Quando il rifugio è un incubo

Somalia, Siria, Nigeria. Paesi in guerra e luoghi da cui fuggire. A qualunque costo. Cercando diritti. E finendo nelle mani di trafficanti e sfruttatori. Tre testimonianze di donne che hanno riconquistato la loro libertà

immagine, di spalle, di una giovane richiedente asilo

Faith percorre le strade polverose del suo villaggio, tra le baracche, e piange. Sua madre le ha spiegato che per fronteggiare le difficoltà economiche della famiglia deve separarsi dalle sue sorelle e dai suoi fratelli e affrontare un lunghissimo viaggio. Quello verso l’Europa. Ma né lei né sua madre potevano immaginare, allora, il labirinto di orrore in cui questa ragazza nigeriana di 16 anni si sarebbe persa, sprofondando nella trappola di un sistema collaudato di sfruttamento sessuale gestito da una rete di trafficanti feroci, che nessuno è riuscito ancora a fermare. Qualcosa accomuna la storia di Faith a quella di Selma e di sua madre, Fardowsa, che l’ha partorita in un centro di detenzione libico dopo settimane di privazioni, soprusi, violenze che ne hanno ferito lo sguardo. E a quella di Layla al Khalidi, che ha abbandonato in tutta fretta la Siria travolta dalla guerra civile, per riparare profuga in un Libano «inospitale verso i siriani».

Tutte e quattro, Faith, Layla e Fardowsa con la piccola Selma, hanno vissuto la loro odissea, con il sogno o l’illusione di vedersi riconosciuto il diritto a vivere in un luogo sicuro o trovare un lavoro dignitoso e crescere in un ambiente sereno.

In un mondo che vede il moltiplicarsi di focolai di crisi, il numero di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese per sottrarsi a persecuzioni, guerre, violenza generalizzata, ammontava nel 2017 a 68,5 milioni, di cui 25,4 milioni rifugiati, 40 milioni sfollati all’interno del proprio Paese e 3,1 milioni di richiedenti asilo. Un dato in crescita rispetto ai 65,6 milioni di profughi del 2016, secondo quanto segnala l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Lo scorso anno si stima che ci siano stati 16,2 milioni di nuovi sfollati, più di 44mila al giorno. Numeri che non includono i migranti che si spostano a causa delle conseguenze drammatiche di disastri naturali e carestie, causate dai cambiamenti climatici o povertà estrema, che sempre più spesso non lasciano comunque alcuna scelta.

I più vulnerabili tra i vulnerabili sono i minori, che costituiscono la metà della popolazione rifugiata e che corrono maggiori rischi di essere sfruttati e abusati, privati della propria infanzia. È in questo scenario che si dipana la storia di Selma e di sua madre Fardowsa, che ha chiesto di non svelare la sua identità, di non riprendere il suo volto o registrare la sua voce. I nomi li ha quindi scelti lei. Fardowsa in arabo significa “paradiso”, spiega dopo aver parlato dell’inferno che ha rischiato di ingoiarla insieme alla sua bambina.

L’inferno di Fardowsa

«Sono di Mogadiscio e ho 27 anni», racconta questa giovane donna, che il suo Paese vuole solo dimenticarlo. Quando è nata, la Somalia era già in guerra e ora al Shabaab, organizzazione vicina ad al Qaeda, seppur in ritirata continua a controllare gli stati del Sud e a lanciare attacchi terroristici nella capitale. «Sono stati uomini di al Shabaab a uccidere mio marito», l’unico a lavorare. La famiglia resta senza alcun sostegno e quando, qualche tempo dopo, questa giovane donna con quattro figli incontra un uomo che si innamora di lei e le propone di attraversare la frontiera, Fardowsa accetta. Affida i figli alla sua «dolce mamma» e abbandona Mogadiscio, senza trovare però in Sudan quello che cerca: il suo uomo non ha un lavoro e non si prenderà cura di loro. «Avevo lasciato quattro figli orfani e dovevo rendermi utile. Avevo conosciuto alcune ragazze che partivano e ho deciso di unirmi a loro», nonostante l’eco dei racconti sull’inferno libico arrivasse fino a lì. «Lui era contrario e io ero incinta, ma i miei figli avevano bisogno di me», afferma mentre tiene tra le braccia Selma, che forse non saprà mai quello che ha scampato.

Inizia così l’odissea, venti giorni a tappe forzate nel deserto del Sahara, patendo la sete e mangiando «una volta ogni tre giorni». Una carovana di una decina di furgoncini in ciascuno dei quali sono stipate almeno 15 persone, per lo più eritrei e somali oltre a qualche etiope. Lì Fardowsa vede «tante persone morire di stenti» ma è all’arrivo in Libia che comincia a pensare che non avrebbe mai dovuto affrontare il viaggio, assillata dal pensiero che sarebbe morta insieme alla piccola che teneva in grembo. «Ci hanno messo in un enorme capannone senza finestre e hanno cominciato a contarci. Chi non aveva i soldi per il viaggio veniva picchiato con un tubo di ferro e gli facevano bere acqua e gasolio. Alcuni sono stati venduti come schiavi». Altri «morti per le torture, donne violentate. Questo ho visto». Fardowsa cerca di nascondersi nella folla di disperati, si nutre della scarsa pasta senza sale che le gettano ai piedi e attende per un mese che la famiglia invii il denaro ai trafficanti: 8.500 dollari. «Era la fortuna a decidere se beccavi le botte o meno», a lei capita «solo una volta» di essere percossa con un tubo di ferro.

Dopo uno scontro a fuoco tra i governativi e i trafficanti, risolto a favore dei primi, i prigionieri vengono trasferiti nel centro di detenzione statale di Sabrata. Le condizioni igieniche, il cibo, le maniere dei carcerieri non cambiano. L’angoscia di Fardowsa aumenta, sta per entrare in travaglio. Nessuno si prende cura di lei eccetto una prigioniera che «senza attrezzi né guanti» vede spuntare la testa della bambina e, come può, l’aiuta a venire al mondo, «tagliando con una lametta il cordone ombelicale».

Seguono settimane di grande apprensione che spengono in lei ogni speranza. Ma quaranta giorni dopo la nascita di Selma arriva per lei e pochi altri la svolta. Il Viminale, allora guidato dal ministro Marco Minniti, aveva firmato un accordo con i libici e la Conferenza episcopale italiana che aveva deciso di aprire le porte di sedici diocesi sparse sul territorio italiano. Se da una parte il governo di Roma stringeva le maglie e appaltava alla guardia costiera libica il respingimento in mare di barconi stracolmi di uomini, donne e bambini, dall’altra proponeva canali alternativi di accesso, che presto si sarebbero rivelati una goccia nel mare. Per Fardowsa e la piccola Selma comunque è la salvezza. Gli operatori europei che riescono ad entrare nella prigione libica le scelgono. Nel dicembre del 2017 salgono su uno dei due voli che condurranno a Pratica di Mare 162 migranti. Un solo aereo seguirà nel gennaio seguente con un altro centinaio di profughi, prima che l’esperienza si interrompa bruscamente con il nuovo corso politico in Italia.

Quando le chiedi se si è pentita di aver messo a rischio la sua vita e quella della bambina, Fardowsa esita ma risponde di no, perché ce l’ha fatta. Non ha alcuna nostalgia della Somalia, perché «per me è stata solo guerra e violenza». Ora il suo sguardo è rivolto al futuro: a breve Selma, che osserva tutto con i suoi occhi grandi e vivaci, compirà un anno e la comunità che l’ha accolta sta organizzando per lei una festa. La sua mamma preparerà la sambusa, gli involtini di carne di manzo tritata, cipolla e spezie, la versione somala dei samosa indiani ma, assicura, molto più buoni. Il suo unico pensiero è imparare l’italiano, trovare un lavoro per mandare dei soldi a sua madre e ottenere il ricongiungimento con gli altri suoi quattro figli.

Il sogno di Layla

Dalla violenza è fuggita anche Layla al Khalidi, una ragazza forte e coraggiosa di 25 anni, scappata dalla Siria sconvolta dalla guerra e giunta nel piccolo Libano, che lei definisce razzista e ostile verso i siriani. Un Paese, quello che la ospita, che in rapporto al numero dei suoi abitanti accoglie il maggior numero di rifugiati al mondo: 164 su mille. In Italia, solo per avere un termine di confronto, sono appena 2,8. Gli scontri tra le diverse fazioni in conflitto a sud di Damasco, dove Layla vive, stravolgono la sua quotidianità. Il negozio di dolciumi del padre viene distrutto, la sua casa colpita dai bombardamenti, il territorio occupato da Daesh e Jabat al Nusra, i colleghi dell’università «arrestati dal regime perché chiedevano libertà e il mio migliore amico ucciso», il dolore più acuto.

Sua madre è libanese e la scelta è obbligata. Montano in macchina e fuggono. In Libano Layla è però diventata una profuga. Non può permettersi di proseguire gli studi, deve trovare un lavoro per pagare l’affitto e aiutare la madre, che nel frattempo si è separata dal padre. Lei e suo fratello sono atei e un giorno il segretario della moschea della zona entra nella loro casa e tra insulti e minacce intima ai “senza Dio” di lasciare il quartiere. «Quando camminavo per strada – ricorda Layla – sentivo i commenti dei ragazzi che ad alta voce dicevano che ero un’infedele, senza morale e potevano fare con me quello che volevano. Mi sentivo a disagio ma conoscevo i miei diritti, ero forte abbastanza».

Assunta in un ufficio della Western Union, deve respingere le molestie sessuali del suo datore di lavoro, che cerca di approfittare di questa giovane donna “straniera”. E se ne va umiliata, senza neppure ritirare l’ultimo stipendio. Dopo aver inviato curricula su curricula senza successo, perché «per i siriani non è facile trovare lavoro in Libano», entra in un’associazione umanitaria. Un’esperienza che rafforza la fiducia in se stessa. «Ho lavorato duramente, ci ho messo tanta passione» ma l’associazione chiude la sua sede e l’odissea ricomincia.

La sua caparbietà nel voler scordare il passato e alimentare i suoi sogni, a dispetto delle circostanze, la porta a scrivere un’email su suggerimento di un suo amico che aveva intrapreso il percorso dei corridoi umanitari ed era partito per l’Italia. Il progetto pilota di canali sicuri di accesso all’Europa, avviato un paio di anni fa dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, interamente autofinanziato con i fondi dell’otto per mille, è una risposta, anche se piccola, a muri che si alzano e porti che si chiudono.

Chi legge quella mail, la contatta. «Ho iniziato una serie di colloqui, mi hanno rivolto tante domande, all’inizio non è stato facile aprirmi, ora è normale. Poi un giorno mi hanno chiamata da “Human corridors” e mi hanno detto di prepararmi perché sarei partita». Layla è arrivata a marzo scorso a Scicli, in Sicilia, accolta nella casa delle culture di “Mediterranean hope”, il programma per rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Ha bruciato le tappe, studiato italiano in classe integrando le lezioni con corsi su You tube e ha ripreso l’università interrotta a Damasco, iscrivendosi a un corso di lingue della Sapienza di Roma. La guerra, lei lo sa, «distrugge i sogni delle persone». Il suo sogno è diventare giornalista e raccontare quello che ha visto in Siria.

La resilienza di Faith

Un entusiasmo che forse Faith non conoscerà mai. Troppo antiche le sue privazioni, troppo profonde le sue ferite. Ad aiutarci a ricostruire i contorni della sua storia è Roberta Petrillo, human trafficking researcher & project coordinator di Save the children. Faith (anche per lei usiamo un nome di fantasia) viene indotta dalla madre a lasciare la Nigeria con il miraggio di un futuro migliore, ascolta quanto viene veicolato nel villaggio dove vive e vede che la vita di alcune famiglie, in effetti, è diventata accettabile. Viene affidata a un amico che conosce da tempo e si dirige a vud verso la capitale dello Stato di Edo, Benin city. Non sa cosa l’aspetta. Anche perché le campagne internazionali di sensibilizzazione contro la tratta che campeggiano sui cartelloni della capitale sono lontane chilometri e chilometri dalle zone rurali più povere.

Il ragazzo la conduce in una sorta di santuario, dove una madame la sottopone al rituale cruento del juju (voodoo), tra sacrifici di animali, sangue mescolato a intingoli, unghie, capelli e la sua biancheria intima. Un rito che punta a soggiogarla psicologicamente. Faith è analfabeta e non capisce la lingua che si parla a Benin city, chiede di farsi tradurre quanto dice la madame e si impegna a ripagare il debito contratto: 25.000 euro alla donna e 5.000 euro al native doctor che ha officiato il rito. A quel punto, racconta, è stata rinchiusa senza spiegazioni fino al giorno della partenza, che arriva poco dopo e inizia con un viaggio in minivan fino al Niger. Da Kano, al nord della Nigeria, si dividono in piccole auto e attraversano il confine quando le sequestrano i documenti. Faith è ormai sotto il controllo della rete criminale e non può tornare indietro.

Ad ogni tappa il gruppo aumenta di numero. «Le ragazze coinvolte hanno già subito le ritorsioni dei trafficanti ma è da Agadez che il viaggio diventa un incubo – spiega Roberta Petrillo di Save the children – perché per arrivare da lì in Libia devono percorrere circa 3.500 chilometri nel deserto su pickup stracarichi. Lungo il percorso subiscono pesanti molestie per minare la loro resistenza e far sì che una volta giunte in Libia non si ribellino».

La sosta in Libia, in attesa di un barcone per l’Italia, è terribile. Vengono sistemate nelle connection house, veri e propri bordelli dove Faith racconta di essere rimasta cinque mesi e dove non si ribella perché sa benissimo che chi lo ha fatto è stata pestata in diretta telefonica, affinché i parenti potessero sentirne le urla ed essere spinti a pagare. Lei ricorda un grande stanzone in un edificio diroccato circondato da un muro di cinta, dove tutti sono seduti per terra, cibo e acqua portati di rado. Quando una madame dall’Italia la compra, attraversa il Mediterraneo centrale su una piccola barca riempita all’inverosimile. Sbarcata a Lampedusa, viene identificata, riceve cure sanitarie ed è fotosegnalata. Segue le istruzioni che le hanno dato i trafficanti, si dichiara maggiorenne, finisce in una struttura per adulti in cui la madame le rammenta il giuramento e le impone di scappare, viene sopraffatta dalla brutalità e sprofonda nel vortice della strada.

«Abbiamo contattato Faith in una strada di una città del Nord – riferisce sempre Petrillo – Il suo percorso di uscita dalla tratta è cominciato il giorno che ha deciso di ribellarsi, quando ha rivelato di essere minorenne e ottenuto la protezione, dopo essere stata presa in carico dai servizi sociali della comunità. Ma scardinare dalla sua mente la suggestione del rito voodoo è un percorso lungo e difficile». Faith è inquieta perché sa di non aver pagato il suo debito. Frequenta le lezioni di italiano e le tornano in mente il rito, la connection house, le mani addosso dei clienti italiani.

Per fortuna lei non si ferma: «Ho cominciato a capire che se volevo lasciarmi alle spalle l’orrore dovevo studiare, trovare un lavoro ed essere autonoma il prima possibile». E Faith è stata davvero in gamba: concluso un tirocinio in un albergo, ha ottenuto un contratto di 25 ore come cameriera ai piani, ha uno stipendio e vive in una stanza con una sua connazionale con cui divide l’affitto. «La resilienza che ho visto nelle ragazze nigeriane non smette di stupirmi – conclude Roberta Petrillo – hanno una forza d’animo orientata alla ricostruzione di sé, vogliono chiudere una pagina e ricominciare con una nuova vita». Non tutte ce la fanno. Su più di un migliaio di ragazze contattate lungo le strade della prostituzione, Save the children è riuscita, nel 2017, a strapparne trenta dalla schiavitù della tratta. Faith è una di loro.