Riders e lavoratori on demand: serve una legge ad hoc?

Secondo Valerio De Stefano, professore di Diritto del lavoro all’università di Loviano, in Belgio, “sarebbe utile un ragionamento molto più ampio, che abbia come oggetto tutto il lavoro free lance in Italia” / Dal mensile di maggio 2019

l'immagine di un rider

«La sentenza di gennaio della Corte d’appello sui riders torinesi non ha effetti diretti sugli altri riders o gli altri lavoratori delle piattaforme. Sicuramente però è un precedente importante per come applica la norma del Jobs act che estende le tutele del lavoro subordinato a questi lavoratori, considerandoli sì come autonomi, ma autonomi eterorganizzati, bisognosi di protezione». Lo spiega Valerio De Stefano: professore di Diritto del lavoro all’università di Loviano, a 30 km da Bruxelles, un dottorato alla Bocconi sui lavori precari, autore nel 2017 di un “Manifesto per salvare la gig economy”, oggi una delle voci più lucide sulle questioni aperte dalle piattaforme digitali. Il suo manifesto, 11 proposte perché l’economia on demand non si trasformi nel Far West, firmato con Antonio Aloisi e Six Silberman, recita: “Molti report prodotti per conto di agenzie statali hanno confermato che gran parte del vantaggio competitivo di certi nuovi attori deriva dal mancato rispetto di previsioni normative lavoristiche o previdenziali. I freelance su Upwork, i corrieri di Foodora e i collaboratori di Helpling ci consegnano una profezia sui mestieri molecolari dei prossimi anni, è giunto il momento di razionalizzare il primato dell’innovazione, autentica o presunta, e fare i conti con i diritti”.

Come dimostrano diverse sentenze in Europa, il tema dei diritti dei ciclofattorini esiste. Serve una legge sui riders?

Se il legislatore vorrà occuparsi di questo tema non è auspicabile fare decreti limitati al fenomeno dei soli riders perché fa più colpo sui giornali. Sarebbe utile un ragionamento molto più ampio, che abbia come oggetto tutto il lavoro free lance in Italia. Il tema è molto urgente: il fenomeno dei lavoratori qualificati come autonomi ma che hanno un unico committente e sono molto deboli economicamente non nasce certo con la gig economy. Per questo serve una riflessione ampia su ciò che oggi è diventata una parte del lavoro autonomo in Italia. Bisogna capire se ha senso o no estendere le tutele giuridiche previste per il lavoro subordinato a parte di quei lavoratori. Il Jobs act aveva cercato di farlo e la Corte d’appello di Torino ha applicato una norma fino ad allora rimasta inapplicata.

I consumatori possono avere un ruolo?

Come abbiamo visto, il problema dei lavoratori di queste piattaforme esiste. I consumatori non si possono nascondere dietro un dito dicendo “non lo sapevo”: farebbero bene a sostenere le piattaforme virtuose anche coi loro comportamenti.

Intervista pubblica su La Nuova Ecologia – maggio 2019