Sani, buoni e al giusto prezzo

Una crescita impetuosa, nonostante la crisi. Di consumatori e fatturati. Parlano gli imprenditori  protagonisti del boom dell’agricoltura biologica. E avvertono: dobbiamo tutelare il made in Italy
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Gli italiani mangiano sempre più sano e consapevole, in una parola: “biologico”. Cinque milioni di famiglie acquistano cibi di qualità prodotti senza l’uso di chimica, con cura e riguardo verso la salute e l’ambiente. In un solo anno le famiglie che si alimentano abitualmente di bio sono aumentate di un milione, a testimonianza di una realtà in costante crescita. Il settore in Italia ha infatti raggiunto un fatturato di 1,33 miliardi di euro, con le vendite aumentate del 19,7% fra aprile 2016 e marzo 2017. I protagonisti di questo successo si riuniscono dall’8 all’11 settembre a Bologna per “Sana”, il salone internazionale del biologico e del naturale giunto alla XXIX edizione. Dove, ai tradizionali padiglioni riservati all’alimentazione biologica, quest’anno se ne aggiungono due dedicati alla cura del corpo naturale e bio. Dalle botteghe agli ipermercati, le etichette biologiche conquistano sempre più spazio: su 100 nuovi prodotti negli scaffali, ben 23 sono bio. E chi pensa che acquistare biologico sia snob e di nicchia deve ricredersi. Secondo il rapporto dell’istituto Nielsen, presentato in primavera da Assobio, il biologico è entrato nei menù delle famiglie con reddito sia sopra che sotto la media e scende soltanto in quelle a basso reddito. Non a caso le vendite sono cresciute oltre la media nei discount (+31,7%) e nei supermercati di prossimità (+23,5%). Sono comunque i supermercati (con vendite per 609 milioni, +19,8%) e gli ipermercati (409 milioni, +16,7%) a fare la parte del leone. Il bio oggi pesa per il 3,4% delle vendite alimentari (era al 2% nel 2013) e gli acquisti dei consumatori nei supermercati sono più che triplicati dal 2009. È bio il 52,8% di tutta la pasta integrale e “speciale” venduta in Italia, il 32,7% delle bevande vegetali sostitutive del latte, il 30,1% di confetture e marmellate, il 19% di legumi e cereali, il 14,5% delle uova, l’8,3% delle farine. Anche quella del vino bio è una storia di successo: nel 2016 le vendite sono cresciute del 34% rispetto all’anno precedente. E la fetta più grossa del giro d’affari complessivo è realizzata sui mercati internazionali, perché se il vino italiano piace, quello italiano e bio è apprezzato ancora di più: il suo export lo scorso anno è aumentato infatti del 40%, a fronte del 4% di crescita delle esportazioni totali di vino, come evidenzia lo studio “Wine monitor” di Nomisma. Aumentano di conseguenza anche gli operatori del settore: a fine 2016 erano già 60mila (+8% sul 2015) fra produttori e trasformatori. E cresce la superficie coltivata secondo il metodo biologico, che in percentuale arriva al 12% della superficie agricola utilizzata.

Una legge per migliorare
Un vero e proprio boom che ha fatto scattare l’esigenza di una nuova legge. Così, lo scorso 2 maggio, la Camera ha approvato un testo intitolato: “Disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola e agroalimentare con metodo biologico”. La proposta di legge punta a favorire, promuovere, diffondere e semplificare il settore, disciplinando le autorità e gli organismi competenti, gli strumenti finanziari per il sostegno della ricerca, l’informazione e l’impiego di prodotti bio da parte di enti e istituzioni. La norma obbliga anche il ministero delle Politiche agricole e forestali ad adottare un piano d’azione nazionale per la conversione delle aziende al metodo bio, rafforzando il ruolo di quelle piccole nella filiera, ma soprattutto migliorando il sistema di controllo e certificazione a garanzia della qualità. Un punto sul quale il governo è già intervenuto approvando a giugno un decreto legislativo sui controlli della produzione agricola e agroalimentare biologica (vedi intervista al ministro Martina a pag. 14). Un ultimo importante aspetto fissato dalla legge, in attesa dell’approvazione del Senato, è la definizione dei distretti biologici: territori naturalmente vocati al bio, che la legge riconosce e promuove a tutela delle produzioni colturali, di allevamento e di trasformazioni tipiche locali. «La legge sull’agricoltura bio sarà un passo in avanti di notevole importanza – commenta Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente – Non solo favorirà lo sviluppo del settore con la crescita della superficie agricola libera da pesticidi, che noi chiediamo arrivi al 20% entro il 2020, ma darà priorità ai biodistretti e alle reti d’imprese. Questo è un passaggio molto importante, perché l’agricoltura italiana è fatta da piccole e piccolissime imprese che devono fare rete mantenendo la loro dimensione. I biodistretti già esistenti hanno dimostrato che gli agricoltori diventano protagonisti nel territorio ponendosi obiettivi di tutela dei paesaggi, della biodiversità e delle risorse naturali. Inoltre, nei biodistretti gli agricoltori che vogliono cambiare e passare al biologico ricevono un supporto tecnico, perché non è facile fare bio seriamente e avere sul territorio chi ti dà consigli tecnici aiuta molto». Coltivare bio vuol dire anche riscoprire tecniche antiche e prodotti dal sapore di una volta. «Sembra che il biologico sia qualcosa di nuovo, invece appartiene alla storia degli agricoltori del Mediterraneo, a quella dei nostri nonni e avi che facevano un’agricoltura biologica sostituita soltanto negli ultimi decenni dall’avvento degli integratori chimici», racconta Enzo Cardone, titolare insieme al fratello Luigi del pastificio Cardone, che produce con grano bio coltivato nel cuore della Puglia, nelle campagne di Brindisi e della bassa provincia barese, e ha anche rilanciato la coltivazione della varietà di grano Senatore Cappelli. «La Puglia si presta a diventare terra di biodistretti – riprende l’imprenditore – Ci sono molte aziende agricole biologiche sul territorio e molte sono nella fase di conversione al biologico, che dura tre anni. Inoltre molte imprese che facevano foraggi per zootecnia si stanno convertendo alla semina di grano, diversificando le qualità». Il pastificio Cardone è cresciuto nel territorio di Fasano, a metà strada fra Brindisi e Bari. E al territorio restituisce valore aggiunto: è la seconda azienda ad aver avuto il riconoscimento “Qualità Puglia”, che permette di rintracciare tutta la filiera dal campo alla tavola. «Noi non abbiamo mai pensato di svilupparci senza stare sul territorio – aggiunge il titolare – e oggi ci presentiamo forti di questo anche a livello internazionale. Cerchiamo di raccontare la nostra storia, di spiegare che abbiamo ripreso la tradizione delle nonne che facevano in casa le orecchiette, le strascinate, la pasta tipica pugliese. Raccontiamo le nostre tradizioni ai tanti turisti che affollano le masserie».

 Occhio al portafoglio
Ma come ogni settore che cresce, anche il bio deve guardarsi da chi cerca occasioni per speculare con frodi e truffe. «I consumatori sono sempre più consapevoli – riprende Cardone – E devono essere attenti all’etichetta, se indica prodotti “europei” o “non europei”. Noi consigliamo di consumare bio da materie prime prodotte in Italia». Occhio anche al prezzo: «Una pasta bio può costare un 30% in più perché nel prezzo influisce il costo maggiore delle materie prime. La differenza di prezzo finale però è anche uno stimolo per l’agricoltore che produce con il metodo bio». Un ragionamento che fanno molti produttori italiani. Fernando Favilli, titolare di Probios, azienda toscana leader in Italia nella distribuzione di alimenti biologici e presente in 52 Paesi nel mondo, ne fa anche un discorso di etica. «Se voglio dare forza al nostro Paese, scelgo prodotti italiani. Siccome in tutto il mondo invidiano le materie prime italiane, noi dobbiamo difenderle per avere qualcosa da spendere a livello commerciale. Oltre al fatto che se voglio mantenere la bellezza italiana devo coltivarla, difendendo l’ambiente e la sua diversità. All’Italia, infatti, serve coltivare bio, non ogm. Serve coltivare i nostri 150 tipi di pomodori, non uno solo, perché se trovo e apprezzo le differenze fra una conserva fatta con pomodori di Ferrara, pugliesi o della Maremma, figuriamoci se uso i pomodori cinesi». Il prodotto italiano, poi, ha il vantaggio di viaggiare poco e arrivare più fresco al consumo. «La speculazione sui prezzi può portare alla vendita di materie prime agricole ferme anche da due anni nei silos – avverte Favilli – In Italia, invece, molti mulini lavorano in rapporto diretto con i produttori e con contratti “in semina”, dove il grano è venduto prima del raccolto. Per non parlare dei controlli maggiori e non paragonabili a quelli effettuati negli altri Paesi. Inoltre le nostre aziende i controlli li fanno “in casa”, non hanno certo interesse che ci siano scandali».

L’ingrediente fa la differenza
Anche un cibo venduto come bio, insomma, potrebbe non essere di qualità. La trasformazione delle materie prime in prodotti finiti è un passaggio fondamentale, da controllare in etichetta. «Non basta mettere la scritta “bio”, non tutto è uguale – dice Favilli – Se faccio una composta di 200 grammi con il 40% di zucchero o di pectina posso scrivere che è biologica, ma sarà diversa da una che su 200 grammi ha 150 grammi di frutta bio. Ecco perché andrebbe indicata la percentuale degli ingredienti usati, visto che il bio deve avere una valenza nutrizionale superiore. A un prezzo che può essere del 20 o 30% maggiore dei prodotti convenzionali, è vero. Noi però usiamo materie prime italiane, paghiamo il giusto gli agricoltori e i trasformatori, senza sfruttarli, e facciamo prodotti buoni con amore. Il consumatore non chiede se il cibo è caro, ma se è biologico. E fatto bene». Corsi di cucina, programmi televisivi con cuochi star, successo del turismo lento che riscopre luoghi e tradizioni locali. Negli ultimi anni è cresciuta negli italiani la consapevolezza di ciò che fa bene e quello che bisogna evitare, nella vita come a tavola. «Chi compra biologico vuole approfondire la conoscenza dei prodotti e percepisce l’importanza di un’alimentazione sana e sicura, anche a fini salutistici, scegliendola rispetto ad altre spese – commenta Diego Pagani, presidente di Conapi, il consorzio nazionale degli apicoltori – L’Italia ha nella qualità e nella cultura del cibo il suo patrimonio più grande, più di quello artistico. Ecco perché controlli sempre più stringenti alle frontiere, come presso gli operatori del nostro territorio, diventano indispensabili per garantire il consumatore e i produttori virtuosi. Bisogna concentrare gli sforzi per garantire chi lavora con fatica tutti i giorni per portare sulle nostre tavole un cibo sano e allo stesso tempo chi fa delle rinunce per poterlo comprare pagando il giusto prezzo ai produttori».

Patto fra città e campagna
Cura del cibo, ma anche del territorio in cui questo cibo è prodotto. È la ricetta di chi pensa che coltivare significhi piantare il seme di una trasformazione sociale. Come propone Lucio Cavazzoni, presidente del gruppo Alce Nero, il marchio che riunisce oltre mille agricoltori, apicoltori e trasformatori biologici impegnati dagli anni ‘70 in Italia e nel mondo. «Per noi il biologico non è una semplice ricetta agricola – spiega Cavazzoni – è un processo di attenzione e riconversione di un territorio, la riproposizione di un’agricoltura artigiana, familiare e partecipata. Non ci deve essere un campo di 20 ettari di cipolle, ma più colture che si intervallano fra loro, con una rotazione molto veloce, che riservi spazi agli animali, alla riforestazione e al camminare in campagna della gente. Chi fa il grano deve fare il pane, chi ha l’allevamento bovino il latte. E gli allevamenti devono essere relativamente piccoli, di 40-50 animali, che siano sostenibili con lo sviluppo dell’azienda agricola. Noi questo tipo di produzione la chiamiamo agricoltura sociale. Infine – aggiunge il presidente di Alce Nero – il biologico deve essere un patto fra la città e la campagna: quest’ultima deve cambiare e soddisfare il fabbisogno alimentare della città, con cibo sano, buono e non con sottoprodotti industriali». Un modo anche per accorciare le filiere di distribuzione e contenere i costi, per permettere a sempre più persone di alimentarsi con cibo di qualità. «Non dobbiamo pretendere prodotti fuori stagione ma cambiare il modo di fare la spesa, i gruppi di acquisto sono un buon modello, cambiando il sistema di vendita. Un prodotto biologico costa dal 10 al 25% in più di uno convenzionale, possiamo però ridurre i passaggi dell’intermediazione per contenere i costi». Insomma, la filiera corta esalta le potenzialità di un settore in crescita: gli ingredienti giusti, sani e buoni ci sono. Basta cercarli, senza andare lontano.