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Il pozzo nero dei Redd

Le “soluzioni basate sulla natura”, fallimentari sul fronte deforestazione, rischiano di “ingoiare” l’agricoltura e le emissioni derivanti dagli usi del suolo

Dal mensile di ottobreSfruttare al meglio i cicli biologici per mitigare il cambiamento climatico. È l’idea alla base delle “soluzioni basate sulla natura” (Natural based solutions) promosse dalle Nazioni Unite negli ultimi anni con la speranza di coniugare profitto e riduzione del degrado ambientale. L’intenzione è far sì che attività di gestione sostenibile di suoli, foreste, torbiere, laghi e di qualunque altro ecosistema possano generare crediti di carbonio per chi le finanzia, rendendo più conveniente proteggere gli ecosistemi che distruggerli. La storia delle “soluzioni basate sulla natura” inizia dal 2005, l’anno in cui il Protocollo di Kyoto entra in vigore e nasce il mercato europeo del carbonio. In contemporanea viene lanciato dall’Onu il programma “Redd”, acronimo di Reducing emissions from deforestation and forest degradation. Progettato per ridurre le emissioni associate alla deforestazione, doveva servire a finanziare progetti nei Paesi in via di sviluppo ricchi di foreste, disincentivandone la distruzione.

Pochi anni dopo un avvio fallimentare, cambiava nome in “Redd+”, dove il segno aritmetico stava a indicare che le foreste non dovevano più essere conservate ma si potevano tagliare con criterio. Accostando il commercio di legname “sostenibile” e i crediti di carbonio, la speranza era di ridurre il disboscamento indiscriminato. Ma ancora una volta, al di là delle intenzioni, l’impatto sulla riduzione della deforestazione è stato trascurabile, al contrario degli episodi di truffa, land grabbing e violenze sulle comunità indigene. «L’attuazione di progetti Redd+ minaccia le pratiche agricole dei piccoli contadini come l’agricoltura itinerante – denuncia Jutta Kill, ricercatrice del World rainforest movement – mentre i veri driver della deforestazione continuano a non essere affrontati, permettendo al fenomeno di crescere su larga scala». Oltre a numerosi governi, anche il Fondo verde per il clima – nato in ambito Onu per finanziare progetti di mitigazione e adattamento nei Paesi in via di sviluppo – ha versato denaro nel pozzo nero dei Redd. L’ultimo caso eclatante è quello dell’Indonesia, che lo scorso agosto ha ottenuto 103 milioni di dollari per aver evitato emissioni di CO2 nel settore forestale durante il periodo 2014-16. Subito dopo, però, il disboscamento ha ripreso a pieno ritmo, con picchi in stile brasiliano durante la pandemia. Intanto, Banca Mondiale e agenzie Onu come la Fao stanno mettendo a punto un’ulteriore estensione del meccanismo: oltre al commercio di carbonio e legname da piantagioni industriali di alberi a crescita rapida, vengono coinvolte anche l’agricoltura e le emissioni derivanti dagli usi del suolo. Secondo Kill così si rischia di «espandere l’accaparramento delle terre oltre le foreste, su aree molto più ampie gestite dall’agricoltura contadina». Le “soluzioni basate sulla natura” sono il traguardo di questa corsa alla finanziarizzazione totale: alla fine, ogni ciclo vitale potrebbe essere considerato “lavoro” utile a produrre credito per chi lo agevola. Con rischi etici non trascurabili.

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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