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Rileggere il presente

 

 

la copertina di "Sicurezza"

Cominciamo con due notizie: una buona, l’altra cattiva. Quella “cattiva” è che per leggere il libro oggetto di queste righe serve essere motivati. Non lo troverete nella vostra libreria di fiducia né sugli scaffali di qualche Feltrinelli o Mondadori. Bisogna ordinarlo. La notizia buona è che vale davvero la pena leggerselo. E magari partecipare a una delle serate di presentazione, un’occasione autentica di confronto fra lettori e autori. Stiamo parlando di Sicurezza, testo uscito per Edizioni Messaggero, piccolo editore di Padova. Gli autori sono Mauro Cereghini, ricercatore e formatore sui temi della pace, della mediazione e della cooperazione internazionale, e Michele Nardelli, saggista, dirigente politico e anche lui ricercatore sui temi della pace. Entrambi con un passato comune nell’Osservatorio Balcani e Caucaso.

«Non si tratta di un saggio – chiarisce Nardelli – Con questo lavoro proponiamo un discorso politico sulla sicurezza. A partire dalla consapevolezza che servono nuove chiavi di lettura del presente e una diversa declinazione di questa parola, quella del prendersi cura». Nelle ultime campagne elettorali “sicurezza” è invece diventata l’abracadabra della destra: la parola magica da spendere sui social network, nei comizi, in un talk show. Facendo leva sulla paura e sull’ansia per ciò che ci accade intorno – recessione, globalizzazione, migrazioni – l’evocazione della sicurezza s’è fatta il perno di una narrazione tossica che non poteva non sfociare nell’autoritarismo e nella retorica del prima gli italiani.

In questo volume, Michele Nardelli e Mauro Cereghini cercano di svelare le ambiguità delle strumentalizzazioni di questo concetto, i falsi miti, le cause e la sua possibile declinazione in chiave progressista, solidaristica, comunitaria. È un invito, il loro, a riflettere sul significato della parola per liberarla dai luoghi comuni che l’associano alla difesa e all’esclusione. In neanche cento pagine i due autori trentini provano così a ripercorrere la strada che ci ha condotto, scrivono nella prefazione, “a vedere della sicurezza solo quello che vogliamo, cioè paura e chiusura”. Elementi avvertiti anche “nelle relazioni internazionali, dove tornano categorie protezionistiche come l’interesse nazionale o il sovranismo, rappresentati visivamente da muri e reticolati alle frontiere”. E proprio l’immagine dello scontro di civiltà, falsa ma ripetuta ossessivamente da quel maledetto 11 settembre, è il fulcro del primo dei quattro capitoli.

L’analisi si concentra poi sulle dinamiche della vita quotidiana nelle nostre città, “dove i richiami alla sicurezza urbana sembrano tradursi solo in politiche di ordine pubblico, separazione ed esclusione. I luoghi pubblici si desertificano, mentre proliferano telecamere e apparati di controllo nella falsa illusione di dare protezione e prevenire il degrado”. Ai conflitti, che vanno elaborati e mai negati, e all’incapacità di fare i conti con il passato, è dedicato il terzo capitolo. “Prendersi cura. Sicurezza e complessità nel discorso pubblico” si occupa infine di ridare un senso plurale all’idea di sicurezza. Se la pace non è il solo rifiuto della guerra, come professa il “pacifismo concreto” di Alex Langer, la sicurezza non può essere ridotta alla difesa del nostro spazio. Insomma, l’orizzonte è quello di un nuovo umanesimo, “capace di riconsiderare i diritti in base alla loro esigibilità universale e di modificare i comportamenti verso la sobrietà nei consumi e la qualità nelle relazioni”.

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