mercoledì 25 Novembre 2020

Rivoluzionare la normalità, ripartire in direzione contraria

“Siamo in guerra” è la metafora che più sento ripetere in questi giorni. Non mi piacciono le metafore belliche, soprattutto se sono sbagliate. E questa è doppiamente sbagliata. Perché una guerra implica un nemico altro da noi, ma qui il nemico siamo noi stessi e il modello di sviluppo in cui viviamo. Perché qui l’organizzazione militare non c’entra. Gli strumenti per contrastare Covid-19 sono l’analisi critica delle scelte compiute, nel lungo e nel breve periodo, e una nuova visione del benessere per tutti. La guerra non c’entra. Però siamo nel bel mezzo di una rivoluzione nonviolenta, che sta purtroppo provocando troppe vittime. Una rivoluzione perché il problema è la normalità e nessun ritorno alla normalità pregressa è auspicabile. La pandemia, infatti, è un drammatico interfaccia fra due grandi crisi. Da un lato la crisi ecologica del pianeta, la perdita di biodiversità, la crisi climatica, la deforestazione, l’invadenza dei sistemi agroindustriali e la loro contiguità ai sistemi naturali selvatici, dall’altro la crisi provocata dall’intreccio perverso di disuguaglianze sociali, sanitarie e ambientali, che da qualche decennio stanno minando alla base la solidità e la coesione delle nostre società. Il Covid-19, come il cambiamento climatico, colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo. I Paesi poveri e le persone povere e vulnerabili dei Paesi ricchi pagano il prezzo più alto.

Di fronte a questa crisi sistemica, nulla è già scritto, i segni rimarranno e porteranno frutti, non sappiamo se avvelenati o rigenerati. Dobbiamo capire che cosa sta succedendo fra le persone, nelle persone e cosa risponderà la classe dirigente alla domanda: perché l’epidemia è stata così esplosiva in una regione da sempre fiore all’occhiello del Paese?

Oltre a fattori contingenti (si parla di focolai ignorati, di una partita di calcio nel pieno del contagio, per quanto non riconosciuto, piani di emergenza inesistenti, la quantità di anziani), un contributo decisivo l’hanno dato quattro concause. La Lombardia è la regione più globalizzata d’Italia, e la globalizzazione è stata il veicolo più potente di diffusione del contagio. La Lombardia, insieme ai Paesi Bassi, è la regione con la più alta presenza di allevamenti intensivi, fra le principali fonti di inquinamento e di gas climalteranti, con grandi sovrappopolazioni geneticamente omogenee, salvaguardate dal massiccio uso di antibiotici, che provocano antibioticoresistenza nella popolazione umana, che solo in Italia provoca ogni anno 10.000 morti, pari a un terzo del totale dei decessi europei. In Lombardia, e nelle province confinanti delle altre regioni padane, la fa da padrone l’inquinamento atmosferico, che incide sulle malattie croniche dell’apparato respiratorio con centinaia di migliaia di decessi prematuri nel mondo (secondo l’Agenzia europea per l’ambiente 412.000 in 41 Paesi europei solo per il pm 2,5, di cui 58.000 in Italia).
In Lombardia, forse anche più che in altre regioni, ha pesato il costante disinvestimento nella sanità pubblica con eliminazione di posti letto, vantaggi per la sanità privata, riduzione di personale, grave indebolimento della medicina di territorio, tanto che già nella normalità i pronto soccorso degli ospedali sono diventati i luoghi della medicina sociale. Se la Regione più colpita è quella più sviluppata, vuol dire che c’è qualcosa che non va proprio in questo sviluppo.

Se tutto ciò è vero, la cosa più sbagliata sarebbe una “ripartenza purché sia”. E, purtroppo, i segnali ci sono già stati. L’ambientalismo può essere utile, come non lo è mai stato, proprio per capire la sfida e indicare la strada da percorrere: avviare subito politiche di risanamento globale, che rinforzino la sicurezza sanitaria rinforzando la complessità e la biodiversità degli ecosistemi, e rendere i sistemi territoriali più resilienti in ambito sociale, sanitario e ambientale, in una strategica alleanza fra giustizia ambientale e giustizia sociale, per riorientare il futuro.  

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