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Rovine d’Italia

foto del viadotto San Giacomo dei Capri di Napoli

Nel nostro Paese ci sono ponti che crollano, come quello di Genova. E altri che restano sospesi nel vuoto perché mai completati. A Sanremo ad esempio, per restare in Liguria. Una storia che risale agli anni precedenti le “Colombiadi”, le celebrazioni del 1992 per festeggiare i cinquecento anni dalla scoperta delle Americhe, quando il Comune decide di mettere in cantiere la realizzazione dell’Aurelia bis. I lavori, affidati alla società che all’epoca gestiva l’Autostrada dei fiori, partono nel settembre ‘89 e avanzano spediti fino alla Valle Armea, dove il viadotto in costruzione si trova di fronte un ostacolo non previsto: i piloni si sarebbero dovuti costruire all’interno di un cimitero, la strada è costretta a interrompersi. C’è poi il viadotto “Le Barche” nel territorio di Bomba (Ch), mai portato a termine perché alcuni piloni hanno ceduto, causando spostamenti e abbassamenti di livello così consistenti da impedire il collegamento con il troncone proveniente dalla direzione opposta. E ancora il ponte abbandonato in via San Giacomo dei Capri, a Napoli, costruito nel 1985 con l’intento di decongestionare il traffico della zona ospedaliera ma lasciato a metà per difficoltà negli espropri. Oppure il viadotto di Sciacca (Ag), che si interrompe di colpo a ridosso di un centro abitato.

L’elenco potrebbe continuare, ma l’Italia interrotta non è fatta di soli ponti. Di opere campate in aria c’è l’imbarazzo della scelta. Da nord a sud, isole comprese, il nostro territorio è disseminato di costruzioni e infrastrutture pubbliche lasciate a metà o abbandonate, diventate nel tempo parte integrante del paesaggio: dighe senz’acqua, teatri che non hanno mai visto uno spettatore, ospedali senza pazienti, autostrade che finiscono la loro corsa in un prato, come l’Asti-Cuneo all’altezza di Cherasco. E via cementificando. A censirle, catalogarle e raccontarle con uno sguardo spiazzante arriva Incompiuto: la nascita di uno stile (Humboldt Books), un libro con 160 scatti d’autore, fra cui quelli di Gabriele Basilico, ideato e curato dagli artisti di Alterazioni Video, col supporto scientifico di Fosbury Architecture. Non ci sono tutte, ovviamente. Anche perché sono la bellezza di 1.470, come riporta l’Anagrafe delle opere pubbliche incompiute pubblicata nel 2013 dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Un numero che comprende anche quelle che potrebbero ancora essere completate. Ad attrarre gli autori del libro sono invece le 696 destinate a restare incompiute in eterno, 163 delle quali si trovano nella sola Sicilia, capofila di uno stile architettonico made in Italy.

Dieci anni di ricerca

Frutto di dieci anni di ricerca sul campo, si tratta della prima e per ora unica indagine di un fenomeno molto discusso nel nostro Paese ma non ancora riconosciuto. Alterazioni Video e Fosbury Architecture, attraverso mappe, infografiche, fotografie e con il prezioso contributo, fra gli altri, del critico d’arte Robert Storr, dell’archeologo Salvatore Settis, del filosofo e urbanista Paul Virilio, dell’antropologo Marc Augé e di Antonio Ricci, l’autore tv, individuano nelle opere concepite, approvate, finanziate, cominciate e poi abbandonate, non un succedersi di episodi accidentali ma un fenomeno così costante da poter essere considerato lo stile architettonico più importante dell’Italia degli ultimi decenni. “Uno stile malgré soi”, di fatto, lo definisce lo storico dell’architettura Marco Biraghi nelle pagine del libro. È questa la tesi che sostiene il gruppo di lavoro, dopo aver vagliato centinaia di segnalazioni su tutto il territorio nazionale, a partire dalla Sicilia per poi risalire la penisola. Compiendo un vero e proprio grand tour fra le “rovine contemporanee”.

Tutto comincia nel 2007 a Giarre, centro di 27mila abitanti in provincia di Catania. Il comune italiano con il più alto numero di incompiute, capitale di ciò che è sempre stato considerato una vergogna, qualcosa da nascondere. «Siamo passati lì in vacanza, incuriositi da questo fenomeno – ricorda Andrea Masu, che insieme a Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg e Giacomo Porfiri fa parte del collettivo Alterazioni Video – Grazie ai servizi di Striscia la notizia sapevamo già dell’esistenza di varie opere incompiute, ma riusciamo a trovarle solo dopo lunghe ricerche perché gli abitanti del posto non avevano idea di dove fossero, le avevano rimosse. Percepiamo queste architetture come luoghi incredibili, posti magnifici, di una creatività assoluta. Una delle strutture in cui ci siamo imbattuti è stato lo stadio da polo, fatto assurdo di per sè perché a quanto pare in tutta Italia sono appena un centinaio le persone che giocano a questo sport. Era stato progettato per ospitare centomila spettatori ma il luogo è troppo ripido per essere messo a norma, quindi non solo non ospiterà il polo ma neanche potrà mai essere uno stadio in generale, non ha le caratteristiche richieste».

Rigenerazioni possibili

“Luoghi incredibili, posti magnifici, creatività assoluta”. Sarà una provocazione, vorranno attirare l’attenzione sul loro lavoro. E invece? «Da parte nostra non c’è nessun intento provocatorio: vogliamo contribuire a definire un campo di ricerca su un fenomeno che ha modellato il paesaggio e le coscienze nel nostro Paese – replica Andrea Masu – Ci sembra una questione da approfondire, non solo per aprire un campo di studi ma anche per elaborare nuove strategie di intervento. Spesso le prospettive riguardo alle incompiute sono molto ideologiche, ci si fossilizza sullo spreco di soldi senza valutare altri fattori: a volte non vale più la pena completarle, perché è anti economico; altre volte, dopo trent’anni, l’infrastruttura non serve più. La demolizione, poi, nella gran parte dei casi è troppo costosa per le amministrazioni locali. In questi anni – continua – abbiamo collaborato con diversi architetti per vedere questi spazi come luoghi in cui sia possibile fare qualcosa, non posti da dimenticare o demolire. Vogliamo capire quale sia il reale valore di queste opere. La riprogettazione parte proprio da qui, dal comprendere l’effettiva necessità di queste strutture sul territorio. Il nostro progetto vuole avere effetti sulla realtà, non rimanere solo sul piano teorico. Parte da un cambio nello sguardo e nella percezione, che deve però essere seguito da un cambiamento autentico».

Per capire meglio che cosa ha in testa questo manipolo di visionari bisogna ritornare a Giarre. Qui, lavorando ai fianchi il sindaco di allora che inizialmente li aveva presi per matti, sono riusciti prima a realizzare il “Parco dell’incompiuto”, poi a organizzare un festival. «Per il primo “Festival dell’incompiuto”, nel 2010, abbiamo aperto il Centro polifunzionale e organizzato uno spettacolo teatrale, mettendo semplicemente in sicurezza gli spazi, ripulendo un po’ e allestendo la scena. I giarresi sono venuti come se fosse stata la prima della Scala, signore in tacchi e vestito lungo che per la prima volta vedevano quel posto». Sorprende meno, allora, che Giarre sia finita nella top ten turistica di Usa Today: “Questo angolo di Sicilia offre moderne rovine archeologiche – scriveva il quotidiano statunitense – Contiene venticinque enormi strutture incompiute costruite negli ultimi sessanta anni”. Progetti descritti come “piuttosto magnifici”. Oggi l’obiettivo di Alterazioni Video è quello di riuscire a creare un parco archeologico, con un percorso che permetta agli stessi turisti che vanno a vedere il Teatro Romano di Catania di visitare in sicurezza le opere incompiute di Giarre.

L’eredità di Tangentopoli

In Sicilia, come nel resto d’Italia, a determinare l’incompiuto è certamente l’imperizia. Così come l’impulso a dilatare i tempi. Ma soprattutto l’assenza di un nesso logico fra il progetto e la sua esecuzione. L’opera è concepita come un oggetto a sé, il suo significato non è nella sua utilità ma nei circuiti di relazioni che attiva in corso d’opera. Non serve che sia portata a termine, basta dare il via al progetto, annunciarla. Tagliare un nastro a inizio lavori a favore di telecamera. «Fra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘90, prima di Tangentopoli insomma, era una vera e propria forma di fabbricazione del consenso – riprende Andrea Masu – Costruire e distribuire ricchezza facendo lavorare le maestranze del luogo. Un sistema politico-economico che ha dato da lavorare a tantissime persone, basato sull’assurdo e sul lavoro per il lavoro. Riuscendo a percepire fondi statali, l’opera si prolungava e si potevano ottenere altri finanziamenti. L’abilità del politico si vedeva nella sua capacità di attirare quei fondi: più riusciva a intercettarli, più era bravo e veniva rieletto. Erano anni felici quelli in cui si costruivano le incompiute».

Dopo una prima fase di fascinazione puramente estetica, il collettivo di Alterazioni Video ha cominciato a pensare a come riprogettare le costruzioni non finite, da qui il coinvolgimento di Fosbury Architecture. «Vorremmo riuscire a cambiare la percezione di questi luoghi rendendoli finalmente fruibili – insiste Masu – In questa prospettiva, oltre ad aver definito un paradigma dell’incompiuto, stiamo definendo anche una sorta di protocollo di interventi». Gli chiediamo se sono stati cercati da qualche amministrazione locale dopo il lavoro fatto a Giarre: «Non ancora, ma quello che faremo adesso è proprio andare a bussare a ogni singola porta, Legambiente inclusa, per spiegare quello che abbiamo in mente». Belle o brutte che siano, il senso ultimo di questo progetto partito quasi per caso fra le “rovine” siciliane è insomma quello di rendere utilizzabili le incompiute d’Italia, farle uscire al sole. Liberarle dal senso di vergogna che portano con sé. Immaginarne un futuro. “Verbo assente nel dialetto siciliano” ricorda il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, nel suo contributo a Incompiuto: la nascita di uno stile: “C’è solo l’eterno presente. E chi vive l’eterno presente lascia le opere incompiute”.

Sul “Diario di bordo” che chiude il lavoro – “appunti, pensieri e ricordi” nati durante il viaggio di Alterazioni Video in giro per l’Italia – è raccontata una storia che sembra uscita dalla sceneggiatura di un film di David Lynch. Novembre 2017, il gruppo di lavoro è a Massa Carrara per fotografare un ospedale mai completato. Nel sistemare l’inquadratura si accorgono che i garage sono allagati e vanno a curiosare. Una barchetta è attraccata in cima alla rampa, mentre sul fondale del parcheggio nuotano migliaia di gamberoni. Loro ci vedono un quadro di Dalì, più probabilmente si tratta di un allevamento abusivo. Un futuro qualcuno ha saputo immaginarselo.

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