Sardegna, l’invasione delle cavallette nei campi

In Sardegna spopolamento delle campagne interne, temperature alte e siccità hanno favorito il proliferare delle cavallette. Nell’ultimo anno l’area colpita è decuplicata  /Ascolta il podcast dell’articolo su La Nuova Ecologia Radio /Invasione di cavallette, emergenza in Sardegna e India

 

testo e foto di MARCO CARLONE e DANIELA SESTITO

Dal mensile di settembre – Quello che vedete adesso è niente rispetto a fine maggio» racconta Alessandro passeggiando sul bordo di un grande pascolo ormai ingiallito. «Il giorno in cui abbiamo tosato le pecore questi muri erano totalmente ricoperti dagli sciami, non si vedeva neanche il cemento» dice indicando la casetta di campagna dove ripone gli attrezzi. Alessandro è un pastore di Bolotana, un paese della valle del Tirso nel cuore della Sardegna. Insieme ad altre centinaia di agricoltori e allevatori, da aprile ha subìto le conseguenze di un’invasione di milioni di cavallette. Questa specie, nota come locusta del Marocco, aveva già colpito la stessa zona nell’estate del 2019, interessando una superficie di circa 2.000 ettari. «Ma nel giro di un solo anno l’areale invaso è decuplicato, toccando i 20-25.000 ettari a giugno – spiega Alessandro Serra, presidente di Coldiretti Nuoro – Adesso non c’è niente da fare per i pascoli attaccati dagli sciami. Le cavallette sono grosse e migrano rapidamente di campo in campo». Il fenomeno ha creato non pochi problemi all’economia locale, e secondo le stime di Coldiretti a giugno aveva già colpito 200 aziende. Questi insetti divorano la parte più proteica e nutritiva di piante coltivate e spontanee, lasciando poco o nulla di erbai, orti, pascoli e persino giardini. A fine giugno, secondo le rilevazioni di Laore – Agenzia regionale per l’attuazione dei programmi agricoli, nel perimetro interessato dal passaggio degli sciami, il 68% delle colture aveva subìto danni per più del 50% sulla produzione finale. C’è chi, come Giovanni, ha deciso di raccogliere i propri prodotti in anticipo per donarli alla Caritas piuttosto che abbandonarli agli sciami. O chi, come Riccardo – un pastore di Orotelli – si è dovuto far spedire balle di fieno dall’Italia continentale per nutrire le sue pecore. Nei suoi campi sono rimasti solo steli duri, inservibili come foraggio. Negli abbeveratoi per il suo gregge un cumulo di cavallette affogate testimonia la consistenza dell’invasione, che nei punti di maggior concentrazione ha raggiunto i 300-400 esemplari al metro quadro. «Ho messo persino una rete nella canna fumaria per evitare che entrassero in casa», racconta rammaricato.

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Una storia che si ripete
Le cavallette non sono però una novità nell’isola. «I sardi le hanno combattute con ogni mezzo. Con l’arsenico a inizio ’900, con i lanciafiamme negli anni ’30. Dopo la Seconda guerra mondiale, una grande invasione richiese addirittura l’intervento dell’intera popolazione e dell’esercito», spiega il professor Roberto Pantaleoni, entomologo dell’Università di Sassari. In seguito, la meccanizzazione agricola coincise con una progressiva flessione delle invasioni: con l’aumento dei terreni coltivati veniva meno l’habitat ideale per questi insetti, ossia gli spazi incolti e desolati. Negli ultimi anni, però, con lo spopolamento delle campagne interne, il trend è tornato a crescere.
L’entomologo Ignazio Floris dell’Università di Sassari ha studiato le recenti infestazioni sull’isola, individuando anche nei trend climatici e nell’aumento delle temperature dei fattori diretti che favoriscono lo sviluppo degli insetti. «Negli ultimi anni abbiamo vissuto andamenti climatici bizzarri e particolarmente siccitosi in estate e in primavera, e questo sicuramente è fra gli elementi che predispongono il fenomeno – sottolinea – La temperatura influisce sulle condizioni del suolo e sulla risorsa idrica, e le cavallette hanno bisogno di suoli aridi, oltre che abbandonati, per deporre le uova. Inoltre, sono animali a sangue freddo, per cui un aumento di temperatura accelera il loro ciclo biologico». 

Soluzioni per il futuro
Con l’avanzare dell’estate, le cavallette si sono disperse alla ricerca di campi in attività vegetativa, verso la bassa valle del Tirso e l’area del Goceano. Tra metà maggio e fine giugno, il direttore di Laore, Marcello Onorato, si è coordinato con gli agricoltori per capire la direzione degli sciami, mappando il perimetro dell’infestazione con la tecnologia Gis. Racconta che a guidarlo sono stati talvolta gli stormi di gabbiani che, volteggiando sui campi, giungevano fin dal mare per cibarsi delle cavallette. «Per contenere le infestazioni, è necessario bloccarle nella fase iniziale», spiega. Non potendo agire sugli andamenti climatici, per evitare il riproporsi dell’invasione nel 2021, sarà necessario mettere in atto le opere di prevenzione prima della prossima primavera. «Una misura efficace – dice – è l’aratura autunnale dei terreni, che espone le uova deposte ad agenti atmosferici e predatori naturali, come uccelli e insetti, e riduce il numero di nascite». L’alternativa, precisa il professor Floris, è eliminarle in stadio ninfale, ossia quando, ancora prive di ali, si muovono in un’area limitata, formando nugoli concentrati. Alcuni focolai durano due o tre anni, e in determinate condizioni le generazioni di cavallette possono sopravvivere più a lungo. Per contrastare altre invasioni nei prossimi anni servono azioni preventive. Le chiedono la comunità di allevatori e agricoltori sardi. 

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