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Riscaldamento globale, animali in viaggio verso i poli

Non c’è solo la plastica a minacciare i mari del pianeta azzurro.
A questo problema, molto grave e relativamente “giovane”, si somma l’acidificazione delle acque, minaccia costante, nonché le tante altre forme di inquinamento (quello acustico, per esempio) che da decenni rimodellano le abitudini della vita marina. Senza dimenticare le conseguenze provocate dal cambiamento climatico, in gran parte causato dalle attività umane, che rendono sempre più caldi i mari del mondo. Secondo le ultime analisi, la temperatura media degli oceani è oggi più elevata di 1 °C rispetto all’epoca preindustriale: un fenomeno che ha provocato sconvolgimenti sulla biologia e la distribuzione delle specie animali che in quell’ambiente vivono. Sulla vita negli oceani, ormai caldi, si è concentrato uno studio dell’Università di Bristol ed Exeter, pubblicato ad aprile sulla prestigiosa rivista scientifica Current Biology e guidato da Martin Genner, ecologo evoluzionista. Lo studio è nato da alcune semplici considerazioni sull’ecologia marina e sul possibile impatto dell’aumento delle temperature globali: anche nei mari, proprio come sulla terraferma, ogni specie occupa un proprio areale, ovvero una zona di possibile distribuzione. Negli oceani, molto spesso, l’areale non è fisso e definito come sulla terra ma si estende su diverse latitudini, comprende cioè zone allungate nella direzione dei poli. Gli areali delle specie, inoltre, sono strettamente legati alla tolleranza termica fisiologica degli organismi marini. Considerato il riscaldamento delle acque, quindi, i ricercatori hanno formulato l’ipotesi che ogni specie potesse trovare negli ultimi anni condizioni più favorevoli nella porzione del proprio areale più vicina al polo (rimasta più fresca) e meno favorevoli sul versante in direzione equatore (diventato molto più caldo).
Per verificare questa ipotesi, Genner e gli altri autori dello studio hanno esaminato tutti i database disponibili compilati nell’arco di un secolo sull’abbondanza e la distribuzione di 304 specie animali, fra plancton, invertebrati, pesci, uccelli e mammiferi marini. La molteplicità di forme di vita è stata determinante per garantire la validità della ricerca.

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Areali in trasformazione


«Abbiamo studiato un’ampia raccolta, oltre 500 documenti – spiega Martin Genner – che riportavano come l’abbondanza delle specie sia cambiata nel corso dell’ultimo secolo, durante il quale gli oceani si sono riscaldati di oltre 1 °C. Abbiamo poi identificato il luogo dove era stata svolta ogni indagine e ci siamo chiesti se i cambiamenti di abbondanza registrati po-tessero dipendere dal luogo in cui la specie in questione era stata studiata». L’analisi statistica dei dati raccolti ha mostrato che negli ultimi anni, esattamente come previsto, tutte le specie mostravano una maggior densità di distribuzione sul lato polare del loro areale originario e un declino su quello equatoriale. E, come se non bastasse, l’effetto era ancora più marcato di quello atteso. «La sorpresa principale è stata vedere quanto fosse diffuso il fenomeno: abbiamo trovato la stessa tendenza in tutti i gruppi di organismi marini osservati – riprende l’ecologo evoluzionista – È un risultato significativo, perché evidenzia che il cambiamento climatico non solo sta apportando delle modifiche nell’abbondanza delle specie ma ne sta influenzando intrinsecamente anche le distribuzioni a livello locale». Esaminando i risultati delle comparazioni si nota che sono emerse anche varie differenze fra le specie e qualche particolarità all’interno dei singoli areali storici. Alcuni pesci, come la spigola europea per esempio, prosperano al limite polare del loro areale, dove storicamente non si erano mai diffusi. Queste eccezioni non fanno altro che confermare il pattern generale della migrazione verso i poli.
È un fenomeno preoccupante, perché sia l’aumento che la diminuzione delle abbondanze relative di una specie possono avere effetti a catena dannosi per l’intero ecosistema. Purtroppo, l’interpretazione dei risultati è drammaticamente semplice: molti organismi marini non riescono ad adattarsi all’aumento della temperatura dell’acqua. E se dovesse verificarsi realmente l’aumento di 1,5 °C della temperatura media dei mari, come prevedono i modelli climatici più accreditati, le specie si sposterebbero sempre di più.

Ricerche da allargare


Alcune forme di vita potranno trarre beneficio da un simile riscaldamento, ma con grande probabilità in futuro ci sarà una forte perdita di specie marine, con conseguenze drastiche sulla biodiversità e sulle attività legate alla pesca. «Potrebbero esserci risvolti positivi – afferma Louise Rutterford, coautrice dello studio – come ad esempio l’abbondanza di pesci che prima non erano comuni. Però potranno esserci anche effetti molto negativi per gli insediamenti costieri. Potrebbe verificarsi, ad esempio, che i mari tiepidi consentiranno la diffusione di parassiti nocivi, precedentemente inesistenti o rari nei sistemi di acquacoltura». I dati dello studio si riferiscono, tuttavia, alle regioni più conosciute del mondo. Saranno pertanto necessarie ulteriori ricerche per capire in dettaglio come il global warming abbia influenzato la distribuzione della vita marina nelle diverse zone climatiche. «Il nostro obiettivo – rivela Martin Genner – è quello di capire meglio come il cambiamento climatico marino inneschi variazioni nell’abbondanza delle specie. Dobbiamo ancora scoprire se tali modifiche dipendano dai limiti fisiologici degli animali o dalle altre specie con cui questi interagiscono».

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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