martedì 26 Gennaio 2021

Senza i libri la vita è cieca ripetizione

foto di Brevini
Fanco Brevini è uno di quegli intellettuali che ci fa sospettare quanto una doppia personalità non possa che essere sana. Da una parte c’è il riconosciuto docente universitario, serio studioso di letteratura con una particolare propensione per i dialetti a cui ha dedicato antologie e saggi, dall’altro l’appassionato di montagna con una vasta produzione “arrampicata”. Il suo ultimo saggio crea un cortocircuito ancora più ontologico, “a monte” potremmo anche dire, scegliendo un campo molto aperto. Così vicini, così lontani. Il sentimento dell’altro, fra viaggi, social, tecnologie e migrazioni (Baldini & Castoldi) è il suo titolo wendersiano. Non fossero bastati il titolo e i riferimenti bibliografici, catalogando Automobili, Groenlandia, Apocalisse, Melting pot, New York, New media e Monte Bianco ci pensa l’indice a dire quanto vasto sia il campo.

A proposito del pensiero specialista cita Shaw: “Lo specialista è colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente”. Lei, che per formazione è critico letterario e docente, affronta invece il rischio inverso: occuparsi di molto che non le compete, anche se lo fa usando una ricchezza di strumenti e fonti. Eppure saper allargare sembra il segreto per rispondere alle tante connessioni del sapere moderno, nonché a una forse inedita complessità.

L’esigenza di allargare lo sguardo è nata in seguito a un’insoddisfazione verso una ricerca che restasse saldamente irreggimentata nel mio ambito disciplinare. Non possiamo far finta che il mondo intorno a noi sia rimasto quello dei nostri maestri, che vagheggiavano un’idea neoclassica della letteratura, di cui la nostra società si è da tempo sbarazzata. Proprio la complessità impone di fare i conti con una cassetta degli attrezzi più ricca e articolata. D’altronde devo riconoscere che sono gli stessi temi che ho scelto di studiare negli ultimi anni ad avermi condotto oltre gli ambiti scientifici indicati dalla mia affiliazione accademica. Peraltro voglio far notare che in America sono decenni che vengono autorizzate prospettive di ricerca in cui non si ergono più steccati tra interpretazione letteraria, psicologica, antropologica, sociologica, filosofica. Laggiù i curricula sono più trasversali e l’interdisciplinarietà è salutata come una virtù.

Il concetto di “natura selvaggia”, che traduce il noto termine “wilderness”, al centro di un suo saggio precedente, è presente anche in questo. Sembra un tema solo americano, eppure anche il nostro Paese ha un suo lato “wild” e autori che hanno saputo cantarlo. Lei è un grande amante della montagna, ricordiamo la sua intensa bibliografia montanara quasi da alter ego. Può parlarcene?

Fin da quando ero all’università ho provato invidia e sensi di colpa verso i compagni di corso che, segnati da un’analoga passione per i libri, trascorrevano le loro domeniche immersi nella lettura, mentre io arrancavo con gli sci da alpinismo sui ghiacciai o mi riempivo di tagli incastrando le mani nelle fessure di qualche parete. Per anni ho sentito come dolorosa questa polarizzazione che segnava la mia esistenza. Da una parte la pace dei chiostri, la penombra delle biblioteche, la rinuncia cui accenna anche Montale quando afferma che la vita la si vive o la si scrive. Dall’altra il brivido dell’avventura, l’oltranza fisica, il gelo, le terre remote. Ogni volta ripartivo, eppure mi costava una sofferenza fisica strapparmi a quel mondo fatto di carte, di garbate conversazioni, di analisi, di viaggi interiori o al massimo intorno a una camera. Ma avevo gustato il sapore dei grandi spazi e non potevo più farne a meno. Sperimentarmi, mettermi in gioco, conoscere gli spazi selvaggi del mondo – lo capisco oggi – ha qualche rapporto con il mio bisogno di studiare una letteratura come quella dialettale, dove la vita urge più perentoriamente che in quella in toscano. Le bozze di Meridiano corrette con il satellitare dal rompighiaccio in navigazione verso il Polo nord resteranno forse uno stravagante aneddoto editoriale. Ma credo che alla Mondadori Renata Colorni e Gianni Ferrari abbiano capito che probabilmente un libro come quello poteva solo nascere così. E mi abbiano perdonato se alla sua uscita, invece che a firmare copie all’ufficio stampa, ero nel fondo del deserto libico, guidando una Toyota fra le vette rocciose dell’Acacus.

Quando ha scelto con consapevolezza questo approccio, per così dire, ibrido?

È stato verso i quarantacinque anni che ho cominciato a capire qualcosa di più del conflitto fra libri e vita vissuta in cui mi ero dibattuto per due decenni. Mi rendevo conto che la mia esistenza si era svolta non tra due universi in conflitto ma tra due magnifici poli e che la tensione, tante volte avvertita dolorosamente, rappresentava in realtà una grande ricchezza. Senza i libri la vita è cieca ripetizione, mi dicevo, allo stesso modo che i libri senza l’esperienza del mondo restano lettera morta. Una sera tornavo in auto da Firenze: ero stato a presentare il mio Meridiano sulla poesia in dialetto al Gabinetto Vieusseux. Accanto a me il poeta romagnolo Raffaello Baldini. Gli raccontavo delle aurore boreali e del loro bizzarro torcersi nel cielo della Lapponia. Fuori cadeva una pioggia battente e i camion in cupe file irroravano la notte di ondate d’acqua nebulizzata. “Il tuo profilo, Franco, è in verità piuttosto anomalo. Ma fossi in te, piuttosto che sentirlo come un limite, ne farei un punto di forza” diceva Lello. “Sono molti quelli che compiono viaggi in territori selvaggi. Ma il tuo occhio ha dietro di sé i libri. Per questo il tuo sguardo è interessante”. I fari sondavano la massa acquosa che friggeva oltre il parabrezza e io pensavo che era curioso che un uomo pieno di fantasmi come Lello, lontanissimo da ogni temerarietà fisica, fosse riuscito a centrare il nodo della mia vita. Ora so che, se Dio me ne darà la forza, continuerò a inseguire la gelida presenza dei ghiacci in giro per il mondo. Ma sono certo che il bagaglio più importante non è stato e non sarà quello issato sulle spalle o trascinato nella pulka. Sarà un altro, invisibile, senza peso, il dono ricevuto dal cartaceo paradiso borgesiano. Diceva il personaggio di Shakespeare che ci sono più cose tra la Terra e il cielo che nella testa degli uomini. È vero. Nel mio studio le convocazioni delle sedute di laurea dell’università di Bergamo sono accanto a una cartellina con scritto “Antartide”. La apro, vedo uno specchio di mare, degli iceberg lucidi come alabastro, un branco di pinguini. Ma è anche vero che nella testa degli uomini si decidono il valore e il senso di quelle apparizioni. Dialogare con i grandi libri nei grandi spazi: ecco un paradiso che mi pare più attraente di quello libresco vagheggiato da Borges. E i grandi spazi sono qui, solidamente terreni, e ci chiamano.

Lei si è occupato del mondo dei dialetti e di un’Italia piccolo comunale che non riusciamo a capire se la globalizzazione ha fiaccato o rinvigorito. Per tornare alla visione che propone nel saggio dovremmo dire che il piccolo è ancora grande o il grande sta diventando piccolo. Il massimo dell’antropizzazione – New York, per dire, che lei cita spesso – e il minimo – i dialetti che lei continua a tener da conto, la natura. Che equilibrio augura fra questi due universi lontani/vicini per il futuro?

Di morte dei dialetti si parla da almeno mezzo secolo, vittime di volta in volta della televisione, dei consumi, della globalizzazione e ora della Rete. E se ne parla a ragione, visto che tutti i fenomeni che ho elencato sono promotori di standardizzazione. L’esatto opposto di quanto fanno i dialetti, che aprono invece al regno della differenza e della particolarità. Lo dice anche l’etimologia della parola, che reca in sé il significato del parlare in modo diverso. Ma proprio per questo occorre fare chiarezza una volta per tutte, e lo scrivo con profonda amarezza avendo dedicato vent’anni della mia vita a studiare le letterature dialettali: i dialetti sono morti, nel migliore dei casi fenomeni residuali. Sono finiti perché, di là dai tentativi anche generosi di rianimazione, non corrispondono più alle esigenze dei parlanti. Altrimenti sarebbero loro stessi per primi a servirsene.

Cosa resta oggi dei dialetti?

La lingua meravigliosamente fragrante di qualche anziano; nei dialettofoni di mezza età una versione delle rigogliose parlate di un tempo molto interferita dall’italiano; nei giovani ormai solo l’intonazione dei vecchi vernacoli, che rendono subito riconoscibile un bresciano, un romano o un siciliano. E il resto? Per fortuna non c’è solo barbarie. C’è finalmente anche un popolo, che per la prima volta nella sua storia parla da un capo all’altro della penisola una stessa lingua. Non è esattamente come la sognavano Dante e Manzoni, ma è finalmente una lingua nazionale.

cover del libro Così Vicini

Il suo è un saggio che mancava, come manca una seria riflessione su natura e progresso. Abbondano invece, anche con buoni risultati, le riflessioni sul viaggio “moderno”. Ma lei ha scelto di occuparsene e in effetti il viaggio è davvero un tema di portata epocale per la sua capacità di manifestare cambiamento. Aveva ragione Amleto?

Nel libro ho preso le mosse dall’esperienza del viaggio, che i velocissimi mezzi di trasporto della modernità hanno totalmente riconfigurato, ma ben presto mi sono ritrovato a un crocevia, da cui si distaccavano nuove strade che mi conducevano verso altrettante questioni cruciali del mondo nel quale viviamo. Mentre lavoravo, scoprivo che la lontananza si stava trasformando in una specie di sineddoche della contemporaneità. Attraverso una parte, diventavano visibili alcune linee significative del tutto in cui ci muoviamo. Nel giro di soli due secoli siamo passati dalla velocità dei viaggi a cavallo e delle navi a vela di circa 10 km all’ora a quella dei jet commerciali di 900. La tecnologia ha sovvertito le coordinate spazio-temporali che avevano orientato l’uomo per millenni. Quali sono state le conseguenze? Il libro studia questo problema chiedendosi, di là dalle derive tecnocratiche, se esistano dei limiti per l’esperienza umana. Come il lettore scoprirà, con i corollari della presenza, della fatica, della concretezza, dei bisogni, il corpo si rivela la chiave di volta di questo libro.

Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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