martedì 26 Gennaio 2021

Rosarno, la morte di Becky Moses: un’altra fatalità?

Rosarno, incendio nella tendopoli dei migranti

È successo a Rosarno, nella notte tra venerdì e sabato scorso. È successo nella capitale italiana dello sfruttamento schiavistico, che neanche la legge sul caporalato è riuscita a scalfire. È successo otto anni dopo la rivolta dei lavoratori schiavizzati, che scoperchiò la pentola in ebollizione di Rosarno costringendo tutti noi a prendere coscienza di quanto stava succedendo nella civile Italia. È successo che una giovane ragazza di 26 anni, Becky Moses, fuggita dalla Nigeria per ragioni politiche ed economiche, ha perso la vita in un posto dove non avrebbe dovuto essere, in una baraccopoli di plastica uccisa dal fuoco con cui cercava di scaldarsi.

Becky era arrivata in Italia due anni fa e aveva trovato accoglienza a Riace. Poche settimane fa le era stato comunicato il diniego della Commissione territoriale alla richiesta d’asilo e aveva dovuto abbandonare il Centro di accoglienza straordinaria (CAS), dove aveva trovato alloggio. L’unica sistemazione che è riuscita a rimediare è stata la tendopoli di San Ferdinando, a Rosarno: 200 baracche di plastica e materiali di risulta che “ospita” 2.000 persone, che ogni giorno, l’80% al nero, raccolgono per 10 ore al giorno mandarini ed arance per 1€ a cassetta.

Sono 20 anni che nella piana di Gioia Tauro fiorisce questa economia, fatta di sfruttamento, illegalità, cancellazione di diritti e umanità. E morti. Un’economia dei cui frutti gode, sulla pelle dei nuovi immigrati, tutto il nostro paese. Ecco il vero significato dello slogan “prima gli italiani”.

Non c’è da rammaricarsi, è l’ennesima tragedia annunciata. Come annunciata era la ripresa degli arrivi dei migranti dalla Libia.

C’è piuttosto da chiedersi come mai il ministro dell’interno, che proprio nella sua regione si è trovato di fronte due storie agli estremi opposti, Rosarno e Riace, nulla ha fatto per bloccare e risolvere la prima, consolidare e moltiplicare la seconda. Anzi ha creato le condizioni per accrescere il numero dei “diniegati”, che diventano immediatamente dei clandestini esposti al lavoro nero, allo schiavismo, all’illegalità. Mentre molte risorse ed energie ha speso il ministro per creare un’illusione: bloccare le partenze dalla Libia (in questi primi giorni di gennaio siamo tornati ai numeri del 2016), ed ha desertificato il Mediterraneo dalle navi di soccorso delle ong, con l’unico effetto di aver reso ancora più pericoloso l’attraversamento del mare nostrum.

Dispiace dirlo, ma ancora una volta la morte di una giovane vita è il simbolo più drammatico del fallimento delle politiche di questo governo (e di chi lo ha preceduto) sul piano dei diritti e dell’accoglienza dei migranti.

Noi un insegnamento lo traiamo: con la deriva securitaria non si può venire a patti, porta solo a disastri, illegalità e morte. Non possiamo permettercelo. Ed è un vero peccato che Renzi abbia di nuovo candidato Minniti, lasciando a terra Giusi Nicolini.

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