“Il problema non è la tecnica usata ma la modifica genetica in sé”

Per il biologo Giuseppe Barbiero, il Dna non è un sistema a compartimenti stagni: non si può intervenire su un punto senza innescare conseguenze altrove

Bliz no ogm di Legambiente all'Expo
Bliz no ogm di Legambiente all’Expo

C’è un problema fondamentale che la modificazione genetica spesso dimentica: si chiama complessità. Il Dna è una sistema incredibilmente articolato, ancora oggi per larga parte sconosciuto. Giuseppe Barbiero, biologo e ricercatore di Ecologia all’università della Valle d’Aosta, lo ha studiato per anni, tanto che oggi lo considera «una vecchia passione». Pur conservando la cautela dello scienziato, espone le sue perplessità verso la nuova frontiera della manipolazione genetica. «Il problema non è la tecnica usata per ottenere una modifica genetica – spiega – È la modifica genetica in sé. Il Dna non è un sistema a compartimenti stagni, dove si può intervenire su un punto senza innescare conseguenze altrove. Dobbiamo immaginarlo come una rete di relazioni che funziona a più livelli, da quello molecolare ai livelli superiori degli organi e degli apparati, fino all’intero fenotipo, impegnato a misurarsi con l’ambiente esterno.

L’ingegneria genetica può rispondere ai problemi che il cambiamento climatico sta causando all’agricoltura?

Il cambiamento climatico sta portando a un’alterazione globale del ciclo dell’acqua. Forse, in alcuni casi circoscritti, è possibile che piccole modifiche genetiche possano permettere a cultivar specifiche di sopravvivere in ambienti diventati più ostili. Ma su larga scala ciò è semplicemente impossibile. L’ingegneria genetica può innalzare di qualche grado la tolleranza alla temperature più alte e può ridurre di qualche litro d’acqua il fabbisogno della singola pianta. Di certo non può fare granché con i problemi di siccità che si stanno profilando all’orizzonte.

Gli effetti indesiderati delle New breeding techniques possono essere tenuti sotto controllo? 

Questi errori sono per lo più evidenti già in laboratorio o nelle coltivazioni in campo chiuso. Il vero problema potrebbe essere quello di errori silenti che superano il vaglio del laboratorio e della coltivazione in campo chiuso e che si manifestano solo in determinate occasioni e in maniera imprevedibile.

I metodi di valutazione del rischio oggi in vigore permettono di escludere potenziali effetti negativi delle colture geneticamente modificate?

Qui bisogna essere chiari nell’uso delle parole. Per definizione si può valutare un “rischio” solo se si conoscono le variabili in gioco e si può associare ad esse una probabilità che esse avvengano. Per ciò che concerne le colture ingegnerizzate, nel migliore dei casi conosciamo solo le variabili in gioco (talvolta nemmeno tutte), ma siamo ben lontani dall’associare a ciascuna variabile una probabilità calcolata anche solo su dati empirici. Allo stato attuale, quindi, non esiste un metodo scientifico per valutare il rischio.