Sblocca Cantieri, fotografia di un Paese in subappalto

Con l’approvazione del decreto il governo promette di rimettere in moto piccole e grandi opere. Ma il rischio dell’apertura di un’autostrada per l’illegalità è concreto / Dal mensile di maggio 2019

L'immagine dei cantieri in corso a L'Aquila

Dal Mensile Icon
Strada spianata ai subappalti e agli affidamenti diretti senza bandi di gara, allentamento dei controlli e norme più morbide per consentire alle aziende di ambire a un “cantiere al sole”. Il tutto con l’obiettivo di rimettere in moto grandi e piccole opere pubbliche del Paese, provando a spostare in avanti dello 0,1% la crescita del Pil nel 2019 in accoppiata al decreto “Crescita”. Nelle maglie larghe dello “Sblocca cantieri”, approvato a ne marzo dal governo, si intravedono però non pochi punti critici, come ha confermato il monito allarmato del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) Raffaele Cantone, che non ha esitato a parlarne come di “un’autostrada all’illegalità”. Il rischio che questo decreto possa definire per innescare un graduale smottamento delle basi su cui sono poggiati il nuovo Codice degli appalti del 2016 e l’obbligatorietà del Gpp (Green public procurement) è dunque concreto.

A far discutere è soprattutto la decisione di innalzare dal 30 al 50% il tetto massimo della quota di affidamento dei lavori in subappalto da parte dell’impresa principale. Desta poi perplessità la soglia dei 200.000 euro, al di sotto della quale le pubbliche amministrazioni possono assegnare gli appalti senza gara ma con una procedura negoziata alla quale devono partecipare almeno tre operatori, il che riduce sensibilmente i margini di una reale concorrenza fra le offerte. Oltre i 200.000 euro, invece, la gara a procedura aperta è obbligatoria ma i lavori verranno aggiudicati al massimo ribasso, fatta esclusione delle offerte anomale. È stato invece messo da parte, alla ne, il meccanismo del silenzio-assenso dopo 60 giorni per gli interventi chiesti dai commissari straordinari per sbloccare o rielaborare progetti di opere pubbliche in territori sottoposti a tutela per i beni culturali e paesaggistici.

Proiettata sul sistema Paese la somma di queste misure potrebbe facilmente tradursi in un abbassamento generale della qualità delle opere e della sicurezza sul lavoro, disegnando una sorta di comfort zone tagliata su misura per le infiltrazioni della criminalità organizzata.

Se è dunque innegabile che c’è il bisogno per lo sviluppo del Paese di sbloccare i cantieri fermi (circa 600 secondo le ultime stime della Filca Cisl, vedi box), è altrettanto evidente il rischio di “creare condizioni diverse opera per opera, territorio per territorio, con una discrezionalità delle stazioni appaltanti enorme”, come sottolineato dal segretario della Fillea Cgil (sindacato dei lavoratori delle costruzioni) Alessandro Genovesi.

Lo sfondo desolante di questo decreto continua a essere l’assenza, in questo governo come in quelli che lo hanno preceduto, di una visione d’insieme delle opere di cui comunità e territori necessitano realmente. Una visione che invece emerge con chiarezza nel recente dossier di Legambiente sulle “opere utili”, risultato di segnalazioni e proposte avanzate dai circoli dell’associazione ambientalista.

Dal rapporto emerge l’immagine di un’Italia da ricostruire, puntando però non sulle colate di cemento e su strade e autostrade ma su infrastrutture e linee di collegamento efficienti ed ecosostenibili. Come la bretella ferroviaria per connettere il porto di Gioia Tauro in Calabria, il più grande terminal per il transhipment del Mediterraneo, con la rete ferroviaria. Annunciato nel 2012, il progetto prevede investimenti pari a 40 milioni di euro, per metà a carico dell’Autorità portuale, ma da allora continua a rimanere sulla carta per contrasti fra le amministrazioni locali e R . In Toscana fra le priorità c’è la messa in sicurezza del tracciato di superstrada lungo l’Aurelia. Sono state create quattro corsie senza pedaggio, ma rimangono ancora scoperti circa 80 km fra Grosseto e Tarquinia, compreso il pericoloso tratto di Capalbio. Così come restano in alto mare il cabotaggio costiero del trasporto merci e il potenziamento della linea ferrovia per il traffico passeggeri da Roma a Genova, che permetterebbero di alleggerire sensibilmente i trasporti su gomma. C’è poi il paradosso di Matera, unico capoluogo di provincia del Paese non collegato alla rete ferroviaria nazionale a scartamento ordinario. Un tratto ferroviario di 29 km collegherebbe la città alle direttrici di Bari e Napoli al costo di oltre 300 milioni di euro. La speranza è che il termine dei lavori fissato da Rfi per il 2023 venga rispettato, nonostante sia ormai passato il treno del 2019, anno che vede Matera “capitale europea della cultura”.

«Uno dei problemi è che nel passaggio da un governo all’altro si disfa ciò che di buono è stato fatto e che può essere migliorato, producendo ulteriori ritardi e incertezze – spiega Maria Maranò della segreteria nazionale di Legambiente – Un esempio è dato dall’eliminazione, a poco più di un mese dell’insediamento di questo governo, della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche promossa dal precedente esecutivo. Una scelta miope per un Paese a elevato rischio idrogeologico e con tre procedure d’infrazione europee per mancata depurazione, di cui due sfociate in condanna, e con una multa di svariate centinaia di milioni di euro».

Nell’indagine di Legambiente si affrontano poi molti altri nodi in cui è rimasto avvinghiato lo sviluppo del Paese: lo stop dei Comuni campani all’installazione di impianti a biogas per lo smaltimento dei rifiuti, gli abbattimenti degli abusi edilizi, le mancate scelte sul deposito nazionale delle scorie nucleari, le boni che dei territori inquinati, la ricostruzione dei territori devastati dai terremoti degli ultimi anni. Sciogliere questi nodi significherebbe muovere un’economia sana e rendere l’Italia più salubre ed efficiente. Ma sbloccare cantieri con il solo scopo di “smuovere” il Pil non servirà a centrare questo obiettivo.

Inchiesta pubblicata su La Nuova Ecologia – maggio 2019