Scelte di speranza

IL REPORTAGE. Da Norcia ad Amatrice. Nelle zone del sisma insieme ai beneficiari delle donazioni fatte grazie a “La rinascita ha il cuore giovane”. Tra macerie e voglia di restare. Puntando sul futuro

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Tendopoli di San Pellegrino di Norcia (foto di Elisabetta Galgani)

Nella tendopoli di San Pellegrino di Norcia li hanno ribattezzati i “fiori della rinascita”. Sono i fiori di zafferano che Lorenzo Battistini e Ilaria Amici, fondatori dell’azienda agricola Etiche Terre – Bosco Torto, hanno portato lì, nelle prime settimane dopo il terremoto del 24 agosto, tra le tende della Protezione civile. Coinvolgendo così tutta la comunità nella “sfioritura”. In quei giorni difficili anziane, ragazzini e adulti si sono messi di buona lena a mondare uno ad uno i fiori raccolti appena dopo essere sbocciati. «Il fiore di zafferano va colto subito e la mondatura va completata il giorno stesso, pena la perdita del raccolto. Quella fioritura è sembrata a tutte le persone di San Pellegrino un segno positivo, nonostante ciò che stavamo vivendo». A raccontare quei momenti è proprio Lorenzo Battistini, 29 anni, che insieme alla sua fidanzata Ilaria Amici di 30 anni gestisce la Bosco Torto, una delle quattro aziende selezionate come destinatarie della campagna di raccolta fondi “La rinascita ha il cuore giovane”.
I primi contributi destinati ai giovani imprenditori nelle zone colpite dal sisma nel Centro Italia hanno interessato anche l’azienda “Maiale allo stato brado” di Norcia, la Santolini di Arquata del Tronto e Casale Nibbi, vicino ad Amatrice. Aziende bio e di qualità, che hanno giovani protagonisti, convinti di voler restare, nonostante tutto. A tutte e quattro sono arrivate risorse utili per realizzare qualcosa di immediato e tangibile. Come l’acquisto di un macchinario, quello di due capi di bestiame indispensabili per far ripartire l’allevamento, la posa in opera e il montaggio di una casetta prefabbricata per gli attrezzi. A 100 giorni dalla prima scossa siamo andati nelle zone terremotate per raccontare una “fioritura” che si azzarda a fare capolino. Nonostante un’emergenza che non è mai finita.

Il sogno di Bosco Torto
Lorenzo ci accoglie proprio nella tendopoli dove la comunità San Pellegrino, di circa 130 anime, vive ormai dal 24 agosto.

Lorenzo Battistini nel campo in cui verrà installata la casetta di legno (foto di Elisabetta Galgani)

«Ad un mese dal primo sisma in realtà siamo stati spostati dalla tendopoli agli alberghi dentro Norcia – commenta Lorenzo – anche se nessuno voleva farlo. Ma c’erano forti pressioni per non danneggiare il turismo. Poi il 27 ottobre sono arrivate due scosse forti, a poca distanza l’una dall’altra, di 5.4 e 5.6 gradi. E ci siamo ritrovati intrappolati dentro le mura di Norcia». Le porte di accesso erano crollate e le macchine creavano un ingorgo che bloccava l’unica via d’uscita. Da allora in poi la maggior parte della popolazione ha vissuto all’interno delle macchine o nei camper e poi di nuovo nella tendopoli. Lorenzo ci consiglia di chiedere il permesso al coordinatore della Protezione civile per fare le riprese e le foto dentro il campo.

Entrata tendopoli San Pellegrino di Norcia (foto di Elisabetta Galgani)

«Qui cambiano ogni una o due settimane e dipende da chi c’è perché le cose funzionino in un modo o in un altro».
Stavolta ci è andata bene, possiamo fare le riprese, chiaramente solo all’esterno e nella tenda dove si mangia. E proprio da lì spunta la nonna di Lorenzo, che ci prende per un gomito: «Ho 92 anni e sto qui. Abbiate cura di mio nipote, aiutate questi ragazzi perché sono davvero in gamba». L’incontro tra i saperi di generazioni diverse ha ispirato anche la nascita dell’azienda agricola Bosco Torto. Lorenzo e Ilaria, infatti, hanno deciso di recuperare una tradizione del luogo: la coltura dello zafferano. «Siamo vegetariani e volevamo fare di una nostra passione un lavoro. Io prima facevo il parrucchiere, Ilaria ha cambiato tanti mestieri. Abbiamo investito tutti i nostri risparmi, 30mila euro. E abbiamo avviato quest’azienda agricola». Alcuni dei terreni coltivati a “Superfood” (ovvero aglio nero, barbabietola rossa, bacche di Goji) e erbe officinali per la produzione di oli essenziali sono ormai andati persi poiché rientrano nella “zona rossa”, inaccessibile. «Queste colture – spiega Lorenzo – avrebbero dovuto sostenere le spese del nostro progetto di fare di Bosco Torto uno dei maggiori impianti di zafferano sul territorio nazionale».
I problemi arrivano a cascata. Con il sisma i finanziamenti bancari, legati ai fondi europei, sono bloccati: il terremoto ha fatto venire meno i requisiti richiesti. «Avevamo anche un orto biodinamico, che non è più raggiungibile purtroppo – ricorda Lorenzo – qui abbiamo sperimentato alcune tecniche per migliorare il ph del terreno usando ad esempio il latte ed anche alcune pratiche antiche, come sfruttare la presenza di fiori gialli per attirare le coccinelle che mangiano gli insetti…».

Entrata sbarrata di San Pellegrino di Norcia (foto di Elisabetta Galgani)

Mentre racconta, Lorenzo ci porta fino all’entrata sbarrata di San Pellegrino di Norcia: proprio accanto ci sono i suoi magazzini praticamente distrutti, come il laboratorio per lo zafferano. La scossa più forte, quella del 30 ottobre, per il paesino ormai completamente vuoto, è stata il colpo più duro. È venuto giù praticamente tutto, case crollate o inagibili, altre irraggiungibili.

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Gli ex magazzini dell’azienda Etiche terre – Bosco Torto (foto di Elisabetta Galgani)

Eppure quest’ennesimo evento non ha fermato Lorenzo e Ilaria. I 120mila bulbi di zafferano, recuperati dai vigili del fuoco insieme a una parte del materiale di lavoro, sono stati messi miracolosamente a dimora, grazie all’aiuto di parenti e amici. Per la sua lavorazione, dopo quei primi giorni di tendopoli, la Caritas ha prestato un suo camper e oggi si sono trasferiti in appoggio nel laboratorio di un amico a Roma.
Lorenzo ci porta con orgoglio nel suo campo, dove presto si coltiverà zafferano insieme alle lenticchie.

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(foto di Elisabetta Galgani)

«Abbiamo avuto la fortuna di conoscere delle persone straordinarie durante questo sisma. Come un nostro vicino di casa che fa l’agronomo e ci ha spiegato la complementarietà delle due piante». Le lenticchie rilasciano delle sostanze nutritive per lo zafferano e viceversa. E proprio qui grazie ai fondi de “La Rinascita ha il cuore giovane” sarà montata la casetta in legno donata a Legambiente da Leroy Merlin e destinata dall’associazione all’azienda agricola. Con il contributo assegnato verranno anche ricomprati alcuni attrezzi andati perduti. Lorenzo sorride e sogna: «Il nostro progetto più grande è trasformare l’intera zona in una sorta di Provenza italiana. Tutta dedicata alle erbe officinali, naturalmente coltivate biologicamente, senza pesticidi, nel rispetto dei territori. Come l’elicriso, la menta, la melissa… Già ci sono, nascono spontaneamente, grazie alla tutela del Parco nazionale dei Sibillini. Basta allargare lo sguardo per vederle». È un racconto continuo di tutti i progetti che hanno in cantiere mentre ci invita a mangiare con loro, nella tenda comune. Purtroppo il tempo stringe: la tappa successiva è l’azienda di Valentina Fausti, “Maiale allo stato brado” di Norcia e ci rimettiamo in cammino.

La scomparsa delle sorgenti
La famiglia Fausti a Norcia produce un prosciutto davvero unico al mondo: i loro maiali sono stati studiati anche dall’Università di Siena, le loro carni hanno lo stesso tasso di colesterolo del merluzzo. Merito di come sono allevati: totalmente liberi, nel bosco, senza antibiotici, né mangimi, né chimica. I loro prodotti sono apprezzati in tutto il mondo, e sono arrivati anche alla Casa Bianca, sulla tavola di Michelle Obama. Valentina ha raccontato spesso come il sisma non li abbia davvero risparmiati. Ad agosto tira giù casa e stalla e a fine ottobre rende inagibili il negozio che è ormai in zona rossa e il laboratorio in cui è caduto il tetto. «A Norcia eravamo in 4mila, siamo rimasti solo in 600 – spiega Valentina – Solo gli allevatori e le imprese che ancora funzionano sono rimasti. Tutti gli altri hanno abbandonato il paese e vivono ormai in albergo a Perugia e a Corsciano, sul Lago Trasimeno».
Tutta la famiglia di Valentina vive in un container, «non della Protezione civile ma di un privato che ce lo ha prestato». L’urgenza era quella di rimanere accanto al loro lavoro, il pericolo dei predatori è molto forte: il container è stato tirato su nella zona industriale di Norcia accanto al laboratorio ormai inagibile. «L’attività di produzione è ferma senza il laboratorio, quindi stiamo vendendo tutto quello che ci rimane. Un privato ci ha donato delle capannine e la comunità montana ci ha aiutato a montarle, sono un vero e proprio riparo per i maiali che non possono più scendere a valle nel bosco perché mancando spesso l’elettricità, non funziona più la recinzione elettrica che divideva l’allevamento dal paesino di Norcia». I 100 ettari iniziali sono diventati 98. Ma la scossa è stata così forte da aver cambiato la “topografia” di questi luoghi, dentro il Parco dei Monti Sibillini. L’emergenza più grande per l’azienda è la scomparsa delle tre sorgenti d’acqua usate per dare da bere ai maiali. Per questo “La rinascita ha il cuore giovane” ha destinato il suo contributo all’acquisto di una cisterna con sei beccucci che farà da abbeveratoio dei suini. Ma la speranza più grande è di ritrovare i filoni di acqua scomparsi con il sisma di ottobre. Quel giorno, la faglia è passata in mezzo alle sorgenti, chiudendole.

Allevatori e pendolari

Pretare crollata (foto di Elisabetta Galgani)

La trasformazione geografica di queste zone è visibile nella strada che separa Norcia da Arquata del Tronto. Un percorso che sembra infinito eppure secondo il navigatore sono solo 70 chilometri. Non c’è solo la natura a prendere il sopravvento, con i suoi monti, i boschi e i tornanti ma è l’approssimarsi dell’epicentro del sisma a rendere tutto più difficile. Non solo visivamente. Ci sono strade chiuse, cavalcavia sbarrati, segnali stradali con il drappo nero sopra. Ad un certo punto c’è un intero paese che frana quasi sulla carreggiata, tanto da aver ridotto lo scorrimento ad una sola corsia: è Pescara del Tronto letteralmente schiacciata dal sisma. E poi: case sventrate, fabbriche chiuse, borghi fantasma, tendopoli e dappertutto vigili del fuoco, protezione civile, polizia, carabinieri. Si va piano, sia per sentirsi più sicuri, sia perché si rimane storditi dalla violenza degli effetti del sisma.

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(foto di Elisabetta Galgani)

Arriviamo ad Arquata del Tronto all’imbrunire, c’è l’esercito che sbarra la zona rossa. Ma per varcare la soglia serve un permesso giornaliero che viene rilasciato solo agli allevatori e alle aziende per compiti specifici. Per raggiungere Valentina Trenta dell’azienda Santolini entriamo nella zona rossa. Non sappiamo che ci attendono quattro chilometri di tensione. Attraversiamo le frazioni di Camartina e Piedilama a passo d’uomo. Qui la vita si è fermata. C’è una cucina appesa al secondo piano, una delle quattro pareti non c’è più: una lavatrice “a vista” racconta di una vita domestica interrotta. Tetti concavi e silenzio. Arriviamo a Pretare, alle falde del Monte Vettore. Di quello definito dagli abitanti “il paese delle fate” sono rimaste solo le macerie. Ad accoglierci c’è Valentina Trenta, 29 anni, dell’azienda Santolini, con sua madre che è la titolare. A fare la spola per accompagnarci e proteggerci anche il pastore maremmano dell’azienda che è l’unica presenza viva che rimarrà durante la notte.

Valentina Trenta con la madre titolare dell’azienda Santolini (foto di Elisabetta Galgani)

La famiglia di Valentina infatti ormai abita a San Benedetto del Tronto, in un albergo.
«È dura fare avanti e indietro tutti i giorni per curare l’azienda», racconta Valentina. Un’azienda familiare la loro, formata da lei, dal fratello Mirko, di 34 anni, e dai genitori. Allevano in modo naturale una mandria di 20 capi di razza marchigiana Igp, poi pecore e galline. Coltivano in maniera biologica patate rosse e bianche, lenticchie e fagioli, usando una lavorazione tradizionale, con semina manuale e senza alcun tipo di concime chimico, a parte il letame del bestiame dell’azienda.

 

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(foto di Elisabetta Galgani)

«Il problema è che appena uno va via, tutto va in malora – continua Valentina – È successo con le scosse che hanno danneggiato la stalla e due capi bestiame sono scappati e non sono più tornati. Ieri sera ad esempio sono nati due agnellini: li teniamo dentro un casottino e con l’aiuto del cane tentiamo di difenderli dai lupi e dai cinghiali, predatori che appena ce ne andiamo scendono. Il sisma ci ha fatto perdere due bovini, due ovini, due agnelli nati da poco e quasi la metà della produzione di patate, perchè abbiamo dovuto interrompere il raccolto: quei campi ormai sono irraggiungibili».

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(foto di Elisabetta Galgani)

La raccolta fondi sarà destinata proprio all’acquisto di due manze gravide da allevamento biologico.
La madre di Valentina è rimasta in disparte tutto il tempo, lasciando spazio alla figlia perché parli anche per lei. Solo all’ultimo ci saluta con una frase che racconta angosce e determinazione: «Siamo nati come azienda nel 2008, speriamo di superare tutto questo e continuare con la nostra attività».

Il Casale tutto bio

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Amelia Nibbi (foto di Elisabetta Galgani)

È ormai buio quando arriviamo a Casale Nibbi, azienda agricola e caseificio vicino ad Amatrice. Ma sono solo le cinque del pomeriggio. Amelia Nibbi, 32 anni, sta caricando su un furgone casse di formaggi, mentre la sorella Mariagrazia, 24 anni, è impegnata a confezionare prodotti. Mariagrazia si affaccia e ci chiede se due ore prima abbiamo sentito le ultime due scosse, entrambi con più di 3 punti di magnitudo. Ha il cellulare sempre connesso al sito dell’Ingv che la aggiorna continuamente sullo sciame sismico. Il fratello Giuliano, 28 anni, è sul trattore e porta da mangiare alle mucche. «Qui ci sono giornate che si attacca a lavorare alle sei e si finisce alle dieci», ci racconta durante una pausa. L’elenco dei danni del terremoto è lungo: inagibili il punto vendita aziendale e la concimaia del liquame, lesioni serie al caseificio (ancora in attesa di un parere di agibilità) e al casale. Ma i ragazzi, l’ultima delle cinque generazioni che ha gestito Casale Nibbi, lavorano senza sosta.

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Maria Grazia Nibbi al lavoro nel caseificio (foto di Elisabetta Galgani)

L’edificio in cui vivono è uno dei pochi che non è crollato la sera del 24 agosto, mentre tutta Amatrice spariva sotto le macerie. Amelia ci racconta la storia dell’azienda familiare con orgoglio: «Siamo bio da quando ancora il biologico non era di moda. Era il 1999 e nessuno capiva che cosa stavamo facendo».

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(foto di Elisabetta Galgani)

L’azienda è grande: si estende per 90 ettari, 10 destinati a frutteto e 80 tra cereali e prati per il pascolo. Amelia ci mostra i danni al punto vendita e al caseificio e ci accompagna fino alle stalle. «Siamo divisi in due parti, una dedicata all’ortofrutta (mele, ciliegie, patate e topinaumbour, ndr) e una parte lattiero-casearia, con 150 vacche da latte, un caseificio per fare yogurt, mozzarelle e formaggi».

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(foto di Elisabetta Galgani)

Con le varie scosse alcuni macchinari si sono rovinati. Uno in particolare si è spaccato, ci lavorano ancora ma non funziona come dovrebbe. «Con i fondi della campagna abbiamo pensato di ricomprare quello che ci serve per il formaggio».

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Il macchinario rotto che la raccolta fondi sostituirà. (foto di Elisabetta Galgani)

Davanti alla parola “futuro”, Amelia sembra non scomporsi. «Continueremo ad essere bio, perché è una scelta che ci fa piacere perseguire e perché il territorio ce lo permette». Oltre al sisma Casale Nibbi deve affrontare anche un’altra emergenza in questo momento: la mancanza di lavoratori. La maggior parte delle persone ha preferito allontanarsi, rendendo complicata l’attività produttiva. Amelia ha un momento di esitazione: «Noi siamo qua, siamo rimasti quando se ne sono andati via tutti e stiamo lavorando tantissimo. La solidarietà che c’è in questo momento è grande. E spero che non ci si dimentichi di queste zone. Questa è la nostra più grande paura». Amelia ce lo chiede esplicitamente stavolta: «Non lasciateci soli».

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Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi scrive per la rivista, segue l'online e non solo. Interessata ai social media, da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni giornalistiche quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti" e come autrice testi in Rai. È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it