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Gianni Rodari: cent’anni e non sentirli

DAL MENSILE Ricorre oggi il centenario della nascita dello scrittore, l’unico italiano a vincere il premio “Andersen”. Ma la sua opera non va relegata alla letteratura per l’infanzia. Nel 2020 continua a parlare a tutti / Libri da leggere / L’intervista a Vanessa Roghi / SCARICA IL PDF

Giovannino Perdigiorno, Alice Cascherina, il Barone Lamberto. Sono solo alcuni degli eroi della sterminata fantasia rodariana. Proprio quest’anno ricorre il centenario della sua nascita (23 ottobre) e sono tantissime le iniziative messe in campo per ricordarlo. L’opera di Gianni Rodari è stata per anni relegata nella letteratura per l’infanzia. Ma dalle librerie delle stanze dei bambini, proprio come farebbero i suoi personaggi, cerca di scendere dagli scaffali per imporsi all’attenzione del mondo degli adulti, che spesso non l’hanno capito fino in fondo. Anche se un profilo Treccani lo definisce “un classico del Novecento” e se è l’unico italiano ad aver vinto il “premio Hans Christian Andersen”, il Nobel della narrativa per l’infanzia.

Maestro giornalista
Giuseppe Pontremoli, maestro e intellettuale, su Linea d’ombra nel 1988 scrisse: “Rodari in tutta la sua copiosa opera non ha mai prodotto un Peter Pan, un Pinocchio, un’Alice, cioè mai un personaggio indimenticabile e Assoluto, proiezione ideale del lettore ben oltre il tempo di immersione nella lettura”. L’intento di Rodari, in realtà, è sempre stato quello di raccontare non un eroe idealizzato ma bambini veri, calati nell’attualità e nello spirito del tempo, alle prese con problemi della vita e della città in cui vivono. Per questo i suoi personaggi provengono dai quartieri romani Torre Maura e Trullo, ma anche da Piombino, Forlì, Gavirate. Si dimentica troppo spesso, fra l’altro, che Gianni Rodari è in primis un giornalista di professione. Dal ’45 dirige l’Ordine Nuovo a Varese, poi va a l’Unità di Milano, dove inizia a curare la rubrica “La domenica dei piccoli”. A Roma assume la direzione del Pioniere, fonda Avanguardia. E poi scrive su Paese Sera e ha numerose collaborazioni con il Corriere dei Piccoli, il Caffè, il Giornale dei Genitori. «Occorre precisare che non vi è distanza fra il Rodari scrittore per l’infanzia e il Rodari giornalista – spiega Chiara Lepri, docente di Letteratura per l’infanzia a Roma Tre – Le matrici ideologiche e la tensione utopica sono le medesime, muta soltanto il pubblico. Da un lato c’è l’infanzia e il progetto di formazione di un uomo nuovo, dall’altro gli adulti, anch’essi impegnati nel processo di rinascita e ricostruzione in direzione democratica. Dunque, nell’ottica di una rifondazione della società attraverso l’esercizio della parola e dell’informazione, Rodari si fa intellettuale nell’accezione gramsciana, ossia teso verso il popolo e impegnato nel lavoro etico e interpretativo della società».

A scuola di dialogo
Nato nel 1920 a Omegna (Vb), muore per una complicazione post operatoria nel 1980, attraversando tutto il Novecento. Cresce con la madre vedova perché il padre, fornaio, muore quando lui è ancora bambino per una polmonite, dovuta al salvataggio di un gatto sotto un temporale. Entra in seminario, per poi dirottare sulle magistrali e diventare maestro. Durante la seconda guerra mondiale viene esonerato dal servizio militare a causa dei suoi problemi di salute. Sarà però richiamato nel 1943 dalla Repubblica sociale e assegnato all’ospedale milanese di Baggio. Prende contatti con la Resistenza lombarda ed entra in clandestinità, quindi si avvicina al Pci. Dopo la Liberazione inizia la carriera giornalistica. In piena guerra fredda, nel 1951, dopo la pubblicazione del suo primo libro pedagogico Il manuale del Pioniere, viene scomunicato dal Vaticano, che lo definisce “ex seminarista cristiano diventato diabolico”. Si narra che molte parrocchie brucino nei cortili il Pioniere e i libri di Gianni Rodari. «Franco Cambi, docente universitario di Pedagogia generale, parla addirittura di un Rodari pedagogista – continua Lepri – certo, una figura non sistematica, sui generis, piuttosto un poeta educatore con un progetto e un ideale di uomo, di cultura, di società da attuare. E chiaramente la scuola, nella realizzazione di questo progetto di emancipazione, ha un ruolo fondamentale». Nel Giornale dei Genitori nel 1973 auspica una scuola autocritica e sperimentale, orientata alla propria riforma in senso democratico, per tutti e al servizio di tutti, in stretto rapporto con la società e con le sue trasformazioni, improntata al dialogo e allo sviluppo del pensiero critico. «È chiaro che questo modello di scuola si avvicina all’idea che nasce nella Sinistra italiana nel corso degli anni Cinquanta – conclude Lepri – e che aveva interessato le riviste d’avanguardia e le associazioni di insegnanti più progressiste, come il Movimento di cooperazione educativa alle cui esperienze Rodari guardava con estremo interesse». Lo scrittore è poi molto vicino al maestro Albino Bernardini, per il quale scrive la prefazione alla prima edizione del libro Un anno a Pietralata (1968), dal titolo “Scuola e civiltà”: “Un muro poco meno che razzistico divide quegli insegnanti dagli esseri umani – bambini, donne, uomini – tra i quali hanno la sensazione di essere capitati per castigo. Sognano, supponiamo, la bella scuola in centro: bambini docili, puliti, accompagnati fin sul cancello da signore ben vestite o magari, toh, da quel tipo di gente che definirebbero ‘povera ma onesta’”. Parole che ci riportano alla triste attualità della scuola romana che poche settimane fa si è promossa descrivendo sul proprio sito la divisione nei suoi due plessi scolastici fra figli dei ricchi e figli dei poveri.

E l’ambiente?
«L’immagine della scuola che emerge dalla sua riflessione – conclude Lepri – è quella quindi di una scuola-laboratorio in cui è centrale il cognitivo, come anche l’impegno ludico-estetico per lo sviluppo di un pensiero divergente». La creatività, la fantasia e l’immaginazione sono fondamentali, come testimonia il suo libro Grammatica della fantasia, saggio vademecum per ogni genitore, insegnante o adulto che voglia parlare al mondo dei piccoli in maniera rispettosa o che, più semplicemente, voglia recuperare l’abc della propria infanzia. Ma l’impegno di Rodari è sempre stato etico e civile, e dunque anche aperto ai temi dell’ecopacifismo. Oltre alla nota filastrocca “Ci vuole un fiore”, poi musicata da Sergio Endrigo, ci sono la poesia “La radiolina nel bosco”, le favole “Venezia da salvare”, “I ricordini di Osiride” e “Le spiagge di Comacchio”, attraverso le quali affronta il problema dell’inquinamento. O anche la filastrocca “Un signore maturo con un orecchio acerbo”, che fa riferimento all’orecchio “verde” dei bambini, un orecchio stupito e disposto ad ascoltare ciò che dicono gli alberi, gli uccelli, le nuvole, i sassi, i ruscelli. Uno stupore che, anche oggi, farebbe molto bene al mondo adulto.

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