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Rifiuti radioattivi: questo deposito s’ha da fare

La pubblicazione della Cnapi, rimasta secretata per sei anni e tre governi, apre finalmente il percorso per arrivare a una soluzione condivisa sui nostri rifiuti radioattivi. E mettere il Paese in sicurezza

La commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, presieduta da Alessandro Bratti, è riunita per ascoltare Vera Corbelli, commissario per la bonifica di Taranto. È il 3 aprile 2017, oggetto dell’audizione la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi nel deposito ex Cemerad di Statte, comune alle porte del capoluogo. Abbiamo “rilevato un diffuso deterioramento della struttura, senza particolari segni di deficienza strutturale”, dice. Poi informa che “non c’è nessuna possibilità di radiazione o inquinamento in caso di incidente, tranne nel caso in cui si verificasse una tromba d’aria”. Non era per dire: una tromba d’aria si era davvero abbattuta su Statte, il 28 novembre 2012, provocando un morto, 38 feriti e 2 milioni di danni. La tragedia è stata sfiorata, letteralmente. La vicenda dell’ex Cemerad è emblematica dei rischi che corriamo nella gestione dei rifiuti radioattivi nel nostro Paese. Comincia nel ’95, quando il Corpo forestale scopre un deposito di fusti in stato di degrado a 2 km da un ospedale e poche decine di metri dalle abitazioni. È di un’azienda dedita allo stoccaggio di rifiuti radioattivi ospedalieri e industriali. Il proprietario Giovanni Pluchino, scoprirà la Direzione antimafia di Napoli, è un massone in affari con Cipriano Chianese, l’uomo dei traffici di rifiuti del clan dei casalesi legato a Licio Gelli. Nel 2000 la Procura di Taranto sequestra l’area e i Nas confermano la presenza di un capannone, non sorvegliato, con circa 18.000 fusti di rifiuti radioattivi di ogni genere e provenienza. La magistratura ne impone la bonifica ma nel 2005 la Cemerad, fallita, è affidata al Comune di Statte. Nel 2011 si scopre che i 3,7 milioni stanziati dal Cipe per la bonifica sono stati spesi per altro. Si attiva la commissione parlamentare, che nel 2012 visita il sito. La nota diffusa da Bratti, nonostante il linguaggio istituzionale, tradisce sconcerto. Parla di una situazione “seriamente preoccupante” e della “urgenza di adottare i dovuti provvedimenti per la completa bonifica del sito”. Otto anni dopo 3.074 fusti sono ancora lì. Non sono bastati 10 milioni, ne servono altri 3.

Alessandro Bratti non presiede più la commissione rifiuti, dal 2017 è direttore di Ispra, l’istituto per la protezione e la ricerca ambientale. È stato lui a gestire il passaggio di consegne fra la stessa Ispra e Isin, l’Ispettorato per la sicurezza nucleare istituito nel 2014 su indicazione europea ma operativo dal 2018. Nuova Ecologia l’ha intervistato dopo la pubblicazione, il 5 gennaio, della Cnapi, la carta delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito dei rifiuti radioattivi rimasta secretata per sei anni e tre governi. Forse per non turbare l’elettorato dopo il disastroso blitz tentato a Scanzano Jonico (Mt) dal governo Berlusconi nel 2003. Ci siamo fatti raccontare di Statte, «c’è stata tanta sciatteria in un problema già delicato». Gli abbiamo chiesto delle responsabilità della società di Stato incaricata del decommissioning, la Sogin, nel ritardo per mettere in sicurezza le scorie: «Dicono che la mancanza di un deposito dove mettere i rifiuti ha rallentato lo smantellamento delle centrali, si fa fatica a dargli torto». E del percorso per arrivare a una scelta condivisa nell’individuazione del sito: «Vanno messe in campo tutte le attività di coinvolgimento e discussione per spiegare di che si parla, bisogna poi essere certi che ci siano gli incentivi per chi ospiterà l’impianto. Ma una decisione va presa, altrimenti dovrà farlo il governo». Anche perché «mi sembra che le preoccupazioni siano eccessive».

Siamo al verde

Non la penserà così chi vive nelle 67 aree “potenzialmente idonee”, indicate da Sogin tenendo conto dei criteri stabiliti da Ispra nella Guida tecnica n. 29, in particolare quelli delle zone verde smeraldo. Già, perché dopo il giallo l’arancione e il rosso Covid-19, per la scelta del luogo in cui ospitare il deposito l’Italia è stata vestita di altri colori, dal meno al più idoneo: giallo, celeste, verde chiaro e verde smeraldo. In questa fascia, due gruppi: uno è piemontese (due siti in provincia di Torino, cinque in quella di Alessandria), l’altro laziale (cinque in provincia di Viterbo). «Oggi il Piemonte è il deposito di fatto, oltre l’80% dei materiali radioattivi italiani è in quattro siti che sembrano scelti apposta fra i più pericolosi: Saluggia, Trino Vercellese, Bosco Marengo e Tortona. Quel poco che ci manca si trova sull’altra sponda del Lago Maggiore, a Ispra (comune in provincia di Varese dove ha sede il Centro comune di ricerca Ue, ndr). Insomma, se c’è una regione che dal deposito può trarre solo vantaggi è il Piemonte». A parlare è Gian Piero Godio di Legambiente Piemonte, ex ricercatore Enea e storico attivista anti nucleare. «Avevamo ragione, nessun sito fra quelli che ospitano materiali e rifiuti radioattivi è ritenuto idoneo per il deposito. Il rischio che viviamo deve farci pretendere che il luogo sia scelto con oculatezza, oggettività e trasparenza».

Per molti osservatori il Piemonte è in pole fra i siti in cui realizzare il deposito. «Sul nucleare hanno una storia, un background culturale più adeguato ad affrontare il tema – si lascia scappare Bratti – ma questo non vuol dire che debba per forza stare lì». La provincia di Viterbo ha invece il “merito”, al netto dei parametri seguiti da Sogin, di avere più rifiuti in termini di volume e di trovarsi in una posizione centrale rispetto ai luoghi che ora conservano i materiali. «Un terzo di tutti i siti indicati sono nella provincia di Viterbo, con due concentrazioni: sulla costa, Montalto di Castro e Tuscania, e nella fascia interna della Cassia – spiega Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Il territorio è sul piede di guerra, anche i sindaci non coinvolti raccolgono fondi per far stilare ai loro avvocati osservazioni alla Cnapi». Ma la resistenza più dura, racconta Scacchi, viene dal comparto agricolo, che teme la diminuzione della qualità territoriale nella percezione dei consumatori. «Il punto è che i rifiuti radioattivi ci sono già, poco lontano c’è il deposito della Casaccia. Stiamo cercando di spiegare sul territorio che il rischio contaminazione non si ferma con 100 km».

Viterbese a parte, fra i 67 siti indicati non ci sono ex aree industriali, sul perché abbiamo chiesto conto a Sogin. I criteri Ispra infatti, al punto 15, escludono “attività industriali a rischio di incidente rilevante” o strategiche, non aree industriali dismesse. La società spiega a Nuova Ecologia di aver tenuto conto anche del criterio 12, che esclude “le aree che non siano ad adeguata distanza dai centri abitati”. Fra questi, come fa l’Istat, Sogin include anche le località produttive. «Nel deposito nazionale saranno sistemati in sicurezza circa 95.000 m3 di rifiuti radioattivi – risponde ancora Sogin alle nostre domande – Di questi circa il 40% sono ad attività molto bassa, il 40% a bassa attività, di poco inferiore al 20% a media attività e circa lo 0,4 % ad alta attività. I rifiuti ad alta attività, circa 400 m3, sono costituiti a loro volta per circa il 20% da combustibile non riprocessabile e per l’80% dai residui del riprocessamento all’estero del combustibile irraggiato». L’investimento per costruirlo, opere accessorie incluse, è stimato in 1,5 miliardi. A finanziarlo sarà la voce della bolletta elettrica che già copre i costi dello smantellamento. A questo proposito va sottolineato che un report della Cgil ha svelato che dei 3,7 miliardi pagati dal 2001 al 2018 attraverso le bollette, appena 700 milioni sono andati al decommissioning, il resto è stato speso in manutenzione dei depositi temporanei, per trattare il combustibile all’estero, far funzionare la struttura e pagare il personale.

“Una legge per il dibattito pubblico”

La pubblicazione della Cnapi ha aperto la fase di consultazione dei documenti (su depositonazionale.it), che dovrebbe durare due mesi, cioè fino al 5 marzo. Nei quattro mesi successivi è previsto il seminario nazionale. Tutti i soggetti interessati però, dalle associazioni ai Comuni, chiedono tempo. Al momento di scrivere non sappiamo, ma è probabile, se l’emendamento che allunga i termini per segnalare criticità passerà nel “Mille proroghe”.

«Oggi i rifiuti sono in luoghi insicuri che vanno liberati – sostiene il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – Il deposito per i rifiuti di media e bassa attività va individuato ma deve essere la prima grande opera realizzata con un dibattito pubblico vero, come quello regolato per legge in Francia». A processo già partito non è tardi? «Dando per scontato che i tempi saranno allungati, basterebbe emendare il codice degli appalti, che già prevede un elenco di opere e una soglia di spesa per avviare il dibattito pubblico, per aggiungere il deposito e gli interventi del Piano ripresa e resilienza, ma anche per abbassare la soglia, ora molto alta». L’iter prevede che in base alle osservazioni e alla discussione nel seminario nazionale, Sogin aggiornerà la Cnapi, per poi sottoporla nuovamente ai pareri dell’Isin e dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e delle Infrastrutture. In base a questi pareri, il ministero dello Sviluppo economico convaliderà la Cnai, la carta nazionale delle aree idonee.

Il deposito è progettato per contenere rifiuti a bassa e media attività, per quelli ad alta si è in attesa di un deposito geologico internazionale. Ancora a Sogin chiediamo lo stato dell’arte in questo percorso di accordi fra Stati nell’individuazione del sito. «Chi ha limitati quantitativi di rifiuti a media e alta attività e non prevede di produrne elevati quantitativi a breve-medio periodo, come l’Italia, è chiamato a valutare l’individuazione di una soluzione condivisa fra più Stati – conferma la società – Nel programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi è previsto che anche il nostro Paese partecipi a gruppi internazionali per studiare la possibilità di realizzare un deposito geologico comune in Europa per la sistemazione definitiva dei rifiuti a media e alta attività». Esempi sono l’European repository development organisation e l’Implementing geological disposal of radioactive waste technology platform.

«Chi si stupisce che diciamo sì al deposito non ci conosce – riprende Ciafani – Siamo nati sulle battaglie anti nucleari, grazie a noi si è vinto il referendum del 1987, nei ’90 denunciavamo i traffici di rifiuti radioattivi, nel 2011 abbiamo ucciso ancora una volta il nucleare. Ora è arrivato il momento di trovargli una collocazione definitiva, dagli anni ’80 sosteniamo che le scorie ad alta attività devono essere inviate in un deposito europeo, mentre quelle a media e bassa che continuiamo a produrre vanno smaltite in Italia». Con trasparenza, ma soprattutto in sicurezza.

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