martedì 26 Gennaio 2021

Profughi ambientali e nuova cittadinanza

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L’intervento di VITTORIO COGLIATI DEZZA *

Migranti: usciamo dall’incertezza
Da cosa fuggono oggi i migranti? Non è una domanda retorica! Se andiamo a vedere i numeri ufficiali dei flussi migratori salta agli occhi una grande incertezza. Secondo l’iDMC (internal Displacement Monitoring Center) nel solo 2015 gli sfollati interni forzati sono stati 27.8 milioni, di cui 8.6 milioni provocati da conflitti e violenze, 19.2 milioni provocati da disastri ambientali improvvisi e violenti. In questa quota rientrano anche, tra le cause, terremoti ed eruzioni vulcaniche che pesano per l’1%, il resto sono inondazioni e tempeste. A questi andrebbero aggiunti tutti coloro che scelgono di andarsene dal proprio territorio perchè le condizioni di sopravvivenza si sono esaurite per siccità, desertificazione, innalzamento del livello dei mari: fuggono da trasformazioni lente e progressive, comunque inarrestabili.

Secondo l’Unhcr, invece, gli sfollati interni nel 2015 salgono a 40.8 milioni, mentre i migranti verso altri paesi sono circa 25 milioni. Come mai questa discrepanza? E quanti sono i migranti ambientali che fuggono all’estero? Ma non sono queste le uniche anomalie. Se vediamo le aree geografiche, gli sfollati ambientali interni sono circa 1.500.000 in America, 1.120.000 in Africa Sub-sahariana, 16 milioni in Asia, ma solo 83.000 in Medio Oriente e tutti nello Yemen. Che fine hanno fatto quel 1,5 milioni di sfollati che per salvarsi dalla gravissima siccità degli anni 2006-2010 in Siria si sono spostati nelle periferie urbane in preda alla povertà e alla fame, ponendo le premesse per la crisi che conosciamo bene. E qui si apre un nuovo fronte. Quanti sono i conflitti che esplodono per il controllo delle risorse naturali, dell’acqua potabile e da irrigazione, delle risorse energetiche ed alimentari?

La verità è semplice. Oggi è storicamente sbagliato ed eticamente irresponsabile continuare a distinguere tra categorie di profughi che hanno differenziati accessi alla protezione internazionale. C’è un cambiamento strutturale, demografico e geopolitico, in corso: una risposta evolutiva alla ricerca del riequilibrio, che spesso la specie umana ha applicato nella sua storia, tra aree a più alta crescita demografica e zero benessere verso le aree ad alto benessere e zero crescita demografica. C’è un intreccio perverso di cause (guerre, povertà, fame, disastri ambientali, cambiamenti climatici) che impediscono di fare distinzioni precise tra profughi da guerre, profughi economici o ambientali. La definizione data dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è ormai anacronistica. E la mancanza di una definizione adeguata della figura del profugo del XXI secolo impedisce anche di avere certezze sulla quantificazione del fenomeno. Ed ovviamente sulle misure da adottare.

Abbiamo bisogno della formalizzazione del diritto d’asilo europeo, che riconosca i profughi ambientali ed economici, e che determini le legislazioni nazionali. Per quanto riguarda noi, in Italia, abbiamo anche urgente bisogno che venga approvata la legge di cittadinanza, che comunque riconosce, per quanto temperato, lo ius soli, ed eliminato il reato di clandestinità. Inoltre occorre fare un salto culturale. Dobbiamo riconoscere lo status di abitante, ad es. attraverso il diritto di partecipare alle elezioni amministrative dopo 5 anni di permanenza in un territorio. Qui infatti sta l’altro grumo di nodi critici: la seconda accoglienza. Il sistema attuale ha due grandi vizi: produce illegalità, perché coloro a cui è negato il diritto d’asilo, restano in grande percentuale sul territorio, ma come clandestini, senza diritti, esposti a sfruttamento, caporalato, delinquenza organizzata. Non solo, l’urgenza di trovare siti per i migranti ha fatto esplodere i Cas, quasi sempre strutture private che danno ospitalità senza preoccuparsi dell’apprendimentolinguistico e dell’inserimento nelle comunità locali dei giovani migranti. Il che suscita reazioni scomposte ed inaccettabili, da parte delle comunità locali, che spesso sono comunità fragili, invecchiate, facile preda di paure. Cominciano ad emergere fenomeni di “piccolo razzismo quotidiano”, che corrompe la coesione sociale e crea un clima di insofferenza dove trovano facile alimentazione alcuni luoghi comuni che parlano di emergenza biblica e di invasione, di costi insopportabili per le casse pubbliche, non riuscendo a capire che la “nonna Europa”, come l’ha affettuosamente definita Papa Francesco, sta pericolosamente invecchiando ed ha bisogno di energie giovani.

Difficile farlo accettare, ma i migranti sono una risorsa indispensabile per l’Europa. A noi spetta il compito di farlo toccare con mano creando occasioni di intreccio tra vecchi e nuovi abitanti del territorio e utilizzando l’arma del volontariato per far vedere l’utilità sociale dei giovani migranti per le nostre comunità.

* responsabile nazionale di Legambiente per l’Interdipendenza

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