Riparare gli elettrodomestici sarà presto più facile

Grazie alle norme ecodesign e etichetta energetica d’ora in poi i produttori dovranno tenere conto dell’allungamento della vita dei prodotti in fase di progettazione. Prevedendo un design che permetta di aprire e riparare gli oggetti

Elettrodomestici si possono  Riparare

Il mondo si cambia un pezzo alla volta. Fa venire in mente questo vecchio adagio la bella vittoria ottenuta dagli ambientalisti dopo anni di pressione sulla Commissione Europea per ottenere regole per la riparabilità degli elettrodomestici ed altri prodotti che consumano energia.

Nel corso del mese di dicembre e gennaio, infatti, dopo una lunga e travagliata gestazione, la proposta della Commissione europea di inserire nella norma ecodesign ed etichetta energetica alcuni elementi di economia circolare che potessero facilitare l’allungamento di vita dei prodotti, ha trovato accoglienza presso i tavoli tecnici di implementazione, dove gli stati membri partecipano con i propri esperti.

Ma non è stato tutto rose e fiori: alcuni Paesi, dicono i bene informati, si sono opposti all’integrazione di queste norme e tra questi paesi pare ci sia proprio l’Italia, che ha giocato un ruolo decisivo nell”annacquamento” delle proposte. II risultato, infatti, seppure positivo è a macchia di leopardo e le innovazioni per alcuni prodotti hanno avuto vita più dura che per altri: a partire da aprile del 2021 i frigoriferi che verranno introdotti nel mercato dovranno mantenere la disponibilità di pezzi di ricambio per almeno 7 anni per i riparatori professionali e per 10 anni per i cittadini, limitatamente ai pezzi delle porte del frigorifero. Per le lavatrici i pezzi di disponibili al cittadino saranno quelli relativi all’oblò e la vaschetta del detersivo, mentre i pezzi a disposizione dei professionisti saranno quelli interni al prodotto, ma alcuni di questi potranno ancora essere venduti in accoppiamento (tamburo e cuscinetti, per esempio) cosa che scoraggia la sostituzione, aumentando il prezzo della riparazione.

Ai tecnici verrà anche messa a disposizione la documentazione necessaria alla riparazione (ad un prezzo ragionevole) e i componenti della maggior parte dei prodotti dovranno essere assemblati con viti e non con colla e dovranno potersi smontare con normali strumenti come i cacciaviti. Simili disposizioni sono state previste per lavastoviglie, lampadine a LED, tv e display dei computer, tra gli altri.

Sembra una piccola cosa, ma in realtà è una grande vittoria, pur se ridimensionata rispetto alle richieste degli ambientalisti e della stessa Commissione: d’ora in poi, infatti, i produttori dovranno tenerne conto in fase di progettazione, prevedendo un design che permetta di aprire e riparare gli oggetti, con l’obiettivo di allungarne la vita.

Se consideriamo che la categoria dei rifiuti elettronici è uno dei settori dei rifiuti in maggiore crescita e che solo il 35% a livello europeo viene smaltito correttamente, capiamo come la cosa possa avere un immediato impatto ambientale; per non parlare poi dei preziosi materiali che si trovano nella componentistica elettronica degli elettrodomestici e di tutto il ferro e la plastica che servono per produrre questi elettrodomestici, il cui impiego viene largamente ridotto allungando la vita utile dei prodotti. Si tratta, in definitiva, di una delle principali innovazioni concrete che l’Unione Europea ha messo in campo per l’economia circolare. Tra le note negative va sicuramente segnato il fatto che la linea dell’autoriparazione, quella che per esempio vede in prima linea i Repair CafÈ, le ciclofficine e le tante esperienze cooperative in Europa dove le persone possono andare ad imparare ad aggiustare i propri prodotti, viene sconfitta: a loro non saranno resi disponibili i manuali di riparazione (essenziali per poter riparare in particolar modo le schede elettroniche, vero cuore di tutti gli elettrodomestici al giorno d’oggi) e la gran parte dei pezzi di ricambio, che saranno appannaggio di non meglio specificati ìriparatori professionistiî ad un altrettanto vago ìprezzo ragionevoleî.

Il sospetto che tutto cambi perchè non cambi nulla, gattopardianamente, c’è ed è forte, se consideriamo che un’interpretazione restrittiva della norma, intendendo solo i centri autorizzati dai produttori, ci riporterebbe assolutamente alla routine di partenza: la telefonata al centro assistenza della marca, la richiesta di 80 o 90 euro per l’uscita, la sconsolata constatazione che la riparazione alla fine costa come e pi˘ del prodotto nuovo e il conseguente ordine del nuovo prodotto e avvio allo smaltimento del vecchio, spesso senza avere reale contezza del danno che questo presentava.

Si dice che è cronaca di costume, che sono minuzie. Ma se -facendo un conto approssimativo- stimassimo in Italia un parco installato di almeno 10 milioni di lavatrici, delle quali il 10% si rompono (immaginando una vita media di 10 anni) avremmo un milione di lavatrici da riparare all’anno. Un milione di famiglie che, invece di pagare mediamente 400 euro per una lavatrice nuova, magari in futuro potranno ripararla con una cifra attorno 100 euro. Un risparmio considerevole per una platea molto ampia di persone, traversale (tutti facciamo il bucato o abbiamo un frigorifero in casa) e a costo zero per le casse dello stato. E che genera lavoro nel settore delle riparazioni.

Insomma: “Guardi… le conviene comperarlo nuovo” è una frase che non vorremmo mai più sentire e oggi siamo un passo più vicini a scordarcela.

Per concludere è difficile non tornare solo sul ruolo del nostro Paese che, da quanto appreso da fonti interne ai tavoli di discussione, pare essersi palesemente opposto a queste poche regole di buon senso, ottenendo di diluirle considerevolmente. Per quale motivo e su quale mandato, non è chiaro. Un mistero che speriamo possa risolversi nei prossimi mesi, quando il cambiamento tanto auspicato dal governo in carica magari arriverà anche nel settore dell’efficienza energetica e dell’economia circolare.