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Polvere in circolo

Un progetto dell’Università di Catania punta sul riutilizzo delle ceneri dell’Etna e sui suoi possibili impieghi, dalle pavimentazioni stradali ai sistemi per ridurre l’inquinamento

Dal mensile di settembre È il vulcano più alto d’Europa e uno fra i più attivi al mondo. Da oggi è anche il protagonista di un progetto di economia circolare che punta sul recupero delle sue ceneri. È l’Etna, che durante i periodi di maggiore attività di ceneri ne produce centinaia di migliaia di tonnellate: cadono sulle strade e sui balconi, viaggiano fino alle reti fognarie, si depositano sui terreni agricoli alterandone l’ecosistema. È da qui che sono partiti i ricercatori dell’Università di Catania per “Reucet”, un progetto finanziato dal ministero dell’Ambiente e concluso a febbraio 2020 con l’obiettivo di recuperare ceneri e lapilli vulcanici per riutilizzarli nei settori dell’ingegneria civile e ambientale. L’elevata porosità dei materiali piroclastici conferisce ai residui dell’Etna grandi proprietà di isolamento termico, che possono garantirgli nuova vita sotto forma di malta, intonaci e pannelli isolanti. Non solo: ceneri e lapilli possono essere riutilizzati per la produzione di prodotti ceramici, come adsorbente con finalità di riduzione dell’inquinamento e anche per pavimentare strade a viabilità provinciale.

«L’uso delle ceneri ha un duplice vantaggio ambientale: da una parte riduce il consumo di risorse naturali, dall’altra evita lo smaltimento della cenere come rifiuto, promuovendo la transizione verso un’economia circolare – spiega Paolo Roccaro, professore di Ingegneria sanitaria ambientale dell’Università di Catania, responsabile scientifico del progetto – Studiando la composizione delle ceneri dell’Etna abbiamo notato che sono diverse dalla sabbia vulcanica convenzionale. Si tratta di materiali fragili, superficialmente ricchi in fluoruri e solfati, che riducono di molto le proprietà di adesione con altri materiali e che ne limitano l’utilizzo per alcune applicazioni nell’ingegneria civile. Tuttavia – continua – le loro caratteristiche le rendono idonee per diverse applicazioni nel settore civile e ambientale come malte e intonaci isolanti, prodotti ceramici e materiali tecnologicamente avanzati». Per i ricercatori etnei puntare su questo materiale è fondamentale per evitare il ricorso alla discarica e ai suoi costi di smaltimento. Basti pensare che la sola Giarre, la cittadina più colpita dalle piogge di cenere, ne ha raccolto circa 12.000 tonnellate dopo una sola settimana di eruzioni. «I dati riscontrati sui costi per il conferimento delle ceneri presso gli impianti di recupero di inerti hanno evidenziato un costo di 12 euro a tonnellata, mentre l’esborso per il conferimento in discarica ammonta a 120 – riprende Roccaro – Bisogna poi aggiungere i costi della raccolta dalle strade. Inoltre, le ceneri vengono classificate come rifiuti solo a seguito di ordinanze urgenti degli enti competenti, con un doppio codice Cer. Uno li classifica come residui della pulizia delle strade, l’altro come terre e rocce non contenenti sostanze pericolose. Spero che “Reucet” accenda i riflettori sulla necessità di intervenire sulla normativa per valorizzare il recupero delle ceneri etnee, prevedendo magari anche risorse economiche ad hoc».

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