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Servono politiche innovative di sviluppo montano

Nelle liste stilate dalle Regioni per il Pnrr non si colgono cambi di prospettiva per la montagna. Emblematico il caso del turismo. L’intervento di Vanda Bonardo

VANDA BONARDO, presidente Cipra Italia, responsabile nazionale Alpi Legambiente

La montagna, per il fondamentale ruolo che può svolgere nell’uscita dalla crisi climatica, ha tutti i presupposti per assumere una nuova centralità nel post-Covid. Si richiedono però cambi di prospettiva con sguardi innovativi che tuttora non si colgono nelle liste stilate dalle Regioni per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): alcune attività tradizionali risultano generosa­mente finanziabili, mentre altre, più coerenti con le indicazioni UE non compaiono del tutto. Emblematico è il settore del turismo montano, dove i cambiamenti climatici impongono una transizione dalla monocultura dello “sci da discesa” a forme di turismo dolce, con comprensori a medie e basse quote da avviare alla transizione e zone non infrastrutturate in cui occorre rafforzare il turismo esperienziale. Anche i grandi comprensori sciistici dovranno rivedere i propri programmi andando verso una diversificazione delle attività e al contempo frenando le espan­sioni di assurdi caroselli sciistici nelle ultime area naturali di alta quota. Nei Pnrr regionali non c’è riscontro di siffatti cambiamenti, al contrario si scorgono brutti esempi di uso improprio delle risorse. Uno per tutti il caso della regione Piemonte che fa sue le richieste delle imprese esercenti di trasporto a fune in concessione (Arpiet) anche spacciandole per assurde proposte di mobilità sostenibile e inserisce progetti del comparto sciistico tradizionale per ben 800 milioni di euro, mentre non si capisce quanto sarà investito per il turismo dolce.

Legambiente sta chiedendo ostinatamente alle istituzioni un cambio di rotta, affinché si trovi il coraggio di osare con visioni e strategie innovative per il turismo come per altre forme creative di imprenditoria che vogliono radicarsi in montagna. È indispensabile una diversificazione dell’imprenditoria montana che non può essere relegata all’industria dello sci. Nell’arco alpino sono sempre più numerose le nuove iniziative imprenditoriali degli operatori del territorio e dei nuovi migranti che, spesso in direzione opposta rispetto alle istituzioni hanno intuito nuovi percorsi smart. Come sostenerli? Innanzitutto eliminando il digital divide e poi mettendo a disposizione nuovi centri multifunzionali e aree produttive. Si pone anche la necessità impellente di un vasto programma di formazione e di assunzione della pubblica amministrazione. In molti comuni per l’ufficio tecnico c’è una sola persona, spesso part time. Occorre rafforzare al contempo le capacità degli Enti di lavorare insieme attraverso la costruzione di sistemi territoriali dove attuare forme di governance multilivello con una rete funzionale tra borghi, piccole, medie città e metropoli e una fornitura di servizi attraverso modalità più articolate che affidino un ruolo di cerniera ai piccoli e medi centri. Vanno ridotti gli annosi ostacoli burocratici e accelerate riforme come quella della Politica Agricola Comune (Pac). Ingenti sussidi della Pac tuttora vengono assegnati agli allevatori della pianura e dei fondovalle a discapito dell’allevamento di montagna e della qualità dei pascoli alpini. Va ricostruita la filiera legno per evitarne la banalizzazione con un taglio di alberi esclusivamente orientato a scopi termici. Di importanza fondamentale la riorganizzazione fondiaria per superare la parcellizzazione dei fondi e la possibilità di gestione associata anche per il privato. Tutto ciò insieme alla comunità green ma anche alle comunità energetiche contribuisce a costruire senso di comunità. Rapporti sociali che uniscono e rafforzano come la capacità di fare rete, se non si fa rete non si va da nessuna parte. Reti per la filiera del bosco, per il turismo dolce, per la nuova imprenditoria. Reti con il Terzo Settore che potrebbe dare un contributo importante a indirizzare i fondi del Pnrr su una vera progettualità, se solo fosse coinvolto. Purtroppo però le iniziative progettuali che partono dalla società civile con un intento innovativo e partecipativo sono costantemente frustrate. Salvo rarissimi casi, anche nel Piano Resilienza prevalgono le solite logiche vecchie. Occorre più partecipazione: il percorso delle regioni per la redazione del Pnrr lascia molte perplessità. Quasi ovunque tutto blindato, approvato dalle Giunte senza una discussione in Consiglio regionale, inesistente il confronto con le forze sociali, nonostante quanto previsto dai regolamenti Ue. E per il futuro prossimo? Nulla è dato sapere circa l’esito dei progetti di finanziamento avanzati dagli enti del territorio. Nemmeno quali possano essere i criteri con cui il governo sta scegliendo i progetti con l’obiettivo di spendere almeno il 37% delle risorse per la transizione ecologica così come ci richiede la Commissione europea.

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