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Sessant’anni fa la prima Marcia per la pace

Era il 24 settembre 1961 quando Aldo Capitini organizzò l’appuntamento intorno al quale è cresciuto il movimento nonviolento italianoIl nostro speciale con le voci dei protagonisti di ieri e di oggi: “Un mondo diverso è sempre possibile”

Dal mensile di settembre. La ricorrenza dei sessant’anni della prima Marcia per la pace non ha nulla di rituale. È una grande occasione per accendere i riflettori sulle sfide che ci attendono oggi. Ricostruire il percorso, anche se per rapidi flash, come facciamo attraverso la voce di alcuni dei protagonisti di questi sessant’anni, è oggi indispensabile perché ricostruire la prospettiva storica è la condizione per capire in che direzione muoversi. Oggi ci confrontiamo con emergenze molto diverse da quelle del mondo in cui operò Aldo Capitini, il filosofo che tra i primi teorizzò in Italia il pensiero nonviolento e che organizzò la prima Marcia per la pace. Ma quel metodo è ancora efficace, anzi indispensabile, se vogliamo uscire dalla crisi che attanaglia il mondo sviluppato, dove la guerra quotidiana ai migranti, i rigurgiti di razzismo, le tendenze al sovranismo e all’arroccamento, i nuovi campi di competizione internazionale, l’urgenza di far pace con il clima e con la Terra, la difesa degli ultimi e dei penultimi, la solidarietà mondiale contro la pandemia, ci sfidano a pensare un mondo diverso, a diffondere le pratiche giuste per costruirlo, perché ancora un mondo diverso è possibile.  

La storia inizia esattamente sessant’anni fa… 

Il movimento pacifista italiano nasce il 24 settembre 1961 con la Marcia “per la pace e la fratellanza fra i popoli”. In un momento internazionale difficile (costruzione del Muro di Berlino, crisi cubana con la minaccia di scontro atomico, contrapposizione tra Patto di Varsavia e Nato) Aldo Capitini volle convocare le masse popolari italiane unendo i tre filoni storici, laici e religiosi, del pacifismo comunista, cattolico, radicale, nel comune desiderio di pace per il mondo. Il senso profondo della Perugia-Assisi è riassunto dallo stesso Capitini che ne ha evidenziato i quattro caratteri fondamentali:
1) che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; 
2) che la Marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica; 
3) che la Marcia fosse l’occasione per la presentazione e il “lancio” dell’idea del metodo nonviolento; 
4) che si richiamasse il santo italiano della nonviolenza. 

La Marcia, dapprima avversata dai partiti, fu un successo “dal basso”. Superò il vecchio pacifismo generico, che vacillò davanti alla prima e alla seconda guerra mondiale, e introdusse la nonviolenza come programma politico. Fu la grande novità che mise basi solide per il pacifismo moderno e maturo. Per questo, anche se molti gli chiesero di ripetere l’iniziativa annualmente, Capitini rifiutò per evitare il rischio che la Marcia, e lo stesso ideale di pace, divenissero ritualità e stanca ricorrenza.
(Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento)

… e Legambiente portò nel movimento per la pace la voce inedita dell’ambientalismo 

Dopo quella prima Marcia del 1961, che prendeva spunto dai pacifisti anglosassoni guidati dal filosofo Bertrand Russell, bisognò attendere il 1981 e la Marcia “Contro la guerra: a ognuno di fare qualcosa” perché questo appuntamento diventasse un momento periodico importante come esperienza di condivisione del lavoro quotidiano dei tanti comitati per la pace, che poi diedero vita alla Tavola della pace. Anni nei quali, nata da poco, cresceva anche Legambiente, associazione militante, radicata sul territorio con la volontà di essere dentro i movimenti della società, e che è stata parte della Tavola fin dalla sua nascita, con la voglia di dare una possibilità a quella conversione ecologica delle nostre società che auspicava Alexander Langer. Da allora abbiamo richiamato sempre le relazioni tra pace, giustizia sociale e tutela e cura dell’ambiente, convinti che il movimento pacifista e nonviolento si dovesse occupare sempre più di questi temi, così come il movimento ambientalista avesse bisogno di occuparsi sempre più della pace e di tutti i diritti per tutti. Così costruimmo la campagna “Castelli di pace”, perché quando all’inizio del nuovo secolo il contesto internazionale irruppe noi fummo tra i più forti sostenitori dell’impegno della Tavola nei Social forum mondiali, dove si costruì l’impegno per la giustizia ambientale. E sempre per cogliere maggiormente le sfide ambientali e dei mutamenti climatici ci impegnammo per un nuovo patto tra associazioni, promuovendo la Rete della pace. 
(Maurizio Gubbiotti, responsabile dipartimento internazionale di Legambiente dal 2002 al 2015) 

Perugia Assisi 2011

Lo spazio del movimento si allarga e si organizza, nasce la Tavola della pace 

La Perugia-Assisi che oggi conosciamo prende forma nel 1995, quando da evento si fa percorso e diventa il perno di una strategia di coinvolgimento e mobilitazione di centinaia di gruppi, associazioni, enti locali e scuole. Sono gli anni in cui irrompe nella scena internazionale la società civile mondiale con la sua fitta agenda di denunce, proposte e azioni concrete. Con la Marcia del 1995, che per la prima volta riunirà oltre centomila persone, nasce l’Assemblea dell’Onu dei Popoli, un originale incontro di donne, uomini e istituzioni impegnate nella globalizzazione dei diritti umani, della giustizia e della democrazia. È qui, tra le città di Aldo Capitini e di san Francesco, che lo slogan “Un altro mondo è possibile” muove i suoi primi passi, il 26 settembre 1999, due anni prima del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. A dare impulso e continuità a questo intensissimo lavoro è stata la decisione, maturata nel 1995, con padre Nicola Giandomenico del Sacro convento di san Francesco d’Assisi, di dare vita alla Tavola della pace per creare un luogo stabile d’incontro, confronto e progettazione, sempre aperto a coloro che intendono impegnarsi per la pace giorno dopo giorno. La Marcia Perugia-Assisi del prossimo 10 ottobre, che rilancia il motto di don Milani “I care”, è frutto di questo ininterrotto lavoro con cui cerchiamo di coniugare attività di educazione, sensibilizzazione, solidarietà, denuncia, testimonianza e proposta politica. 
(Flavio Lotti, coordinatore Tavola della pace 

Con il nuovo secolo esplode l’internazionalizzazione del movimento 

15 febbraio 2003, manifestazione globale contro la guerra all’Iraq. Oltre 110 milioni di persone in piazza, in tutto il mondo nello stesso giorno, dal Polo Nord alla Patagonia, passando per tutti i fusi orari. Il New York Times definì quel movimento “la seconda superpotenza mondiale”. Resta, ad oggi, la manifestazione più grande mai realizzata nella storia. A Roma sfilarono più di tre milioni di persone. Doveva essere un corteo unico, diventò una marea che invase l’intera città. Sul palco, il grande striscione del comitato Fermiamo la Guerra. L’ex presidente della Repubblica Scalfaro e Pietro Ingrao a tenere insieme una bandiera della pace. Il 15 febbraio 2003 fu figlio del movimento altermondialista. Venne promosso nel primo Forum sociale europeo, a Firenze nel novembre 2002: la grande risposta democratica alla tremenda repressione subita a Genova un anno prima. Poi la proposta venne rilanciata dai movimenti di tutto il pianeta nel Forum sociale mondiale di Porto Alegre a gennaio 2003. Alla base di quella mobilitazione, la forza di tre movimenti pacifisti storici. Il movimento statunitense, che dopo l’immenso trauma delle Torri Gemelle si opponeva allo “scontro di civiltà” lanciato da Bush. Quello del Regno Unito, schierato contro il militarismo aggressivo di Blair. E il movimento italiano, con la sua solida continuità di nonviolenza attiva: la lotta contro i missili a Comiso, “Time for peace” in Palestina, i dieci anni di solidarietà nelle guerre balcaniche, la lunga tradizione delle marce Perugia-Assisi.
(Raffaella Bolini, coordinatrice relazioni internazionali Arci)

Nel presente si dispiegano vecchie e nuove sfide 

Oggi la questione ambientale nel movimento pacifista viene sempre più riconosciuta nelle sue ricadute sociali non più soltanto come generatrice di conflitti ma anche come generatrice di disuguaglianze e ingiustizia, che provoca privazione dei diritti delle persone, anche nel mondo sviluppato. La crisi climatica ha definitivamente rotto culturalmente i confini del problema ambientale come fenomeno localizzato e legato soltanto a emergenze di inquinamento della biosfera, per renderlo problema di carattere generale, globale e trasversale, le cui soluzioni sono sempre più nell’ottica dell’“agire localmente e pensare globalmente”. Siamo sempre più consapevoli, infatti, dei legami di interdipendenza che esistono fra privazione della pace, depauperamento delle risorse, sfruttamento degli individui e un modello di sviluppo che non punta sulla ricchezza diffusa e sulla tutela ambientale. Siamo in grado di tracciare le mappe e i reticoli che esistono fra produzione di armi e finanza, petrolio e occupazione armata dei territori, desertificazione di alcune aree geografiche e migrazioni, sfruttamento delle terre rare e sviluppo delle tecnologie, consumo di suolo e scarsità di cibo. Dopo anni in cui il movimento pacifista in Italia, soprattutto dopo le vicende del Social forum di Genova, ha avuto una chiusura in sé stesso e uno scollamento fra i soggetti che lo componevano, oggi vede proprio nell’aprirsi ad altri movimenti, come quello ambientalista, una più complessa capacità di analisi e di azione.
(Vanessa Pallucchi, vicepresidente di Legambiente)

 Oggi il movimento per la pace ha un ruolo di profonda innovazione sociale e culturale, oltre che politica 

 La ricorrenza dei sessant’anni dalla Marcia per la pace pensata e realizzata da Aldo Capitini ci obbliga a una riflessione: cosa penserebbe e farebbe oggi Aldo Capitini? Si chiederebbe dov’è finito il movimento della pace e della nonviolenza, o sarebbe in prima linea a difendere i diritti dei migranti, denunciare il lavoro che manca, la terra che brucia, le diseguaglianze, la corruzione, o impegnato al fianco di chi sostiene la necessità di riconvertire l’economia da militare ed energivora a disarmata e sostenibile e la messa al bando delle armi nucleari, o firmatario della proposta di legge per la difesa civile e nonviolenta, o mobilitato a promuovere le missioni dei corpi civili di pace al posto delle missioni militari, o intento ad abbracciare i giovani del servizio civile universale, o per le strade a denunciare le discriminazioni e le violenze contro le donne, o schierato con associazioni, sindacati, comunità locali di ogni etnia e religione per costruire un Mediterraneo di pace, di convivenza e di democrazia e altro ancora? Me lo immagino attivo e presente in quella che oggi è l’agenda dei movimenti, delle reti, delle comunità locali, che nelle forme, nei modi e nei linguaggi propri alle nostre diversità e appartenenze praticano l’insegnamento della nonviolenza nella società, resistendo e contrastando una cultura e un modello di società e di sviluppo che lo stesso Capitini, sessant’anni fa, riteneva profondamente ingiusti, sbagliati e opprimenti. L’agenda della pace è complessa, perché maledettamente connessa con la complessità e le contraddizioni della nostra società. Per questo oggi, ancor più di ieri, deve assumere la responsabilità dell’agire politico, la costruzione di alleanze tra movimenti, l’elaborazione di proposte e programmi, con coraggio e senza perdere tempo.
(Sergio Bassoli, coordinatore Rete pace e disarmo) 

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