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Roberto Danovaro: “Per vivere bene sul pianeta abbiamo bisogno dell’oceano sano”

Dal mensile. Professore di Biologia marina e presidente della Stazione zoologica “Anton Dohrn”, spiega perché è importante studiare i mari e quanto resta ancora da fare per tutelare quelli italiani

Le Nazioni Unite hanno proclamato il decennio 2021-2030 “Scienze dell’oceano per lo sviluppo sostenibile” con l’obiettivo di sostenere i Paesi nel raggiungimento dell’obiettivo 14 dell’Agenda 2030: conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile. Ne abbiamo parlato con Roberto Danovaro, professore di Biologia marina ed ecologia presso l’Università Politecnica delle Marche e presidente della Stazione zoologica “Anton Dohrn”.

Da cosa nasce la necessità di un “Decennio del mare”?
La vita è nata in mare. L’oceano rappresenta le nostre origini ed è indispensabile per gli equilibri globali. Le attività umane si rivolgeranno sempre di più al mare, ma negli ultimi decenni lo abbiamo reso sempre più vulnerabile, alterando circa il 66% degli ecosistemi e degradando molti habitat marini a ritmi impressionanti. Se invece utilizzassimo i mari in modo diverso, questi potrebbero essere anche la risorsa più importante per il nostro futuro sostenibile: una grande fonte di cibo, materiali ed energia, utile a far fronte alla crescita demografica globale. È necessario aumentare il livello di conoscenza di questi immensi ecosistemi, in modo tale da attuare misure per un vero sviluppo sostenibile. Il principale obiettivo del decennio è rendere tutti più consapevoli di quanto dipendiamo dal mare, e di quanto sia indispensabile proteggerlo e preservare i servizi ecosistemici blu di cui gode il pianeta.

A quali servizi ecosistemici si riferisce?
I mari assorbono circa il 40% dell’anidride carbonica prodotta in eccesso dalle attività umane e così facendo hanno tamponato l’effetto dei cambiamenti climatici globali, pagando però un prezzo molto alto. I modelli e le simulazioni dei ricercatori indicano che l’acidificazione che si avrà nel 2100 sarà tale da bloccare completamente la crescita o la riproduzione di molte specie. Inoltre, il surriscaldamento delle acque porterà a una diminuzione della produzione primaria, ovvero della biomassa vegetale prodotta dagli oceani: le stime indicano una diminuzione fino al 50% entro il 2050. Significherebbe ridurre di circa la metà la quantità di pescato globale. Potrebbe diminuire anche in modo significativo la produzione di ossigeno e la sua concentrazione nelle acque, con conseguente espansione delle aree anossiche o ipossiche.

Come bisognerà agire per centrare gli obiettivi del “Decennio”?
L’Agenda 2030 impone agli Stati membri che l’hanno sottoscritta (oltre 190, Italia inclusa) di proteggere il 30% dei mari entro il 2030. C’è ancora molta strada da fare se pensiamo che a livello globale ne stiamo proteggendo meno del 10%. La protezione deve essere accompagnata però dal ripristino degli habitat marini degradati, un processo inevitabile che dovrà essere attuato unitamente alla riduzione degli impatti.

Qual è la situazione nelle acque italiane?
Se consideriamo i mari italiani come zona economica esclusiva, questi hanno un’estensione pari a circa il 20% del Mediterraneo, un’area molto vasta. L’Italia è uno dei fanalini di coda nella protezione marina: è protetto efficacemente meno dello 0,1% secondo i dati forniti dal Marine conservation institute e si riscontra un’incongruenza tra la visione italiana di protezione dell’ambiente e le indicazioni a livello internazionale. Le Aree marine protette includono meno del 50% delle Zone speciali di conservazione e tutto ciò che rimane fuori non viene né monitorato né protetto. Bisogna quindi espandere la protezione partendo dall’ampliamento verso il largo delle aree protette già esistenti. Ci sono però delle difficoltà evidenti, come testimonia l’Area marina protetta Costa del Conero, programmata già nel ’98 e ancora oggi non realizzata. Se l’Italia vuole raggiungere gli obiettivi sottoscritti dovrà superare diversi ostacoli, anche di natura legislativa, perché se anche un solo Comune costiero interessato si oppone, l’Area protetta non può essere istituita.

L’occasione del “Decennio del mare” permetterà di fare ricerca sulla parte di oceano ancora sconosciuta.
Sì, è una grande sfida. Per quanto riguarda la batimetria conosciamo circa il 20% dei fondali ma rispetto alla vita e agli ecosistemi delle acque profonde (il 40% del pianeta) conosciamo solo lo 0,001%. La nostra priorità deve essere quella di vivere bene su questo pianeta e per farlo abbiamo bisogno dell’oceano sano, conoscendolo al meglio e investendo nella loro esplorazione. In Italia spendiamo per la ricerca marina un decimo di quello che spendiamo per la ricerca spaziale o astronomica. Credo ci sia da riflettere su questi dati e chiarire se vogliamo continuare a vivere qui o preferiamo sognare di andare su Marte. Io non ho dubbi: esiste un solo pianeta abitabile, un solo oceano.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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