Sfida all’ultimo gene

Le biotecnologie di nuova generazione destinate all’agricoltura dividono l’Europa. Un appello di 60 scienziati mette in guardia dai rischi, simili agli ogm. E cresce l’allarme sulla privatizzazione dei semi
ICONA_documenti Il vocabolario della discordia

Ricerca scientifica su ogmTra i molti dossier che scottano sulle scrivanie dei giudici della Corte di giustizia dell’Unione Europea, ce n’è uno che in pochi vorrebbero gestire. Riguarda una richiesta di intervento inoltrata dal Consiglio di Stato francese, incapace di dirimere una questione spinosa per la quale era stato interpellato dalla società civile: il cibo creato in laboratorio con le biotecnologie di ultima generazione è ogm? La risposta sembra scontata, ma allora perché le grandi imprese sementiere e le multinazionali agrochimiche continuano a dire il contrario? Perché agenzie governative e centri di ricerca sono spaccati sulla natura dei nuovi organismi biotech? Una spiegazione c’è: se le cosiddette New breeding techniques verranno equiparate a tecniche agricole tradizionali come gli incroci, non dovranno sottostare alla direttiva europea sugli organismi geneticamente modificati. E dopo tanti anni di digiuno, i colossi dell’agroindustria potranno finalmente azzannare la torta del mercato comunitario, senza più rompersi i denti su vincoli come l’etichettatura dei prodotti ogm. «Anche se diverse dalla transgenesi sono tecniche di manipolazione genetica, questo è incontrovertibile – taglia corto Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente – Quindi dal punto di vista normativo non dovrebbe cambiare nulla. Dovrebbero sottostare alla normativa vigente sugli ogm, e quindi al principio di precauzione». Secondo le direttive dell’Unione Europea, l’organismo geneticamente modificato è “un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale”. Una definizione che non lascia spazi di manovra e sembra ricomprendere tutti i metodi, passati e futuri, di creazione varietale in laboratorio, sottoponendoli a specifiche procedure di valutazione e tracciabilità. La direttiva però ha un allegato: nella prima parte sono elencate le tecniche considerate creatrici di ogm, nella seconda quelle che non producono una modificazione genetica, come la mutagenesi indotta da radiazioni. Oggi uno dei più aspri scontri etici, politici, ed economici è quello per decidere quale parte dell’allegato I alla direttiva 2001/18 debbano occupare le New breeding techniques. In questo dibattito, che investe direttamente anche il destino del principio di precauzione, i consumatori non sono stati interpellati. Nei primi mesi del 2018, quando arriverà la sentenza della Corte di giustizia dell’Ue, potrebbe essere troppo tardi per aprire una discussione pubblica su uno dei temi più controversi della storia recente.

Oggetti sconosciuti
Le New breeding techniques (Nbt) sono tecniche di modificazione genetica sviluppate negli ultimi vent’anni, che intervengono sul Dna delle piante per ottenere varietà con tratti di interesse commerciale: maturazione più lenta, assenza di semi, resistenza a patogeni, erbicidi o siccità. Si dividono in tecnologie per il gene editing, la cisgenesi/intragenesi, la mutagenesi diretta da oligonucleotidi, la metilazione del Dna diretta dal Rna e l’innesto su portainnesti ogm. Termini complicati per definire, in realtà, operazioni con obiettivi molto simili alla transgenesi classica. Con una differenza: nei prodotti finali non è presente Dna proveniente da specie diverse da quella di destinazione. In sostanza, non porteranno alla creazione di fragole resistenti al freddo grazie al gene della sogliola del Baltico, perché si basano sull’ingegnerizzazione di varietà vegetali simili tra loro. I promotori tendono a considerare queste tecniche prevedibili e precise, una semplice accelerazione dei processi naturali. Si utilizzano per interrompere il funzionamento di un gene, sostituire, aggiungere o eliminare pezzetti di Dna negli organismi viventi. Molte si affidano ad enzimi, detti “forbici molecolari”, che tagliano e sostituiscono brevi sequenze di Dna predeterminate. Gli interventi sono sicuramente più mirati rispetto al passato e anche i costi sono decisamente crollati: con l’avvento della tecnica Crispr-Cas9, bastano poche decine di dollari e un’ordinazione su internet per trasformare in ingegnere genetico un ricercatore con competenze di base. Considerando i potenziali effetti collaterali, in larga parte ancora sconosciuti e imprevedibili, non mancano scienziati e associazioni che sostengono come non sia una buona idea liberalizzare queste tecnologie. Se venissero escluse dall’applicazione della normativa Ue sulla manipolazione genetica, alle New breeding techniques non si applicherebbe nessuna prescrizione particolare, avvicinando l’approccio del Vecchio continente a quello nordamericano. Niente più valutazione del rischio, niente rintracciabilità dei processi, niente etichettatura dei prodotti. Esattamente quanto previsto dal Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada in via di ratifica, e dal Ttip, ancora in fase negoziale con gli Stati Uniti. Non è un caso che in questi Paesi i nuovi ogm possono essere commercializzati senza restrizioni. Secondo Michele Morgante, presidente della Società italiana di genetica agraria, non c’è di che preoccuparsi: i prodotti dell’editing genomico sono «identici a quelli risultanti dalla mutazione spontanea o dalla mutazione indotta con trattamenti già ora ammessi nel miglioramento genetico tradizionale». Per questo, aggiunge, «non si capisce da dove possa venire la preoccupazione per un’eventuale incapacità di tracciarli, visto che non ci preoccupiamo di tracciare gli identici prodotti della mutazione spontanea o della mutazione indotta».

Effetti collaterali
La pensano diversamente i sessanta scienziati europei che alla fine di settembre hanno sottoscritto un documento in cui affermano, in sintesi, che non è possibile prevedere l’impatto delle New breeding techniques, né il grado di rischio a cui sarebbero esposti la popolazione e l’ambiente dopo la deregolamentazione. Per Beppe Croce è opportuno tutelare i cittadini europei, perché «con queste tecniche avremmo una serie di mutazioni indotte in maniera molto accelerata rispetto all’attuale tasso di mutazione, con effetti poco prevedibili e quindi potenzialmente gravi». Tra i sessanta scienziati, spicca il nome di Arpad Pusztai, biochimico ungherese di fama mondiale, la cui storia ha fatto molto rumore nel ‘98. Quando Pusztai, allora ricercatore al Rowett institute di Aberdeen, rivelò alla Bbc gli inquietanti risultati del suo studio sulle patate geneticamente modificate, fu sospeso dall’istituto e screditato da gran parte della comunità scientifica. Tuttavia, le sue preoccupazioni sulla sicurezza degli ogm non furono mai smentite. E oggi tornano con grande forza nel lungo appello pubblicato sul sito dell’European network of scientists for social and environmental responsibility. Nel testo gli scienziati richiamano le istituzioni europee al rispetto del principio di precauzione, sottoponendo queste nuove biotecnologie a una regolamentazione ferrea. Al momento, infatti, non esisterebbe valutazione del rischio scientificamente attendibile. Le mutazioni fuori bersaglio che le Nbt possono causare sono ricercate con programmi informatici che restringono l’ispezione a sequenze del genoma simili a quella su cui si è intervenuti in laboratorio. Un’approssimazione che non ha fondamento, sostengono i firmatari dell’appello, poiché è possibile che le forbici molecolari agiscano su sequenze con struttura differente. Per molte varietà vegetali, inoltre, non è stato ultimato il sequenziamento del genoma: ciò vuol dire che una serie imprecisata di effetti collaterali potrebbe aver luogo in punti ancora oscuri dell’organismo, con effetti completamente ignoti all’essere umano. «Rischiamo l’eliminazione di qualunque obbligo di rilevamento delle modifiche involontariamente introdotte e di valutazione dei potenziali effetti negativi per la salute – rincara Federica Ferrario, responsabile agricoltura sostenibile di Greenpeace – e sarebbe un autogol imperdonabile. Ai consumatori verrebbe negato il diritto di sapere cosa stanno acquistando e agli agricoltori di sapere cosa stanno seminando».

Prodotti agroalimentari
Europa divisa
Lo scenario europeo è in subbuglio: il commissario alla Salute e alla sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, ha aperto alla deregolamentazione dei nuovi ogm, ma Francia e Germania hanno incontrato una forte opposizione sociale già alle prime prese di posizione. In Norvegia, dove vige la legge più severa al mondo in materia di modificazione genetica, un report tecnico del Comitato per la biosicurezza ha concluso che le nuove tecniche di gene editing “presentano robuste prove di effetti involontari”, collegati principalmente “alle potenziali mutazioni fuori bersaglio e alla natura imprevedibile dei meccanismi di riparazione della cellula”. In Italia, invece, il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, parla di “biotecnologie più sostenibili”, che danno vita a prodotti “simili a quelli ottenuti per incrocio tradizionale”. Martina ha scritto un decreto che stanzia 21 milioni di euro per un piano di ricerca straordinario del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria del ministero), dedicato in parte alla sperimentazione delle nuove tecniche su diverse varietà di colture di largo consumo, compresi il pomodoro, il frumento e la vite. Per la professoressa Alessandra Gentile, consigliere d’amministrazione del Crea, «l’Italia in passato ha investito moltissimo nelle conoscenze genomiche delle principali specie agrarie di interesse nazionale. L’assenza di un prosieguo di tali sforzi renderebbe il Paese sempre più dipendente da varietà selezionate all’estero anche per molte delle sue filiere strategiche». La professoressa vede con favore le Nbt, che considera «più precise e più efficienti, dal momento che riescono a intervenire soltanto su specifici caratteri, come la resistenza a malattie e a stress abiotici, mantenendo inalterate tutte le altre caratteristiche, spesso di pregio, di una varietà, frutto di anni di selezione e valutazione». Il piano straordinario sulle cosiddette “biotecnologie sostenibili” è descritto come il trampolino per tornare nei salotti che contano. Sul sito del Crea si legge che fra gli obiettivi c’è anche quello di “rafforzare i collegamenti scientifici delle istituzioni italiane, e del Crea in particolare, nell’ambito di iniziative internazionali”. Tra queste spicca la Wheat initiative, un coordinamento della ricerca globale sul grano aperto a partner privati, fra cui Monsanto, Bayer, Syngenta, Limagrain e altri colossi dell’agrochimica. L’iniziativa coinvolge governi e centri di ricerca come il Cimmyt, nel cui consiglio direttivo siedono come “membri indipendenti” personalità che hanno lavorato o lavorano in quelle stesse multinazionali.

Brevetti e royalties
Del resto, la posta in gioco è alta. La corsa alla creazione di nuove varietà vegetali tramite le New breeding techniques è una gara ad accaparrarsi i diritti di proprietà intellettuale (Ipr) su tecnologie, tratti genetici, semi e piante. Per acquistare il diritto a usare una plant technology o una trait technology servono decine o centinaia di migliaia di dollari. Mentre al miglioramento genetico tradizionale non si applicano le leggi europee Ipr, i prodotti Nbt saranno invece protetti da una privativa. «L’uso del Crispr-Cas9, lo strumento più efficace per l’impiego del genome editing, la più promettente tra le Nbt, è stato scoperto in enti pubblici di ricerca – precisa Alessandra Gentile – Il suo utilizzo è già libero a fini di ricerca, anche se in futuro, per applicazioni commerciali, si dovranno probabilmente pagare delle royalties come per qualsiasi altro brevetto». Nel 2011 il Centro di ricerca della Commissione europea ha tracciato il quadro globale dei brevetti sulle nuove biotecnologie. Il rapporto conta 84 richieste, quasi tutte depositate nei dieci anni precedenti. La maggior parte proviene dagli Stati Uniti (65%), con l’Ue al secondo posto (26%). Nel 70% dei casi si tratta di aziende private, fra cui spiccano giganti come Bayer, Basf, Dow e Keygene. Ma con il boom del metodo Crispr nel 2012, è probabile che oggi i brevetti siano cresciuti a livello esponenziale. I movimenti per l’agricoltura contadina sono in allarme, perché temono che alcune tra le cultivar più diffuse possano finire in mano alle multinazionali, con il rischio di ritorsioni legali per chi continua a utilizzarle liberamente. Nel sistema attuale, in cui l’agricoltura di piccola scala produce ancora circa il 70% del nostro cibo, le Nbt possono diventare un’arma potente nelle mani dell’industria agroalimentare per conquistare gli strumenti alla base della produzione, come i semi. Antonio Onorati, coordinatore italiano della rete internazionale Via Campesina, annuncia battaglia: «Questa deriva può portare a una situazione in cui gli agricoltori non potranno più essere liberi di coltivare ciò che vogliono e come vogliono». Onorati sottolinea i pericoli di «una privatizzazione insidiosa della vita grazie alla legalizzazione della biopirateria, che mette a rischio la biodiversità coltivata e la sovranità alimentare». Parole che in Italia sono molto sentite, ma forse non più come una volta.

Jordan