Rivoluzione a fuoco lento

Prima ignorata, poi derisa, infine combattuta: la scelta Vegan è uscita dalla nicchia. Gli italiani che hanno abbandonato il consumo di carne sono l’8%. Cresceranno ancora nel 2017. E il mondo economico non resta a guardare
LE STORIE:
ICONA recensioniL’intervista agli ideatori della webserie Vegan Chronicles  di L.Lombardi
ICONA recensioniPionieri di un sogno di L. Lombardi
ICONA recensioniI camerieri dello Zodiaco  di S. Marchitelli
ICONA recensioniApp cruelty free di S. Marchitelli
ICONA recensioniFamiglie allargate  di S.Marchitelli

Lorenzo Veg Lombardi

Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci” diceva Gandhi. Le sue parole, tanto sagge quante concrete, possono essere applicate in quasi ogni situazione della vita, in ogni rivoluzione culturale, in ogni tentativo di portare  avanti la coscienza collettiva. Così è successo anche per la pacifica e dirompente scelta etica Vegan: per anni ignorata, poi derisa e infine combattuta. E ora a che punto siamo? Non possiamo certo dire di aver vinto, ma sicuramente il mondo intero si è accorto di questo importante movimento etico culturale. Chiaramente il mondo economico non è certo rimasto a guardare, anzi. La legge del mercato, come sempre, prende le parti di tutti e di nessuno: l’importante, in fondo, è il profitto. Che si venda una cosa o l’altra. E milioni di vegetariani e vegani in Italia e nel mondo non potevano non essere “attenzionati” dal mondo economico. Oggi la Veg-economy (brand registrato dallo stesso autore di questo saggio, ndr) è una realtà concreta.E se da un lato ci sono tante imprese che hanno creduto nel vegan sin dagli albori di questo movimento, dall’altro ce ne sono altrettante che ci si sono buttate furbescamente appena hanno odorato odore di “tofu-dollari”. Insomma, accanto alle storiche aziende italiane che da sempre producono cruelty free,vediamo il proliferare di multinazionali poco (o niente) attente al benessere animale che però creano la loro linea vegan: colossi del latte che si mettono a vendere latte di soia,industrie della carne che creano veg-burger. Anche i famosi bastoncini di pesce hanno avuto la loro versione veggie.
Ma quanto vale questa torta (senza latte, burro e uova naturalmente)? Non poco, a inizio 2016 si parlava di 320 milioni di euro per le sole vendite nei supermercati, che sono passati da avere qualche prodotto sparso qua e là a specifici reparti, pubblicizzati e promossi. Siamo passati dai commessi e direttori che ridevano quando gli veniva chiesto dov’erano i prodotti vegan, a commessi e direttori imbarazzati se non ne hanno abbastanza. Tornando alle parole del vegetariano Gandhi: prima di vincere manca però ancora tanto.Basti pensare che nonostante ormai i latti vegetali siano sulle tavole di milioni di italiani fra vegani, intolleranti al lattosio e salutisti (un mercato che vale 51,9 milioni di euro), l’iva su questi prodotti è ancora del 22% rispetto a quella del 4% del latte vaccino. E questo nonostante le 53.000 firme raccolte (da chi scrive, ndr) per chiedere che il governo riveda questa normativa. Le grandi lobby della carne e del latte, le stesse che per non perdere quote di mercato sono costrette a inventarsi linee vegan, cercano di boicottare la diffusione dei prodotti cruelty free, dimostrando in maniera lampante che è un mercato in cui non credono, ma che subiscono.Oltre al caso dell’iva sui latti vegetali sono tanti infatti i casi in cui le lobby della sofferenza animale fanno di tutto per boicottare prodotti vegan. Per esempio il panettone che non si può chiamare “panettone” se è vegan perchè non rispetta il disciplinare della tradizione (se invece è farcito con tiramisù o crema al limone,senza glutine o canditi, la parola “panettone” si può usare anche se non è la ricetta originale… guarda caso queste “versioni” sono prodotte dalle stesse aziende dolciarie così attente a far rispettare la tradizione solo ai vegani!).Oppure il termine “latte” di soia o riso, ormai entrato nel lessico comune, contro cui le grandi aziende hanno fatto una battaglia legale per sostituire la parola “latte” con “bevanda vegetale al gusto di”. E ancora l’eurodeputato Paolo De Castro (Pd), da sempre vicino al mondo degli allevatori, che chiede con un’interpellanza di bandire l’uso di parole tipo “prosciutto vegetale” o “cotoletta vegetale” (il cosidetto meat sounding) perchè danneggerebbe le industrie zootecniche. A nostro avviso, questi sono però segnali di sofferenza di un’economia che scricchiola, che forse non avrà i giorni contati ma gli anni sì. Perchè la Terra non è comunque più in grado di sopportare l’economia della carne.
Per nutrire i poveri animali macellati ogni anno si utilizza cibo che potrebbe nutrire 8,7 miliardi di persone; gli allevamenti occupano il 70% di tutto il terreno coltivabile e il 30% di tutte le terre emerse.
Il ciclo della carne produce fra il 18% (secondo la Fao) e il 51% (World watch institute) di tutti i gas serra mondiali. In media si consumano 15.500 litri di acqua per produrre un solo chilo di carne di manzo a fronte dei 208 per produrre un chilo di grano o dei 780 per uno di proteine vegetali.“Se tutti vivessimo come in Nord America servirebbero quattro terre solo per il sostentamento alimentare”. Parole pronunciate nel 2008 non da un attivista vegano, ma dall’allora general manager di Nestlè, Claus Conzelmann, intervenuto alla IV Conferenza mondiale sul futuro della scienza organizzato dalla Fondazione Veronesi. Questi sono numeri e dati, quindi, sebbene obtorto collo, anche grandi multinazionali spesso discutibili sono costretti a confrontarcisi.Perchè in fondo se finisce la Terra, finisce anche il loro business.
Chiaramente per noi la vera rivoluzione non sono certo le multinazionali che inseguono il vegan, ma le sempre più persone che si indignano di fronte all morte e alla sofferenza di miliardi di animali e a tutte le sue conseguenze sui nostri simili nel Sud del mondo e sul pianeta.Per il rapporto “Italia 2016” di Eurispes sono oltre l’8% gli italiani che hanno scelto di diventare vegetariani e vegani. E nel 2017 ci sarà un’ulteriore crescita. Sempreper Eurispes, l’80,7% degli italiani è contrario alla vivisezione e il 68,5 alla caccia.
La contrarietà alle pellicce arriva addirittura all’86,3%, mentre il 71,4% vorrebbe abolire l’uso degli animali nei circhi.
Sono infine il 54,9% gli italiani contrari agli zoo. Dal 2010 i consumi di carne diminuiscono costantemente del 5% l’anno e da quando l’Oms ha messo nero su bianco il rapporto diretto fra tumore e carni rosse trattate le vendite di carne (per fortuna) toccano, di anno in anno, minimi storici. Nel 2015, fa sapere Coldiretti, la carne ha perso per la prima volta il primato per diventare la seconda voce del budget alimentare delle famiglie italiane dopo l’ortofrutta. In tutto ciò noi non vediamo soltanto una sacrosanta scelta etica, ma anche un’economia della sofferenza in caduta libera e la nascita di un nuovo modello di economia, una Veg-economy che possa creare posti di lavoro e far nascere aziende nel rispetto di uomini, animali e pianeta.Non pensiamo soltanto alla fine della mattanza degli animali, ma anche alla fine dello sfruttamento dei nostri simili nel paesi in via di sviluppo, come nelle miniere di coltan (elemento essenziale per i nostri smartphone) o di altri metalli; pensiamo alla fine di folli economie della guerra e delle armi. Pensiamo a un’economia che abbia a modello la pace dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con gli animali e con la Madre Terra.Pensiamo alla fine di zoo e delfinari e alla nascita di sempre più santuari per gli animali, dove quelli destinati al macello vengono salvati dalla violenza umana per poter vivere e interagire liberamente fra loro e con amorevoli esseri umani. E basterà guardare un maiale, una mucca o un cavallo nei loro splendidi occhi per capireche è ingiusto ucciderli e mangiarseli.Pensiamo a un’economia del cibo vegetale per tutti, di tessuti vegetali e naturali, pensiamo a una nuova frontiera della medicina non schiava delle multinazionali del farmaco ma che veda le persone come soggetti da aiutare e non fonte di business. Pensiamo a una ricerca senza vivisezione (questo anno la Lav festeggia i suoi primi 40 anni: auguri!), a circhi animati dalla maestria degli uomini e non dallo sfruttamento di poveri animali, pensiamo a un mondo senza guerre per il petrolio e a un’energia prodotta da fonti rinnovabili, non in mano alle solite grandi aziende ma diffusa. Pensiamo a un mondo il più possibile cruelty free. Noi chiaramente continueremo a sostenere le aziende che da subito hanno creduto nel vegan, nell’etica e nell’ecologia, ma non possiamo che sorridere di fronte a quei grandi colossi alimentari che si inventano prodotti vegan per non perdere quote di mercato.In fondo alla fine, come diceva il Mahatma, poi vinci.