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Ripensare la cittadinanza

migranti-siria-ungheria-770x525Il suffragio universale è durato meno di 70 anni. Ormai più del 10% degli abitanti dei nostri territori non ha diritto di voto. L’Europa che ha inventato le democrazie moderne non riesce più a garantirle perché elude due domande fondamentali: perché ci sono così tanti migranti? E chi sono oggi gli abitanti legittimi di un territorio? Nella risposta c’è lo spartiacque fra le diverse visioni di futuro che oggi si confrontano, e c’è la ragione per cui un’associazione come Legambiente deve occuparsi di migranti. La solidarietà, lo spirito di accoglienza e ospitalità, che pure sono valori irrinunciabili, non bastano.

Dobbiamo sapere che non ci troviamo di fronte a un fenomeno limitato nel tempo e nello spazio, non si tratta di un’emigrazione biblica di un popolo. Non è un’emergenza. Ci troviamo nel mezzo di una modificazione demografica strutturale e durevole – come ben argomentano nel loro Libertà di migrare Valerio Calzolaio e Telmo Pievani. È un lento sciamare, a intensità variabile, di popolazioni costrette ad abbandonare i propri paesi, dove per molteplici ragioni non è più possibile vivere. È la famosa società liquida di Bauman che diviene planetaria e defluisce da un’area a un’altra smontando frontiere e confini, e che va lentamente determinando nuovi equilibri demografici e culturali. Rintanarsi nella logica del fortino assediato, come tanti in Europa stanno facendo, è antistorico e impedisce di attivare politiche capaci di governare il cambiamento in corso. Tanto più se pretendiamo di distinguere in categorie rigide, come fece la Merkel in autunno, chi fugge da guerre e chi da fame, povertà, cambiamenti climatici, disastri ambientali, come fossero compartimenti stagni. Quello che caratterizza le migrazioni di oggi è l’intreccio fra questi fenomeni.

Prendiamo la Siria. Uno studio pubblicato sui Proceedings of the National academy of sciences mette in diretta correlazione l’innescarsi della guerra civile in Siria con la siccità che dal 2006 al 2011 ha colpito il paese e distrutto l’agricoltura, facendo impennare i prezzi alimentari, aggravando la povertà e le tensioni sociali. Ora, se la miccia è stata accesa dai cambiamenti climatici che hanno provocato fame e povertà, l’irrisolvibilità del conflitto è stata determinata dalla competizione per il controllo delle fonti fossili e l’egemonia nell’area. Nello stesso anno, infatti, viene resa pubblica la scoperta franco-britannica di tre importanti giacimenti di idrocarburi al largo delle coste siriane, che secondo lo statunitense Strategie studie institute (Ssi) farebbero parte di un più ampio sistema di giacimenti nel Mediterraneo orientale, che coinvolgerebbe più Stati in competizione fra loro, come dimostrerebbero i giacimenti davanti alla Striscia di Gaza e quelli scoperti da Eni in Egitto. Il controllo di questi giacimenti riuscirebbe a ridimensionare drasticamente la dipendenza dell’Europa dal gas russo e a rinforzare l’autonomia energetica di Israele. Entrambe questioni di primario interesse strategico sia per gli Usa che per l’Unione Europea.

Se non bastasse, la Siria è attraversata da un altro conflitto “energetico”, quello tra il gasdotto “sciita”, voluto da Iran, Iraq e Siria, che dovrebbe portare in Europa il gas iraniano, bypassando la Turchia, e il gasdotto “sunnita”, che dovrebbe portare il gas dal Qatar all’Europa passando per Siria e Turchia. A intricare ancor di più il quadro, entra in campo l’Is. Il controllo di alcuni grandi campi estrattivi in Iraq non solo ha permesso al Califfato di autofinanziarsi con la vendita del petrolio sul mercato nero, attraversando il confine turco e trasportando il greggio alle raffinerie turche o direttamente ai porti del Mediterraneo da dove arriva a noi, ma soprattutto ha consentito allo Stato Islamico di assumere un ruolo nella strategia saudito-sunnita che mira al controllo delle vie del petrolio e all’egemonia nell’area. Mentre l’Europa, dipendente dalle fonti fossili russe e mediorientali, resta invischiata in una tremenda ragnatela: è alleata storica delle potenze regionali sunnite, che in qualche modo sostengono l’Is, che a sua volta compie attentati nelle città europee, ma è anche principale acquirente dall’Is del petrolio, con i cui proventi l’Is stesso finanzia quegli attentati e garantisce la sopravvivenza del Califfato.

Una situazione intricata, che se da un lato ci conferma come sul fronte guerre del petrolio l’attuale rivoluzione energetica rappresenti l’unico antidoto capace di aprire speranze di pace, dall’altro ci pone di fronte alla domanda: da cosa fuggono i migranti? Possiamo tenere separate le guerre dai cambiamenti climatici, dalla povertà, dalla nostra dipendenza dal petrolio? Se le cause di fuga sono così intricate, è evidente che la figura del rifugiato, così come disegnata dalla Convenzione di Ginevra del 1951, non basta più. Serve ridefinire lo status di rifugiato e riconoscere la complementarietà delle cause che lo determinano.

Certo, i tempi non saranno brevi, nel frattempo il cambiamento sta già trasformando i nostri territori ed è qui che si pone il tema di “chi sono oggi gli abitanti legittimi di un territorio”. La sfida che le migrazioni stanno ponendo a tutti noi, alle istituzioni nazionali ed europee, è che va ripensata la cittadinanza. Non ci possiamo permettere spaccature e conflitti fra abitanti di serie A e di serie B, gli uni cittadini, gli altri stranieri. Dobbiamo riconoscere, formalmente e culturalmente, lo status di “abitante” di un territorio, senza distinguere fra vecchi e nuovi. Un “abitante” che si assume la responsabilità della cura per il luogo che abita e che è pienamente coinvolto dalla comunità.

Il volontariato sarà uno strumento potente per creare occasioni di incontro e partecipazione, ma è indispensabile cambiare le regole. Le attuali rappresentano una risposta incivile che diffonde paura, dà ossigeno a populismi e razzismi, crea condizioni di illegalità. In Italia nel 2015, secondo l’Unhcr, sono arrivati poco più di 150mila migranti, le richieste d’asilo sono state circa 80mila, se restiamo nella media europea ne saranno accolte circa 30mila. Gli altri rimangono, ma sono irregolari, diventano figure sociali deboli, senza diritti né protezioni, esposte al lavoro nero, alle organizzazioni illegali, allo sfruttamento che può farsi schiavismo. Dobbiamo porci l’obiettivo di cancellare il reato di clandestinità, di riconoscere il diritto di voto alle amministrative a chi abita un territorio stabilmente, di formalizzare lo ius soli. Per costruire la nuova cittadinanza e accompagnare il cambiamento che sta già attraversando le comunità e i territori. l

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