mercoledì 27 Gennaio 2021

Prima la vita

immagine dell'Ilva di taranto

La Terra dei fuochi è un simbolo, un territorio che raccoglie in sé le storie di altri luoghi inquinati, con la differenza che non è mai stato un sito produttivo: è diventato una discarica di materiali pericolosi e ci sta ammazzando». A parlare è Marzia Caccioppoli, presidente di “Noi genitori di tutti”, un’associazione nata nel 2013 dalla volontà di alcune mamme che hanno perso i figli in quest’area maledetta tra Napoli e Caserta, dove per anni sono stati sversati illegalmente rifiuti speciali e pericolosi. «Lotto ogni giorno per superare un dolore enorme e non mi stancherò di chiedere giustizia per i bambini che ci lasciano troppo presto, perché si ammalano di tumore e di altre patologie rare», continua Marzia.

Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non si parla in modo esplicito di diritto a un ambiente sano, ma vivere in un luogo contaminato o comunque compromesso, anche a causa del cambiamento climatico o per la perdita di risorse e di biodiversità, impedisce di per sé il godimento di altri diritti umani fondamentali, come quello alla vita, alla salute, all’alimentazione, al benessere e alla sicurezza. Non a caso al termine del suo mandato come relatore speciale Onu sull’Ambiente e i diritti umani, a marzo di quest’anno, John Knox ha affermato che è giunto il momento per le Nazioni Unite di riconoscere formalmente il diritto dell’uomo a un ambiente salubre.

La Dichiarazione universale, all’articolo 26, sancisce anche il diritto all’istruzione. A Taranto, nel quartiere Tamburi, il più vicino all’Ilva, neppure questo viene rispettato, come denuncia Celeste Fortunato, portavoce del movimento Tamburi combattenti: «Siamo nati un anno fa, quando ci fu la prima ordinanza comunale sui “wind days”, che stabiliva la chiusura delle scuole nel quartiere nelle giornate di vento forte da nord ovest, fenomeno che accentua la dispersione delle polveri inquinanti dell’Ilva. Accade abbastanza spesso, il vento può soffiare anche tre giorni di seguito e noi ci chiudiamo in casa». A febbraio l’ordinanza è stata modificata e stabilisce l’apertura delle scuole con orario ridotto e con la raccomandazione di tenere le finestre chiuse. «Ma – racconta ancora Celeste – noi genitori preferiamo comunque tenere i figli a casa. Esce solo chi è costretto, visto che nemmeno le mascherine sono sufficienti a proteggersi dalle polveri sottili».

L’Ilva di Taranto è il maggiore stabilimento per la lavorazione dell’acciaio in Europa. Nel 2012 la procura ne accertò le gravissime violazioni ambientali, che negli anni hanno causato la malattia e il decesso di migliaia di persone, a causa delle emissioni inquinanti. «Mio padre lavorava al siderurgico ed è morto di neoplasia – dice Fabiola Giusto, una mamma del quartiere Paolo VI, sempre vicino all’Ilva, ma non interessato dall’ordinanza comunale come i Tamburi – eppure, nelle giornate di vento forte, la polvere si solleva anche da noi. Oggi chiediamo la chiusura dello stabilimento, non siamo più disposti ad accettare compromessi tra la salute e i posti di lavoro. E poi, siccome il problema della riconversione è economico, perché non si pensa al costo che paghiamo noi? Basta guardare ai prezzi delle nostre case: sono dimezzati, in alcuni casi anche crollati a un terzo del valore iniziale». Fabiola confessa che sta pensando di andare via da Taranto, per dare un futuro migliore a suo figlio. «Qui non possiamo nemmeno curarci, il sistema sanitario non è adeguato ai bisogni della popolazione», conclude.

Marzia Caccioppoli, dalla sua Terra dei Fuochi, si sente vicina a Taranto e a tante altre situazioni simili in Italia: «Il lavoro non può venire prima della salute», afferma. Quando nel 2013 suo figlio Antonio, di appena nove anni, si è ammalato di glioblastoma multiforme, lei si è chiesta tante volte quale errore avesse fatto e non riusciva a capire perché l’oncologa le chiedesse dove viveva. Il tumore al sistema nervoso che aveva colpito suo figlio, nella gran parte dei casi, viene diagnosticato agli adulti e a persone che abitano in zone particolarmente inquinate.

L’associazione di cui Marzia è presidente ha l’obiettivo di stare vicino alle famiglie e ai bambini ammalati, ma anche di continuare nella denuncia di quanto accade ancora. I roghi di rifiuti nella Terra dei fuochi, infatti, non si sono fermati. «Un anno e mezzo fa abbiamo diffidato alcuni Comuni perché secondo noi non rispettano la legge regionale 20 del 2013, in base alla quale i sindaci dovrebbero occuparsi di monitorare il loro territorio – dice Marzia – Cerchiamo di scardinare il sistema usando gli strumenti normativi che abbiamo e, piano piano, qualche risultato si ottiene».

Dal Sud al Nord:. Anche in Veneto le mamme non abbassano la guardia e chiedono acqua pulita e libera da Pfas. Queste sostanze chimiche, invisibili, sono ampiamente impiegate in tantissimi oggetti di uso quotidiano, per renderli impermeabili e antiaderenti. La Miteni spa di Trissino, in provincia di Vicenza, è una delle maggiori produttrici di Pfas in Europa. Cinque anni fa si è scoperto che la falda che serve duecentomila persone nelle province di Vicenza, Verona e Padova è stata inquinata in modo irreparabile. A pagare il prezzo sono i cittadini, che hanno assunto e inevitabilmente continuano ad assumere Pfas con l’acqua e negli alimenti. È ormai chiaro che la falda deve essere abbandonata, servono nuovi acquedotti e bisognerà attendere almeno due anni per la realizzazione. Intanto si utilizzano filtri che limitano il passaggio di Pfas.

«Chiediamo la chiusura dell’azienda e il blocco delle fonti di inquinamento: è già passato troppo tempo – dice Michela Piccoli, portavoce delle Mamme No Pfas – Dobbiamo fare qualcosa, perché un giorno i nostri figli ci presenteranno il conto. Siamo andate anche a Bruxelles, per chiedere di porre limiti zero alla presenza di queste sostanze nell’acqua, per evitare che si ripeta altrove quello che è accaduto qui». Lo scorso agosto, con quattro giornate di presidio all’ingresso della Procura di Vicenza, il movimento No Pfas ha voluto dare un segnale per sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sul problema. «Nel nostro sangue ci sono quantità elevatissime di sostanze perfluoroalchiliche e la cosa è tanto più grave per chi le assume sin da piccolo, nella fase di crescita. Solo per fare un esempio: ci sono quindicenni già con problemi di colesterolo. Eppure, anche di fronte all’evidenza, c’è chi minimizza, – conclude Michela, – ma noi non molliamo. Non è giusto continuare a pagare a caro prezzo il benessere di pochi».

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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