Quando il lavoro in carcere produce un’economia virtuosa

In Italia sono 17.614 le persone detenute che lavorano, oltre duemila lo fanno per cooperative o srl. Producono caffè, birre, dolci, pane, ma anche borse con materiali riciclati. Storie da replicare. Per far sì che il carcere sia davvero un luogo di riabilitazione

Carcere

“Caffè galeotto”, birra “Vale la pena”, “Cotti in fragranza”. Se c’è una cosa che non difetta ai prodotti realizzati dai detenuti italiani è un’encomiabile autoironia.«In quasi tutte le carceri d’italia c’è una cooperativa che produce e crea economia», dice Oscar La Rosa, con Paolo Strano uno degli animatori di Economia carceraria, srl nata per promuovere queste esperienze virtuose. Oggi nel nostro Paese sono 17.614 (un terzo del totale) le detenute   e i detenuti che lavorano (dati ministero della Giustizia, dicembre 2018): lo fanno per l’amministrazione carceraria (15.228 persone che curano manutenzione e servizi vari in carcere) o per altri soggetti (2.386 persone che lavorano per cooperative o srl: dagli autolavaggi al data entry, dalla lavanderia alla tipografia, alla produzione di alimenti).

Il citato “Caffè galeotto” è prodotto e confezionato, grazie alla cooperativa sociale Pantacoop, nella torrefazione all’interno di Rebibbia (Roma). I ragazzi che ci lavorano hanno frequentato corsi di formazione e ora hanno una professione spendibile quando usciranno. Sempre a Rebibbia, sezione femminile, si allevano pecore il cui latte alimenta il caseificio “Cibo agricolo libero”. “Galeorto” è il progetto di agricoltura biologica promosso dalla cooperativa sociale La Sfera Scs all’interno della casa circondariale di Spini di Gardolo (Trento). “Vale la Pena” è invece la birra nata dall’intuizione di Paolo Strano, fisioterapista che a Regina Coeli (altro carcere capitolino) conosce il mondo dei reclusi e decide di fare qualcosa per ridurre le recidive: questo “qualcosa” è un micro birrificio, dove si formano e lavorano detenuti che poi, una volta tornati in libertà, grazie a questa esperienza hanno più chance di trovare lavoro.

Birra, ma anche dolci e pane. I ragazzi dell’istituto penitenziario per minori di Nisida (Napoli), dopo aver frequentato il laboratorio di pasticceria dall’associazione Scugnizzi, hanno dato vita nei laboratori dell’azienda dolciaria Leopoldo al “Ciortino Nisida”, un biscotto di pasta frolla a forma di cornetto scaramantico. Troviamo pasticcerie e forni nell’istituto penale per i minorenni di Palermo (“Cottiin fragranza”), nel carcere minorile “Cesare Beccaria” di Milano (“Buoni dentro”), nella casa di reclusione “Due palazzi” di Padova (da dove la pasticceria Giotto vende anche all’estero panettoni e colombe). All’interno del carcere femminile di Pozzuoli (Na), poi, la coop Lazzarelle produce caffè artigianale. Le attività sono tante.

“Made in jail” è nata a Rebibbia nel 1983, quando un gruppo di detenuti trova il modo di esprimersi liberamente grazie alla serigrafia e alla stampa di magliette. Una volta liberi, questi ex detenuti hanno creano una cooperativa che oltre a produrre magliette – diverse le mostre d’arte cui ha partecipato: in Italia, Australia, Francia – organizza corsi di serigrafia in vari istituti penitenziari.

carcereNella casa circondariale di Pagliarelli, a Palermo, le detenute fanno riparazioni sartoriali e realizzano prodotti d’abbigliamento, lavorando anche conto terzi. Un’altra sartoria a San Vittore (cooperativa Alice) realizza anche – altro guizzo d’autoironia – toghe su misura a marchio “Sartoria forense”. “Le malefatte” sono borse e zaini realizzati utilizzando banner pubblicitari dismessi e create nel carcere femminile di Venezia dalla cooperativa sociale “Rio Terà dei pensieri”. «I prodotti dell’economia carceraria sono buoni e di qualità – riprende Oscar La Rosa – perché frutto di impegno e orgoglio, fatti da persone che realizzandoli provano a correggere traiettorie di vita. E fanno bene perché creano circoli virtuosi, diminuendo recidiva e reati. Acquistarli è un gesto di responsabilità sociale». Gli ultimi dati sulle recidive del ministero della Giustizia risalgono al 2007 e dicono che il 70% circa dei detenuti rilasciati nel 1998 dopo 7 anni era di nuovo in carcere. L’importanza delle storie che abbiamo raccontato la chiarisce Vincenzo Lo Cascio, coordinatore nazionale del lavoro di pubblica utilità, presso il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia: «Abbattere la recidiva significa evitare che queste persone tornino a commettere reati, significa ridurre la spesa per il contenimento di queste persone: esseri umani che devono scontare la propria pena ed essere assolutamente riabilitati, per la sicurezza pubblica. L’unica strada è creare percorsi virtuosi di lavoro e fare in modo che il carcere sia effettivamente un luogo di riabilitazione».

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Dopo una tesi su come ridurre il numero di detenuti che tornano a delinquere, durante il volontariato nel birrificio “Vale la pena” Oscar incontra Paolo Strano: ne nasce il “Festival dell’economia carceraria”, promosso e organizzato a Roma da Semi di libertà onlus presso la Città dell’altra economia. «In seguito – ricorda – abbiamo pensato di portare l’economia carceraria dentro fiere importanti: ci stiamo preparando per “Fa’ la cosa giusta” e se ci riusciamo per la “Fiera del levante». Partecipare alle fiere ha un duplice valore educativo, racconta La Rosa. Perchè «spesso partecipiamo coi ragazzi detenuti: un modo per farli tornare nella società accompagnati e gradualmente». Ma vale anche per chi non sta in carcere: «Nel consumatore che incontra il ragazzo, lo stereotipo del delinquente crolla: ci si trova a tu per tu con una persona coi suoi pregi e difetti, una persona che si rimette in gioco».

“Economia carceraria” nasce come rete, oggi ancora informale e fluida, fra le esperienze produttive in carcere. «Oggi è una srl partita con la distribuzione dei prodotti acquistati dalle cooperative e rivenduti ai negozi, generalmente quelli del commercio equo e solidale o quelli con una spiccata attenzione sociale. Ma – conclude La Rosa – la vogliamo trasformare in impresa sociale, e poi vorremmo arrivare anche a un’associazione fra vari produttori, ci vuole tempo però. Perora stiamo aggiornando il sito web per permettere la vendita online, e stiamo lavorando per fare del pub “Vale la pena” a Roma uno shop di prodotti».