Raganello, Legambiente: approfondire la verità, e ridare speranza alle Gole

Nicoletti: “Oltre a soddisfare le richiesta di giustizia per i morti e chi è rimasto in vita, bisogna far ripartire la fruizione in un territorio che rischia l’oblio. La consapevolezza del rischio in natura è il primo passo per prevenire incidenti”

parco del pollinoLe indagini per la morte dei 10 escursionisti nelle Gole del Raganello avvenuta a Civita lo scorso 20 agosto registrano una accelerazione importante a meno di un mese dai fatti e il 12 settembre, la Procura della Repubblica di Castrovillari, ha emesso sette informazioni di garanzia a carico dei sindaci di Civita, Cerchiara di Calabria e San Lorenzo Bellizzi, del Presidente del Parco nazionale del Pollino, del Responsabile dell’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Cosenza dei Carabinieri Forestali e di due guide escursionistiche. Un atto dovuto a tutela di tutti i soggetti che, a parere della Procura, potrebbero essere successivamente chiamati a rispondere di quanto accaduto e in considerazione degli atti istruttori irripetibili che devono essere effettuati.

Un primo esito delle indagini abbastanza scontato da parte della Procura che, fin da subito, ha dichiarato necessario ricercare gli eventuali colpevoli, la cui ricerca però non deve umiliare la verità dei fatti. Riteniamo necessario che anche la classe politica regionale valuti gli eventi e si prepari a porre rimedio alle eventuali criticità che potranno emergere dall’inchiesta, anche se le proposte operative che abbiamo inviato con un documento ai consiglieri regionali ed alla Giunta sono state completamente ignorate nella seduta del Consiglio regionale del 12 settembre che ha dibattuto sulle emergenze.

E proprio la difficile ricerca della verità, che è una responsabilità degli investigatori, deve essere un obiettivo a cui tutti dobbiamo contribuire. Una verità che sarà rivoluzionaria se chiarirà eventuali responsabilità e/o colpe di ognuno, ma dovrà convincere rispetto a incongruenze di valutazione che si possono registrare in casi come questi. È capitato, in eventi analoghi, che le colpe siano diverse a seconda di chi investiga e degli ambienti in cui gli incidenti avvengono. Finora se l’incidente è avvenuto in un’area protetta il gestore viene chiamato a risponderne, al di là della successiva condanna eventuale, sulla base di una presunta correlazione stretta tra fruizione del luogo e gestione dello stesso. Come se bastasse tracciare e segnalare un sentiero per attribuirne poi la responsabilità di quanto vi accade allo stesso soggetto di prima, senza tenere conto che la fruizione della natura è libera, non controllata e, per ragioni evidenti, anche pericolosa. In natura il rischio zero non esiste sebbene si debba fare di tutto per rendere bassissima questa eventualità.

Prendiamo il caso degli incidenti in montagna che, solo nel nostro Paese, ogni anno coinvolgono decine di persone che in molti casi perdono la vita: sulle Alpi mediamente sono 70/100 gli incidenti mortali che coinvolgono escursionisti, scalatori, sciatori etc… Ogni anno persone perdono la vita per una scalata che si rivela più pericolosa del previsto, non solo perché si sottovalutano le condizioni ambientali o si sopravvalutano le proprie capacità, ma anche perché le condizioni meteo cambiano repentinamente e valanghe e slavine possono travolgere cordate o sciatori.

In questi casi non ci risulta che sia la mancata o inefficiente allerta dei sindaci ad essere presa in considerazione dalle indagini. E non è nemmeno la responsabilità delle aree protette che non vietano la fruizione del Monte Bianco o del Monviso ad essere analizzata dagli inquirenti. Molto probabilmente, in questi casi, si valutano le cause non tanto per un’allerta meteo sottovalutato, ma si considerano i fatti in maniera più complessa e oggettiva.

Tema, quello dell’allerta meteo, emerso più volte nel dibattito dopo la tragedia, che richiede una riflessione approfondita. Infatti non possiamo ignorare che il sistema di allertamento, sebbene sia una prerogativa dei sindaci, così com’è è inadeguato per ammissione dello stesso Capo del Dipartimento della Protezione Civile che considera da migliorare il sistema nella gestione dell’ultimo miglio. In sostanza dopo l’allerta inviato dalla Protezioni civile regionali, deve attivarsi il sistema di Protezione civile comunale che non può fare affidamento sul solo il sindaco. Manca insomma una efficace rete di “prevenzione civile” che si attivi in maniera coordinata e coinvolga istituzioni, in primis la struttura comunale, e poi il resto dei soggetti che possono dare un contributo a gestire la fase prima della eventuale emergenza.

Certo il tutto può essere vanificato se le indicazioni che arrivano ai sindaci sugli allerta meteo arrivano in maniera generica e senza una puntuale localizzazione del rischio, come è accaduto in quei giorni con indicazione di allerta giallo che coinvolgeva tutta la Calabria. Può anche capitare che arrivino ai sindaci calabresi, e alle strutture comunale di protezione civile quando esistono, per tre giorni di seguito lo stesso allarme giallo che interessa l’intera Regione e si può anche sottovalutare l’allerta che, come insegna il motto al lupo al lupo, alla terza volta si verifica.

L’attuale sistema di protezione civile, ad esempio, non contempla nei Piani di protezione civile comunali un approfondimento e misure per le zone rurali e gli spazi naturali (come sono le Gole del Raganello). Senza voler banalizzare il ruolo dei sindaci, ci pare comunque necessario approfondire questi temi anche per togliere di mezzo incomprensioni, stoppare lo scarica barile a cui abbiamo finora assistito e sperare di migliorare un sistema che, così com’è, finisce per scaricare tutte le responsabilità sui sindaci in quanto tali. Diciamo senza infingimenti che questo caso è molto diverso da quanto accaduto nel 2015 nella vicina Corigliano Calabro, dove la deviazione del corso di un torrente per costruire abusivamente un quartiere ha provocato danni ingenti per chiare responsabilità di diversi sindaci e amministratori locali che negli anni si sono succeduti.

Approfondire la verità su quanto accaduto a Civita deve servire anche a far avanzare la consapevolezza e la valutazione dei rischi, oltre a soddisfare la richieste di giustizia per i morti e di chi è rimasto miracolosamente vivo. Deve servire ad aiutare a far ripartire le attività di fruizione in quel territorio che rischia l’oblio o essere ricordato per sempre come luogo di morte. E la fruizione della natura e di luoghi simili a questo non possono prescindere da un’attività costante e importante di formazione e informazione delle persone, da un’azione di diffusione della consapevolezza del rischio e dei comportamenti adeguati da adottare se si sceglie di visitarle. Primo passo per un’efficace azione di prevenzione degli incidenti in natura.

Approfondire quanto è accaduto, è l’unica cosa che aiuterà a rendere di nuovo credibile la reputazione di una destinazione turistica come le Gole del Raganello, perché la reputazione è una delle poche cose che conta per i turisti, a patto che chi gestisce, chi sorveglia e chi offre servizi turistici in quei territori aiuti a costruire modalità di fruizione dei territori che puntino sempre meno sulla imprevedibilità e sempre più su una migliore prevenzione, una più corretta informazione e organizzazione del lavoro.