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“2119 – La disfatta dei Sapiens”. Intervista a Sabina Guzzanti

Dal mensile – Autrice, attrice e regista, già nota al grande pubblico per numerosi lavori, Guzzanti si cimenta per la prima volta nella narrativa e lo fa con un libro che racconta l’incubo in cui potremmo precipitare nel prossimo futuro se non sapremo innescare un cambiamento.

Una catastrofe climatica planetaria ha reso il mondo ancora più diseguale, con miliardi di migranti ambientali costretti a vivere di stenti sulle terre risparmiate dall’aumento del livello dei mari. Un governo formato da una élite ricchissima e potente si spartisce le risorse ecologiche e finanziarie, attingendo alla nuova fonte di profitto: i dati personali. Il pieno controllo di internet da parte di un consorzio di multinazionali è al servizio di questo nuovo ordine sociale, gerarchico ed estrattivo. È il futuro distopico, forse neppure tanto lontano, in cui ci proietta 2119 – La disfatta dei Sapiens, il primo romanzo di Sabina Guzzanti.

Autrice, attrice e regista, già nota al grande pubblico per numerosi lavori, Guzzanti si cimenta per la prima volta nella narrativa e lo fa con un libro che racconta l’incubo in cui potremmo precipitare nel prossimo futuro se non sapremo innescare un cambiamento. Un ruolo, questo, che spetta innanzitutto alla politica, asservita completamente – nel romanzo – al volere delle classi più abbienti. Ma anche alla libera stampa, che può svegliare le coscienze intorpidite. In 2119 è proprio da un gruppo di giornalisti, attraverso un sito di controinformazione che affida ai gattini messaggi politici, che parte la riscossa contro il Consorzio, nello sforzo estremo di cambiare le sorti compromesse del pianeta e dei suoi abitanti. Nella loro crociata incontreranno attivisti per la democrazia e hacker capaci di mandare in tilt l’algoritmo che piega l’umanità agli umori della ricca minoranza. Anche nel mondo reale dovremmo lanciare questa rivoluzione, che è prima di tutto culturale sembra dire l’autrice fra le righe. Ma per farlo bisogna mettere in discussione il nostro modo di vedere il mondo, ritrovando la solidarietà e il mutualismo, praticando la cura dell’ambiente e il rispetto delle altre forme di vita, fuori dalla logica del dominio. Ecologia, antispecismo e altruismo sono, per Sabina Guzzanti, i valori capaci di curare le ferite della diseguaglianza e coltivare una democrazia davvero partecipativa. Il libro, quasi 400 pagine, scorre rapido sotto gli occhi del lettore, anche perché condito dal tono ironico e canzonatorio dell’autrice. L’abbiamo intervistata per conoscere il “dietro le quinte” di questo suo debutto.

Come è nata l’idea di questo libro e perché ha scelto di scrivere un romanzo?

Volevo fare un romanzo da tempo ma non avevo mai cominciato a scrivere per mancanza di coraggio. Ho iniziato le ricerche prima della pandemia, durante il 2020 ho deciso che era il momento giusto. Ne è venuto fuori un romanzo distopico perché la fantascienza produce storie distopiche. Ma il finale è utopico: mi sembrava importante fare uno sforzo per immaginare un mondo migliore. Penso che ci rendiamo tutti conto che a forza di pensare al futuro come a un incubo rimaniamo in una condizione di paura e di immobilismo.

Quali letture l’hanno ispirata nel dare un’impronta ecologista intrecciata con i diritti animali e con quelli digitali?

Ho letto moltissimo, fatto tante ricerche, seguito numerose conferenze su YouTube e discusso con persone interessanti. I temi su cui mi sono documentata sono diversi e l’idea era di collegarli: ecologia, povertà, migrazione… problemi che di solito affrontiamo separatamente, invece sono conseguenze di una visione e di una politica che organizza il nostro modo di stare al mondo. La filosofia però ci può guidare… il transumanesimo, ad esempio, non lo conoscevo prima di iniziare le ricerche per il libro. Ho letto un paio di testi sul tema, fra cui Essere macchina di Mark O’Connell, che consiglio vivamente. Poi c’è l’antispecismo: un’impostazione filosofica che critica il modo in cui etichettiamo gli animali come esseri inferiori. Tutte le volte che si teorizza la superiorità di qualcuno si crea un presupposto ideologico per lo sfruttamento.

Crede che dovremo arrivare a una polarizzazione estrema come quella che racconta prima di trovare l’energia per cambiare questo sistema sociale?

Per adesso le cose stanno così, non so come andrà il futuro. Le diseguaglianze crescono, le migrazioni, le guerre, la siccità… tutto peggiora. Ma non ci sono ragionamenti seri, né provvedimenti seri, per invertire la rotta. Mi sembrava quindi realistico narrare un mondo distrutto, perché è quello che vedo. Il movimento Fridays for Future è stata la reazione più importante che abbia visto fino ad ora, la più significativa. Non è mai capitato nella storia che milioni di bambini scendessero in piazza: come si possa non dare importanza a questo fatto non lo capisco. È un evento quasi sacro, in cui forse la reazione più naturale sarebbe stata quella di inginocchiarsi. Il cinismo con cui sono invece stati trattati è inaudito. Siamo a un livello di crudeltà e corruzione culturale avanzato. Mi chiedo perché le persone vadano così tanto contro i loro interessi, perché non ci mettiamo a urlare in preda al panico di fronte a fenomeni come il riscaldamento globale? E mi rispondo: perché siamo manipolati.

Nel romanzo, libera informazione e movimenti sociali si saldano per opporsi all’assoggettamento imposto da una minoranza ricca e organizzata. Oggi esiste questa alleanza fra media di massa e movimenti sociali?

Non mi pare. È difficile che le istanze dei movimenti riescano a bucare lo schermo. Perché si inneschi un cambiamento culturale, l’unica cosa che riesco a immaginare è che le persone siano costrette a vivere in un altro modo dalla necessità. Oggi non siamo ancora capaci di immaginare un mondo diverso perché forse non ne sentiamo abbastanza il bisogno. Alcuni movimenti sono ancora troppo legati alla promozione di comportamenti individuali, mentre le richieste con cui organizzare le masse dovrebbero essere più politiche. E più radicali.

Nel suo romanzo traccia i contorni di una società “liberata”, parla di “piccole comunità che si autodeterminano con una Costituzione democratica condivisa”. Come ci si arriva?

Dovrebbe essere ripensata la democrazia. Perché è fondamentale, fragile e destinata a scomparire. E le alternative sono tutte mostruose e distruttive. Bisognerebbe ripensarla nel senso di incoraggiare la partecipazione, che significa inevitabilmente dare un ruolo diverso alla cultura rispetto a quello che ha oggi.

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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