martedì 25 Gennaio 2022

Acquista

Login

Registrati

Incendi, prevenzione modello

Una gestione virtuosa del territorio, che tenga conto della crisi climatica e attiva 12 mesi all’anno, riduce il rischio delle fiamme in estate. Dal Vesuvio al Pollino i buoni esempi non mancano

L’avanzare delle fiamme nei nostri boschi con l’arrivo dell’estate è un destino a cui ci si può sottrarre. Per farlo, occorre però riconoscere i problemi del sistema di gestione su cui sta puntando l’Italia. «Con la soppressione del Corpo forestale e il suo passaggio nel corpo dei Carabinieri non è più chiaro chi abbia competenza su cosa, con direttive statali e regionali che anziché integrarsi entrano in conflitto», spiega il professor Renzo Motta, presidente della Sisef, la Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale che a inizio agosto ha redatto insieme a Legambiente una strategia di prevenzione e governo integrato degli incendi. «I vigili del fuoco, che hanno sostituito i forestali, sono preparati in ambito urbano ma non extra urbano – sottolinea – Non si tiene conto del ruolo del cambiamento climatico anche se i periodi siccitosi e caldi, che creano le condizioni ideali per il divampare del fuoco, sono aumentati di frequenza. E si parla di contrasto agli incendi solo d’estate, quando invece l’emergenza va prevenuta con una gestione più virtuosa del territorio durante tutto l’arco dell’anno». Direzione, quest’ultima, in cui si sono mosse diverse realtà negli ultimi anni, dimostrando di saper fare tesoro delle tragedie passate. È il caso del Parco nazionale del Vesuvio, che dal 2017, dopo essere stato devastato da un incendio doloso che ha attraversato quasi 3.000 ettari dei suoi boschi, ha redatto un nuovo piano antincendio con il supporto delle università di Salerno e Napoli e puntato con decisione sul fattore deterrenza. «Abbiamo realizzato un sistema di videosorveglianza gestito dal reparto carabinieri del Parco con 35 telecamere e 10 lettori targa, per contrastare l’abbandono di rifiuti e l’innesco di incendi – dichiara il direttore Stefano Donati – Per il primo intervento abbiamo stipulato una convenzione con i vigili del fuoco, attrezzando due presidi nel territorio del Parco, per i mesi estivi, dove sono distaccate due squadre sempre pronte a intervenire con automezzi. Abbiamo bonificato le aree incendiate e progettato gli interventi di recupero vegetazionale, dove ricorreremo a mix di specie autoctone, resilienti al fuoco, in sostituzione del pino domestico e marittimo. E per il futuro avremo un sistema di monitoraggio satellitare».

Dopo i roghi il rimboschimento è necessario solo dove ci sono rischi idrogeologici, pendii e frane

Di un nuovo piano antincendio si è dotato ancor prima, dal 2008, il Parco nazionale del Pollino. «È basato sulla partecipazione attiva della popolazione locale, in particolare delle associazioni di volontariato della Protezione civile – racconta Giuseppe De Vivo, responsabile dell’ufficio antincendio boschivo del Parco – Con questi soggetti stipuliamo dei contratti di responsabilità basati sullo slogan “Meno brucia più ti pago”». Sul dopo, ovvero le operazioni di rimboschimento, le visioni continuano a essere contrastanti. «In ecologia il fuoco e il bosco convivono – riprende il professor Motta – Quindi è giusto intervenire ma solo nelle zone in cui è necessario ricostituire un bosco nel più breve tempo possibile, per esempio dove ci sono problemi di rischio idrogeologico, pendii, frane. Altrove è meglio far ricrescere una vegetazione naturale che sarà più resiliente e resistente nei confronti degli incendi».

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

SOSTIENI IL MENSILE

Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

Articoli correlati

Seguici sui nostri Social

16,989FansLike
21,812FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Ridimensiona font
Contrasto