglio lanciare messaggi troppo negativi, devo ammettere che la situazione è sicuramente peggiorata, anche se in maniera non necessariamente percepibile da chi non conosce le cose cinesi – mi risponde – Ricorderai che l’anno scorso abbiamo parlato molto della nuova legge sulle ong che obbliga tutte le organizzazioni della società civile a registrarsi attraverso un processo molto farraginoso e costoso che ha sostanzialmente messo il settore del no profit sotto il controllo del ministero dell’interno e fa dipendere dall’approvazione da un apparentamento con un partner cinese, che è quasi sempre un ente statale. Il processo si è ulteriormente affinato e in quest’ultimo anno le criticità sono emerse pesantemente”.

Le organizzazioni “partner” che la legge affianca come “tutor” alle ong straniere che desiderano registrarsi in Cina non sono altro che istituzioni (Ministeri, agenzie pubbliche, camere di commercio, centri studi, ecc..) controllate dal governo, che non hanno nessun interesse ad aiutare le ong e che non hanno neanche il budget per seguire il complesso iter di registrazione. Il numero di registrazioni, infatti, è salito di pochissimo in un anno e ad oggi possiamo dire che centinaia di ong che in precedenza erano attive nel paese, sui temi dell’aiuto alle povertà e dei diritti civili, in particolare, oggi non sono più presenti e non sappiamo se torneranno. I costi della procedura di accreditamento, peraltro, sono diventati un ulteriore disincentivo.

Delle 24 associazioni intervistate nel corso del ricerca della Fondazione Ford, solo la metà sono riuscite a farsi registrare. E a ben vedere, la registrazione avviene in maniera molto asimmetrica per settori: se, infatti, le associazioni che si occupano di ambiente sono state per lo più accettate, sono molto poche quelle che ci sono riuscite tra quelle che si occupano di temi considerati “critici” come il sindacalismo, i migranti, tutela delle etnie, mass media e religione. Nessuna ong internazionale che si occupa di tutela dei diritti LGBT e dei diritti umani, per capirci, è stata accettata.

“Le principali vittime di questa politica sono la qualità e l’intensità degli scambi tra organizzazioni della società civile” -spiega Horst- “prima della legge si erano creati, negli anni, dei network di collaborazione sulla base delle affinità e della fiducia, dal basso, che erano diventati spazi di confronto e realizzazione di buone pratiche. Negli incontri internazionali tra ong c’era una maggiore comprensione reciproca e franchezza. Ora tutto questo è stato cancellato, e sostituito da relazioni con partner obbligati e para istituzionali che spesso non hanno nessuna esperienza, né interesse, per il mondo della società civile e del no profit e nella migliore delle ipotesi ripetono a pappagallo le idee e le posizioni di Xi Jin Ping. In generale la qualità del dialogo della società civile europea con quella cinese è drasticamente peggiorata.

Nonostante ci siano ancora delle zone grigie, in generale gli spazi per la società civile in Cina sono stati ristretti: non sono stati chiusi ma sono sempre più contestati. Ma non è il caso di mollare l’osso perché si tratta di un paradosso che è destinato a fallire: un paese che aspira a diventare una potenza globale che mette al bando idee democratiche che stanno alla base dei trattati internazionali che ha firmato e che stanno alla base dello scambio di idee globali… è quanto meno in difficoltà. Anche perché le forze democratiche globali possono sempre contare sulle istituzioni esistenti: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo conclude: “Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati”.

“Il governo non vuole che attraverso gli aiuti si diffondano anche valori che non apprezza particolarmente, come quello della libertà di espressione o sindacale”, continua Horst “e sicuramente possiamo dire che l’intento di normalizzazione della società civile, di controllo ossessivo di tutto quello che succede nel paese, sotteso da questa norma, sta avendo successo. Ma sarebbe un errore pensare che non ci sia, in Cina, una società civile attiva e partecipe. La settimana scorsa, per esempio, abbiamo organizzato a Chengdu un dibattito in cui molte organizzazioni della società civile nazionale hanno partecipato, e non hanno avuto timore di esprimersi sulle politiche governative. In Cina le associazioni ci sono e sono interessate, preparate e agguerrite. Dobbiamo assolutamente continuare a supportarle e a incoraggiarle, dall’Europa” dice Horst, con convinzione e con la determinazione che ho imparato a conoscere.

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