Radici estirpate

Più che ad opera dei grileiros,gli accaparratori di terre, la devastazione prosegue per mano dei legittimi amministratori. La denuncia di allevatori e indigeni

di ILARIO PIAGNERELLI*

La foresta brucia dietro la fazenda, mentre il pozzo vomita fango. La carrucola di legno che Carlos, detto “Chico Lata”, e suo figlio fanno girare è uscita dal perno e la fatica è doppia. In fondo al buco, 14 metri sottoterra, impreca qualcuno, intento a riempire il secchio di melma color rosa. Tra i primi a finire sotto accusa per gli incendi amazzonici, questi allevatori si difendono: «Non c’entriamo nulla, anzi siamo noi le vittime. Stiamo cercando acqua per le vacche. Le fiamme hanno distrutto pascoli e recinzioni, così le abbiamo rinchiuse lì senza acqua né cibo, e otto mancano ancora all’appello», dice Chico Lata indicando il piccolo box dove una trentina di bovini indietreggiano spauriti.
Una strada senza curve ci ha portato sin qui. È la interstatale 364, che poco a nord di Porto Velho, capitale dello Stato di Rondonia, intersecherà la “mitica” Transamazzonica. Completata negli anni Settanta, la 364 fu una pietra miliare della cosiddetta “Marcha para o Oeste”, il progetto di colonizzazione del bacino amazzonico rilanciato dalla giunta militare e, oggi, dalla presidenza Bolsonaro. Si snoda attraverso un puzzle scomposto di campi di soia e mais, pascoli e isole di foresta. Colonne di tir la percorrono dal Mato Grosso per scaricare tonnellate di soia su chiatte che da Porto Velho, attraverso il fiume Madeira e poi il Rio delle Amazzoni, raggiungeranno l’Atlantico per l’esportazione. Ma è l’industria bovina il motore di questo Stato, con 4 miliardi di dollari di valore e una crescita che sembra inarrestabile.
L’allevamento del signor Carlos è uno dei tanti strappati all’Amazzonia in questi anni a colpi di machete, caterpillar e fiamme. Perché più che ad opera dei grileiros, gli accaparratori di terre, qui la devastazione prosegue, placidamente, per mano dei legittimi amministratori della foresta: gli appezzamenti che non appartengono al demanio, o non fanno parte di riserve estrattive o indigene, hanno infatti un proprietario. Per legge è autorizzato a disboscarne non oltre il 20%. Regolarmente, invece, ne fa tabula rasa, con la quasi certezza di farla franca. Poco fuori Porto Velho seguiamo una pattuglia della polizia forestale, partita alla ricerca di un focolaio oltre il fiume Jamari. All’arrivo, la scena desolata di 40 ettari di giungla carbonizzata. Tra i tizzoni fumanti, un albero scheletrito resta in piedi. Vi si posa un tucano, uscito dalla foresta ancora intatta. Il suo richiamo solitario si perde nel silenzio, mentre una sparuta mandria di vacche già esplora il futuro pascolo. Con cautela gli zoccoli evitano le braci.
«Di solito – spiega il sergente Nilton Freire, della polizia forestale di Rondonia – abbattono gli alberi durante la stagione piovosa, quando le piste diventano impraticabili e per noi è difficile intervenire. Una volta venduto il legname più pregiato attendono la stagione secca, da giugno a novembre, per completare l’opera bruciando il resto». Per la vendita del legname illegale la multa equivale a circa 670 euro al metro cubo, 1.100 se si tratta del prezioso noce, l’albero più imponente della foresta. Per quanto riguarda l’incendio, «per questo appezzamento dovrebbe trattarsi di 100.000 euro». Ma tutto questo solo se saranno provate le responsabilità, cosa molto difficile in questi spazi sconfinati.
Eppure il Paese non manca di tecnologie e di agenzie statali e federali dedite alla protezione dell’Amazzonia: sulla app in dotazione al sergente Freire, l’area dove ci troviamo compare già annerita, grazie a foto satellitari aggiornate quasi quotidianamente. «Tutto inutile», scuote la testa Antenor, un capo villaggio Karitiana che abbiamo portato con noi per provare a vedere la foresta distrutta “con gli occhi di un indio”: per lui questo ecosistema “polmone del mondo” non è altro che la propria casa. «Questa gente non teme più nulla – dice Antenor, 56 anni – perché l’impulso arriva dal presidente della Repubblica. Il proprietario della natura – prosegue – è Dio. È lui che ha piantato la foresta. Quando noi indigeni uccidiamo un tapiro non lo vendiamo, ma ne diamo una parte a tutta la comunità. Non ne vendiamo la carne perché nessuno di noi ha creato il tapiro! In questo luogo hanno distrutto senza pensare a colui che ha piantato».
*Inviato di Rainews24 in Amazzonia