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Rifiuti pericolosi, soluzioni possibili per una gestione virtuosa

In Italia sono presenti più di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto ancora da bonificare e smaltire. Una questione irrisolta per il Paese. La Nuova Ecologia ne ha parlato con il presidente del comitato esecutivo di Barricalla Alessandro Battaglino

Secondo le stime più recenti dell’Ona, l’Osservatorio nazionale amianto, in Italia in tutto il territorio nazionale sono presenti più di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto ancora da bonificare e smaltire. Una questione irrisolta per un Paese, come l’Italia, che vuole puntare a obiettivi sempre più ambiziosi sul fronte del riciclo e dell’economia circolare e, in parallelo, al raggiungimento di standard più elevati nella gestione e nello smaltimento di tutte le tipologie di rifiuti, compresi quelli speciali e pericolosi. La Nuova Ecologia ne ha parlato con un attento osservatore di queste dinamiche a livello nazionale e internazionale, il presidente del comitato esecutivo di Barricalla S.pA. Alessandro Battaglino.

Tante, troppe tonnellate di materiali in amianto sparse in giro per l’Italia. Come si fa a contenerle e smaltirle in modo corretto?

Alessandro Battaglino

Al momento le discariche rimangono l’unico luogo adatto in cui possiamo far convergere i rifiuti contenenti amianto e altri rifiuti pericolosi. Anche nel modello di economia circolare la discarica è essenziale, rappresenta la chiusura di un cerchio e questo semplicemente perché per determinati tipi di rifiuti non ci può essere altra destinazione. La maggior parte dei rifiuti speciali e pericolosi, infatti, al momento non può che andare in discarica. E la discarica, oggi, è l’unico luogo in cui questo si può fare in maniera presidiata e controllata, secondo norme chiare che regolano la gestione presente e il post mortem di questi rifiuti.

Su questo aspetto come valuta le posizioni da una parte del mondo ambientalista e, dall’altra, di quello industriale?

Oggi vedo che le posizioni ad esempio di Legambiente sono molto vicine a quelle di Confindustria. Quando si dice “mille impianti per arrivare a rifiuti zero”, significa che l’orizzonte è condiviso. La posizione odierna di Legambiente è molto più comprensiva di quelle che sono le effettive esigenze di un Paese che vuole mantenere il suo ruolo di ottava potenza industriale del mondo e non solo come un posto in cui “fare turismo”.

In quest’ottica quali sono i nuovi obiettivi che si è posta Barricalla?

Non essendoci molte discariche in Italia in cui conferire i rifiuti pericolosi, e rimanendo la nostra discarica una delle poche di riferimento per il nord-ovest del Paese, stiamo progressivamente riducendo i volumi disponibili. Questo ci impone, come è già successo in passato, di andare a cercare un nuovo sito o per un ampliamento o per dare origine a un nuovo progetto. Oggi stiamo concentrando i nostri sforzi nel cercare nel breve-medio periodo un ampliamento rispetto alla discarica esistente, ma presto dovremo trovare un nuovo sito per una “Barricalla 2”. Nel farlo vogliamo rispettare dei determinati parametri. Con “Barricalla 1” eravamo partiti utilizzando una cava creata per la costruzione di una tangenziale e poi abbandonata. Allo stesso modo ora ci poniamo l’obiettivo di non andare a consumare terreno agricolo, ma di ripartire da dove il territorio ha già registrato interventi antropici. La nostra visione e la nostra strategia si configurerebbe pertanto come un’operazione di ripristino ambientale. Esattamente come succede in Germania, dove vengono utilizzate le miniere dismesse ed esaurite come luogo di conferimento di rifiuti pericolosi. Non essendoci in Piemonte e in Italia un importante sistema di miniere dismesse si può e deve pensare per realizzare nuovi impianti di smaltimento a luoghi già compromessi.

L’Italia dispone di un’impalcatura legislativa adeguata per reggere un cambio di passo sul fronte del trattamento di queste tipologie di rifiuti?

Per quanto riguarda il problema dell’amianto, che sarà sempre più cogente, bisogna che se ne prenda realmente coscienza e si individuino anzitutto i luoghi in cui conferire i rifiuti che contengono questa materia. Oggi questi rifiuti o vengono conferiti nelle (poche) discariche esistenti  o prendono la strada dell’estero. La soluzione, se si vuole evitare l’esportazione, è di autorizzare nuovi impianti di smaltimento finalizzati solo alla raccolta di rifiuti contenenti amianto oppure autorizzare nuovi impianti con il vincolo di costruire celle dedicate a questa tipologia di rifiuti. Una scelta va comunque fatta anche perché allo stato attuale, aldilà di qualche sperimentazione, in Italia non sono mature quelle tecnologie che ci permettano di smaltire l’amianto in modo diverso. Se davvero si vuole bonificare il nostro paese dall’amianto chi regola e pianifica queste operazioni deve garantire spazi adeguati di conferimento del materiale bonificato e raccolto. Altrimenti si fa solo demagogia. La Regione Piemonte, ad esempio, ha messo a punto un programma ambizioso che punta a smaltire oltre due milioni di tonnellate di amianto e si sta impegnando a trovare nuovi impianti e nuove volumetrie. Ma per provare davvero a risolvere questa questione serve che tutto il Paese smetta di far finta che tutto questo amianto non ci sia. È un problema che va affrontato e gestito con un piano nazionale che arrivi a delineare, prima, un piano di smaltimento condiviso con le singole Regioni e a definire, poi, iter autorizzativi omogenei e non frammentati come, purtroppo succede oggi.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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