giovedì 21 Gennaio 2021

Promesse tradite

foto di un corteo per il referendum sull'acqua

C’era una volta il lago di Bracciano. Più che l’inizio di una favola, un incubo per le cinquantamila persone che vivono nei comuni affacciati sul suo litorale. Negli ultimi anni un mix esplosivo di estati torride e inverni poco piovosi sta rallentando il recupero di uno fra i più importanti laghi italiani, habitat di 175 specie di uccelli, 25 di anfibi e popolato da una ricchissima varietà di pesci. Il livello dell’acqua è calato vistosamente, scoprendo ampi tratti di fondale su cui, con la bella stagione, centinaia di avventori piazzano sedie sdraio e ombrelloni.

La causa principale di questa drammatica situazione non è il clima. Una relazione dell’Ispra, compilata la scorsa estate ma pubblicata soltanto a ottobre, dimostra che il lago si è ritratto soprattutto per i prelievi sconsiderati da parte di privati o aziende. Bracciano è infatti un serbatoio importante per l’agricoltura locale e per l’approvvigionamento idropotabile di Roma. Ed è qui che entra in gioco il principale indiziato per la crisi del lago: Acea Ato2, società operativa del gruppo Acea che gestisce il servizio idrico integrato nel Lazio centrale. Le captazioni oltre la media, da una riserva che dovrebbe essere sfruttata solo in condizioni straordinarie, sono diventate la regola. Al punto che lo specchio d’acqua, a fine estate, ha toccato i 198 centimetri sotto lo zero idrometrico. A fine dicembre, la Regione ha imposto uno stop ai prelievi sine die, per tentare in extremis il recupero di un ecosistema gravemente sotto pressione.

«La situazione è molto grave, i livelli del lago sono bassissimi – conferma Graziarosa Villani, portavoce del Comitato in difesa del lago di Bracciano – Malgrado piogge e neve l’ecosistema è gravemente compromesso. La pioggia non ha certo dato sollievo al lago, ha soltanto alzato di poco il livello dell’acqua. La situazione non è affatto buona e in previsione di una stagione calda non credo che le condizioni miglioreranno. Ci vorranno anni prima di poter rivedere il lago risollevarsi e non è detto che torni com’era». Eppure, piuttosto che investire nell’ammodernamento della rete idrica romana, che disperde oltre il 40% dei prelievi, Acea ha deciso di impugnare la determinazione regionale presso il tribunale delle acque. Al ricorso dell’azienda si è aggiunto anche il Comune di Roma, primo azionista di Ato2 con il 51%, causando la rivolta dei sindaci dei centri lacustri e della società civile. Anche l’amministrazione retta da Virginia Raggi ha deciso di ignorare la scarsa efficienza delle condutture, supportando una strategia fondata su captazioni insostenibili che spingono ecosistemi fragili come Bracciano sull’orlo del collasso.

Le multiutility sono aziende a prevalente capitale pubblico che prima di garantire servizi devono creare valore per gli azionisti

 

Una questione politica
Non solo nella Capitale, in tutto il Paese le condizioni delle reti idriche sono preoccupanti. Tubature vecchie di oltre trent’anni presentano fessurazioni mai censite, che contribuiscono ad aumentare il rischio idrogeologico nei centri urbani. Secondo il direttore del Cresme, Lorenzo Bellicini, «nonostante le tecnologie sempre più evolute a disposizione, enti locali e gestori è da più di vent’anni che investono troppo poco, tanto che vi è stato un deciso e progressivo peggioramento delle condizioni delle condotte italiane». Le ragioni della drammatica inefficienza sono diverse: da un lato il malgoverno di molti enti locali, dall’altro gli interessi del settore privato, più orientato al profitto degli azionisti che alla manutenzione delle infrastrutture. Tutto l’opposto di quanto 27 milioni di italiani avevano chiesto con il referendum del 2011. Già, perché a quasi sette anni da quel 12 e 13 giugno, la richiesta di rendere l’acqua un bene comune non è stata ascoltata. «I beni comuni non sono compatibili con una logica di profitto e di breve periodo – spiega Paolo Carsetti, segretario del Forum dei movimenti per l’acqua – ma sono d’interesse comune e condiviso. Esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona, e sono fondati sul principio della salvaguardia intergenerazionale». I movimenti hanno promosso una legge per la gestione pubblica del servizio idrico, «ma nel 2016 il governo Renzi l’ha stravolta, ribaltandone il senso. Contro i decreti Madia sono state presentate 230.000 firme alla presidente della Camera, ed è anche grazie a questa mobilitazione se sono stati ritirati».

Allo stesso tempo, si è assistito a quello che gli attivisti definiscono un nuovo attacco all’esito referendario. Il tentativo consisterebbe nel progetto di costruire un modello di gestione affidato a quattro grandi multiutility quotate in borsa: Iren, proiettata in Piemonte, Liguria e la parte occidentale dell’Emilia; A2A, che tende a diventare l’unico soggetto gestore in Lombardia; Hera, che occupa la parte dell’Emilia Romagna da Bologna a Rimini e guarda all’intero Triveneto e alle Marche; Acea, che si espande dal Lazio all’Umbria, fino alla Toscana e parte della Campania. Nel Mezzogiorno resiste l’importante esempio dell’Acquedotto pugliese, ma entro il 2018 potrebbe arrivare una possibile apertura alla privatizzazione con la creazione, decisa dalla legge di stabilità, di un “gestore del sud Italia”. Queste multiutility sono aziende a prevalente capitale pubblico, che seguono però le logiche del privato: prima di garantire servizi pubblici fondamentali, devono creare valore per gli azionisti. Le “quattro sorelle”, fra il 2010 e il 2016, hanno realizzato utili per 3,2 miliardi di euro, pagando dividendi per 2,9 miliardi. In un simile modello, per gli investimenti nella manutenzione restano le briciole.

 

Le ripubblicizzazioni nel mondo lasciano sperare in un movimento internazionale per la difesa dei beni comuni

Pubblico è bello
Qualche gesto controcorrente, tuttavia, non è mancato. Napoli ha avviato la trasformazione della Arin spa in azienda speciale, Acqua bene comune Napoli, subito dopo il referendum: «Oggi Abc Napoli costituisce la prova che la ripubblicizzazione dell’acqua è possibile – sostiene Carsetti – anche se occorre fare un passo ulteriore verso la gestione partecipativa». Un passaggio attraverso il quale i movimenti per l’acqua propongono un ripensamento più inclusivo del modello democratico, che integri pienamente i cittadini nel processo decisionale. Utopia? Sarà, ma sono tante le persone che lavorano per darle gambe. A Torino, lo scorso ottobre, il Consiglio comunale ha votato all’unanimità la delibera di trasformazione dell’azienda idrica Smat spa in azienda di diritto pubblico. Merito di un indefesso lavoro ai fianchi del comitato locale per l’acqua pubblica, che ha le idee molto chiare: «Serve una sola grande opera – dichiara la portavoce, Mariangela Rosolen – il rifacimento della rete idrica urbana e provinciale per ridurre al minimo lo spreco. E poi aree di salvaguardia delle fonti e misuratori di prelievo, per attingere solo quello che serve. Va anche data risposta all’esigenza degli utenti di avere dei contatori individuali e non di condominio o di isolato». L’approvazione della delibera è solo l’inizio. Il processo richiederà molto tempo, ma oggi almeno Napoli si sente meno sola. In verità, in tutto il mondo si moltiplicano le esperienze di restituzione al pubblico di servizi privatizzati. Nel rapporto “Reclaiming public services”, diffuso nel 2017 dal Transnational institute, sono censiti dal Duemila a oggi 267 casi di ripubblicizzazione: decisioni che riguardano complessivamente più di cento milioni di abitanti. E che lasciano sperare in un movimento internazionale per la difesa dei beni comuni capace di crescere e affermarsi nei prossimi anni.

 

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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