domenica 24 Gennaio 2021
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Prevenire è proteggere

Angelo Borrelli, capo della Protezione Civile
Angelo Borrelli, capo della Protezione Civile

Dai terremoti fino alla tragedia di Livorno. Quando si parla della Protezione civile si pensa subito al soccorso alle popolazioni colpite da catastrofi. Ma uno dei compiti del dipartimento, sancito dalla legge n. 225 del 1992 che istituisce il Servizio nazionale, è la previsione e la prevenzione dei rischi, insieme alla loro mitigazione. Ne abbiamo parlato, in un annus horribilis per le emergenze nel nostro Paese, con Angelo Borrelli: nuovo capo del dipartimento, in carica dallo scorso agosto dopo le improvvise dimissioni, per ragioni personali, di Fabrizio Curcio, di cui era il vice. Un incarico, insomma, nel segno della continuità. Come i richiami, puntuali, che lo stesso Borrelli fa in questa intervista concessa a Nuova Ecologia, alle carenze del sistema: «È impensabile che ancora oggi il 14% dei Comuni italiani sia completamente sprovvisto di un piano per la protezione civile».

Secondo l’ultimo rapporto sul consumo di suolo dell’Ispra, in Italia oltre il 7% del suolo nelle aree a pericolosità sismica alta è cementificato. Questo agosto poi c’è stato il caso del terremoto di Ischia. In che misura l’abusivismo edilizio peggiora gli effetti di un terremoto?

Sull’abusivismo c’è molto da dire. Partendo da una constatazione: quando si costruiscono case abusive, vengono tirate su di notte, in modo veloce e senza seguire le norme. Quando sono stato ad Ischia, poiché lì c’è un problema serio di questo tipo, ho però sottolineato anche che, almeno in teoria, ci può essere una casa abusiva costruita bene e un’altra che ha tutte le carte in regola ma è stata tirata su male. Ad Ischia molte delle case che sono venute giù, oltre a rappresentare fenomeni di abusivismo, erano vetuste e di qualità scadente. Dobbiamo evitare assolutamente che si crei l’aspettativa di costruire senza regole e che poi arrivi la sanatoria. La politica dei condoni non ci aiuta nella prevenzione. Quindi: mai più condoni. Poi, però, c’è anche chi ha presentato domanda di condono, come ad Ischia, lo Stato ha pure riscosso l’oblazione ma non si va in fondo nella istruttoria. Allora bisogna avere il coraggio di andare in fondo e decidere quelle che vengono validate e hanno l’autorizzazione in sanatoria e gli si riconosce anche un contributo per costruire meglio. C’è pure tutto un tema che va risolto: i vincoli paesistici sono importanti, dobbiamo partire da questi. Al di là del vincolo, bisogna anche consentire una fedele ricostruzione della struttura così com’era all’esterno, ma in realtà rifatta secondo le norme antisismiche, perché quella è zona sismica.
Basti pensare che nel napoletano quando devono dire che lì è successo un “macello” dicono “fare Casamicciola”. Si riferiscono al terremoto del 1883. Non abbiamo ancora fatto tesoro nel corso del tempo di questa conoscenza popolare.

Secondo il rapporto di Legambiente “Le città alla sfida del clima”, dal 2010 a oggi in 126 comuni più di 240 eventi meteorologici hanno causato impatti rilevanti. Il dissesto della Penisola è aggravato dai cambiamenti climatici. Quali sono gli strumenti in mano alla cittadinanza e alla Protezione civile?
La prevenzione è a 360 gradi: esiste una prevenzione strutturale che se ben attuata può funzionare, e poi c’è quella non strutturale. Le politiche di Casa Italia (piano pluriennale del governo con il fine della riqualificazione del patrimonio edilizio e la messa in sicurezza degli immobili nelle aree a rischio, ndr) e della struttura di missione per il dissesto idrogeologico della presidenza del Consiglio dei ministri si occupano prevalentemente di prevenzione strutturale e ci aiutano a ridurre quello che era il rischio residuo. E noi, come sistema di protezione civile, interveniamo come dipartimento su quest’ultimo. Ma anche per le politiche di prevenzione strutturale il dipartimento di Protezione civile ha sviluppato una competenza e un know-how: la carta della pericolosità sismica, varata nel 2006 a seguito del terremoto di San Giuliano di Puglia. È stata creata sulla base delle conoscenze che il dipartimento ha messo in campo, con un’ordinanza della Protezione civile, e di lì in seconda battuta sono arrivate le norme tecniche di costruzione, che hanno recepito queste conoscenze. E abbiamo messo in piedi un programma, dopo il terremoto Abruzzo del 2009 – grazie al miliardo di euro dell’articolo 11 del decreto legge 39, il fondo per la prevenzione del rischio sismico – in cui si sviluppavano una serie di azioni, strutturali e non. Dalla microzonazione sismica alle condizioni limite per l’emergenza, dalla messa in sicurezza degli edifici pubblici all’adeguamento, oppure l’abbattimento e ricostruzione, di edifici pubblici strategici, fino alla messa in sicurezza degli edifici privati… Alcune terdi queste iniziative, come l’intervento sul patrimonio edilizio privato, sono confluite nel progetto Casa Italia e nel cosiddetto sisma bonus. Ma io auspico anche un rifinanziamento di questa norma dell’articolo 11, di cui l’ultimo finanziamento è del 2016, per far dotare tutti i nostri comuni almeno di uno studio di micro zonazione sismica di primo, secondo, se non addirittura terzo livello. E poi avere studi sulla condizione limite per l’emergenza, che ci permetterebbero di gestire efficacemente gli eventi estremi e di sapere, quando c’è un terremoto di alta intensità, quali sono gli edifici strategici che rimangono in piedi. E infine di poter rafforzare adeguatamente quegli edifici strategici che non sono in grado di resistere ai terremoti.

 E quali sono le azioni da mettere in campo contro il dissesto idrogeologico? Abbiamo fatto molto per l’omogeneizzazione del sistema di allertamento e la risposta con i piani comunali di protezione civile. È impensabile che oggi il 14% dei comuni italiani ne sia completamente sprovvisto. È nell’interesse della cittadinanza, poiché è a partire dal piano che è possibile sapere a quali rischi è esposta e come comportarsi in caso di emergenza. Dal lato dell’amministrazione, non ci dobbiamo meravigliare se succedono eventi tragici e poi viene chiamato in causa, purtroppo, il sindaco: il primo cittadino, ai sensi dell’articolo 15 della 225, è l’autorità comunale di protezione civile. In quella legge c’è scritto che i Comuni devono fare i piani comunali di protezione civile. Dobbiamo investire di più sulla pianificazione d’emergenza e poi le altre cose vengono da sè: le norme tecniche, la formazione…

Da Nord a Sud, nel nostro Paese sono diversi i casi di edifici in aree particolarmente a rischio. Dal tribunale di Borgo Berga a Vicenza tra due fiumi alla Casa dello studente di Reggio Calabria in una fiumara. Uno degli ultimi: il centro commerciale Megalò, a 150 metri dal Pescara… Come si dovrebbe intervenire?
Con coraggio. Com’è successo in alcuni casi eclatanti, attraverso l’abbattimento di edifici che rappresentano un rischio. Quando ci sono queste situazioni di forte esposizione al rischio bisogna avere il coraggio di chiamare chi ha costruito, magari anche sanato negli anni, e dire “ora provvedi a spostarti e ti metti a posto”. La perdita di vite umane si può evitare anche se le case fossero costruite in maniera diversa. Ad esempio con un porticato e la zona notte nei piani alti. Può non piacere l’effetto “palafitta” ma è solo per dire che esistono dei modi per far sì che le costruzioni in aree a rischio non siano mortali. Nel piano comunale di protezione civile di Livorno, che ovviamente sono andato a leggere dopo il disastro, ci sono alcune zone, come via Nazario Sauro, in cui c’è scritto che se c’è un evento di un certo tipo si allagano. Se un cittadino sta in quelle zone, se c’è un allerta meteo, deve sapere che cosa sta rischiando e soprattutto deve sapere che può bastare salire al piano superiore per mettersi al sicuro. E l’informazione della cittadinanza a norme vigenti spetta al sindaco.

Si può cambiare la cultura di un Paese attraverso le campagne informative?
Bisogna fare un discorso culturale. Quando si compra una casa si pensa alla vicinanza al lavoro, ai mezzi pubblici… Però di dove e come è costruita non ce ne preoccupiamo. Vorremmo che si iniziasse dalle scuole perché è da qui che si riesce a fare una cultura di protezione civile. In giro per l’Italia ci sono dei bambini che hanno già la divisa di protezione civile perché il padre fa il volontario… Ma funziona anche il contrario: sensibilizzare i bambini alla prevenzione perché una volta a casa ne parleranno e “educheranno” anche i genitori. Una campagna significativa è stata “Io non rischio” (il 14 ottobre scorso, ndr). Lo scopo è quello di informare, favorire la conoscenza del lavoro della protezione civile e, più in generale, di una cultura della prevenzione dei rischi. Sul rischio terremoto, maremoto, alluvione. In futuro pensiamo di estenderla anche ad altre tipologie di rischio. Sono stati coinvolti più di 5.000 volontari di 750 associazioni in 104 piazze. Siamo stati testimoni di una grande partecipazione popolare in un anno segnato dall’emergenza terremoto.

Il clima sta peggiorando i rischi?
È quello che tutti dicono. Noi dobbiamo contrastare i rischi con tutti gli strumenti di prevenzione che abbiamo.

Come la politica può aiutare la Protezione civile nella prevenzione dei disastri?
Standoci vicino e lasciandoci lavorare. Cercando di sistematizzare e armonizzare le norme della protezione civile. Ci sono state alcune modifiche legislative, come la riforma delle Province, che hanno creato delle difficoltà nell’attribuzione delle competenze… La politica ha visto sempre con molta attenzione le esigenze del nostro dipartimento. Proprio per questo stiamo lavorando a dei decreti delegati, in attuazione della decisione di armonizzare la normativa in materia di protezione civile, attraverso la legge 30 del 16 marzo 2017. Una serie di provvedimenti sistematizzerà tutto quello che è il mondo della protezione civile, a partire dai principi di sussidiarietà orizzontale e verticale. Con l’obiettivo di rafforzare l’intervento pubblico in emergenza.

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