Il ritorno della natura

Da Pantelleria al Vesuvio. Fra campagne di raccolta fondi, interventi da progettare con cura e attenzione alle specie autoctone. Così si cerca di riparare i danni causati dai roghi

Pantelleria nuova nomina

La macchia mediterranea rinasce dopo il passaggio del fuoco, sui pendii terrazzati di Pantelleria e alle pendici del Vesuvio. La natura fa la sua parte, mentre gli uomini, tra difficoltà economiche e lungaggini burocratiche, cercano la via per favorire il rimboschimento in due tra le aree naturali protette più colpite dagli incendi, negli ultimi anni, a livello nazionale.
Sull’isola di Pantelleria, a maggio 2016, sono stati devastati oltre 600 ettari di vegetazione autoctona. Il fuoco ha colpito terrazzamenti storici che, con la tipica coltivazione della vite ad alberello, dal 2014 sono tra i beni immateriali dell’umanità riconosciuti dall’Unesco. È stato uno degli incendi dolosi più gravi che si ricordi sull’isola e ha interessato il 10% della sua superficie. In seguito a questo evento, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha istituito il Parco nazionale di Pantelleria, il primo in Sicilia e il 24esimo in Italia. Ma per vederlo muovere i primi passi e diventare operativo si è dovuto aspettare quest’anno, quando finalmente Salvatore Gabriele, sindaco di Pantelleria, è stato nominato presidente del Parco dal ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti.
All’interno del Parco nazionale del Vesuvio, invece, i danni risalgono all’estate scorsa, quando il fuoco ha inghiottito circa duemila ettari di bosco, su un totale di 8.482 totali. «Non è solo l’estensione a essere preoccupante, ma anche il fatto che sono state danneggiate le zone più pregiate, quelle speciali di conservazione della Rete natura 2000», dice Pasquale Raja, di Legambiente Campania, attivo nel territorio anche come veterinario del Centro di recupero animali selvatici dell’università Federico II di Napoli. «La risposta c’è stata, con opere concrete, ma il disastro è enorme e ci vorrà molto tempo per tornare alla situazione precedente all’incendio».
Raja ricorda il cambiamento avvenuto con l’istituzione dell’Ente parco, nel 1995. «Allora ci fu un’importante spinta dal basso. Furono messe in campo molte braccia, con una programmazione di lavori socialmente utili per il ripristino dei vecchi sentieri e la riqualificazione ambientale di uno spazio che fino ad allora era stato utilizzato come una discarica», racconta. «Riuscimmo a fare un’azione chiara e visibile e, negli anni successivi, arrivammo quasi ad azzerare gli incendi, lavorando sulla sensibilizzazione e la prevenzione».
Un anno fa, però, tanti passi avanti sono stati vanificati da un accanimento particolare sull’area vesuviana, aggravato da un’estate molto calda. Ma il presidente del Parco, Agostino Casillo, nominato nel 2016, dopo più di due anni di commissariamento, afferma: «Stiamo cercando di trasformare in opportunità un evento catastrofico, ad esempio riportando la macchia mediterranea autoctona in zone che nel Novecento erano state trasformate in pinete. Ma il processo di rinaturalizzazione può durare anni ed è importante partire con il piede giusto».
Qui, come a Pantelleria, e in tutti gli ambienti con elevata biodiversità, prima di tutto vanno valutati i danni nelle diverse aree e soltanto dopo si possono pianificare gli interventi, dove necessari. «Non basta fare la stima degli ettari bruciati. In un Parco non si opera come in un giardino comunale – spiega Casillo – e per il Vesuvio un team di esperti del dipartimento di Agraria dell’università Federico II è al lavoro, con l’obiettivo di studiare anche le dinamiche della ripartenza vegetativa, che in parte è già iniziata».
Nell’era delle fake news, l’ente si trova a lavorare per un’informazione corretta: la sfida è riuscire a comunicare ai cittadini che i tempi della natura vanno rispettati ed è necessario affidarsi alla scienza e non agire sull’onda dell’emotività. Per esempio, dove la macchia mediterranea rinasce da sé, si tratta di aiutarne la ripresa con azioni semplici, come eliminare il legname morto, facendo attenzione a non danneggiare le nuove piantine, difenderle e saper aspettare.
«Interventi sbagliati potrebbero essere dannosi per l’habitat e, paradossalmente, aumentare il rischio idrogeologico», prosegue Casillo. Va ricordato che la normativa nazionale prevede il divieto, per cinque anni, di attività di rimboschimento nelle zone colpite da incendi, se non autorizzate dal ministero dell’Ambiente e nei casi urgenti di rischio idrogeologico.
Così, nell’area vesuviana una delle prime azioni è stata quella di mettere in sicurezza la “Strada Matrone”, la più frequentata e panoramica, che attraversava una pineta andata in fumo. Assieme ai Carabinieri forestali, sono stati abbattuti gli alberi ormai morti, per impedirne la caduta e con quegli stessi tronchi sono state realizzate barriere di contenimento, per frenare il dilavamento e impedire l’affiorare della roccia vulcanica.
Lo scorso dicembre, il Parco del Vesuvio ha firmato una convenzione con Sogesid spa, società in house del ministero dell’Ambiente, per il recupero dei suoli, la messa in sicurezza, la conservazione, il ripristino dei percorsi turistici, l’ampliamento della rete dei sentieri. «E naturalmente bisogna lavorare sulla prevenzione», aggiunge il presidente Casillo, che assicura: «Riattiveremo l’impianto di sorveglianza, purtroppo spento da alcuni anni, e ci stiamo impegnando per avere, dalla prossima estate, due presidi dei Vigili del fuoco nelle aree più a rischio». Intanto però alcuni habitat molto particolari sono andati persi e non si potranno ripristinare: aree uniche, ricoperte di Stereocaulon vesuvianum, un lichene che cresce sulla lava e la colora d’argento.
A Pantelleria il fuoco ha messo a rischio gli ultimi terrazzamenti, straordinario risultato dell’incontro tra uomo e natura. «Lavorare questa terra ha un che di eroico», afferma il sindaco e presidente del Parco, Salvatore Gabriele. «Negli anni Sessanta i terrazzamenti ricoprivano cinquemila ettari, ora ne sono rimasti appena quattrocento. L’abbandono è evidente, anche perché in passato non è stato favorito il mantenimento di questo paesaggio. Ora vogliamo avviare una grande opera di recupero dei muretti e di rilancio dell’agricoltura locale di qualità, facendo rinascere la biodiversità perduta con gli incendi».
È nell’interesse anche delle aziende agricole operare in un ambiente più complesso, con maggiore varietà di specie, più sano e stabile. Basti pensare al ruolo degli uccelli che trovano rifugio nella macchia mediterranea nel contenere la presenza di insetti dannosi, a vantaggio anche dell’agricoltura. Per questo sono diverse le aziende che hanno deciso di aderire alla campagna di crowdfunding, cioè di finanziamento dal basso (attiva sulla piattaforma www.planbee.bz), per ricostituire parte dell’enorme patrimonio boschivo perso nell’incendio del 2016, L’iniziativa è stata lanciata un anno fa dal Comitato Parchi per Kyoto, assieme al Comune di Pantelleria, Legambiente, Federparchi, Marevivo e l’università di Palermo. Sono stati raccolti semi in loco e creati vivai con specie autoctone di macchia mediterranea: lentisco, fillirea, corbezzolo, olivastro, leccio, mirto. Le prime quattrocento piantine saranno messe a dimora il 16 marzo, nei luoghi dove l’incendio ha colpito più duramente e ridotto tutto a un deserto: sarà un’occasione per dare segnale forte, forse il primo passo per la rinascita anche sociale dell’isola.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.