“Prevedere per agire”

Questa frase era ripetuta spesso dallo scienziato e amico Giuliano Cannata: per lui ogni sua intuizione aveva senso se si trasformava in pensiero collettivo e da lì in azione. Così come avvenne per la legge n.183, per la difesa del suolo di cui è uno dei padri
LE TESTIMONIANZE:
ICONA_recensioniCom’eravamo di Roberto Della Seta
ICONA_recensioniControcorrente di Vittorio Cogliati Dezza
ICONA_recensioniGrazie, Giuliano di Vanda Bonardo
ICONA_recensioniAmbientalismo scientifico al centro del Comitato scientifico di Legambiente

 

Legambiente deve tanto a Giuliano Cannata perché ha dato all’associazione un contributo di analisi ed elaborazione straordinario. Ci ha data tanta credibilità e obbligato i nostri avversari, gli inquinatori e i profittatori, a rispettarci. Fra le tante meravigliose teste che hanno sempre popolato e sicuramente popolano tuttora il comitato scientifico dell’associazione, ho sempre pensato che Giuliano aggiungesse qualcosa di più alla nostra elaborazione collettiva, che giustamente chiamiamo ambientalismo scientifico. Non saprei come definire questo di più, se non dicendo che i suoi contributi oltre che scientificamente rigorosi, erano geniali, nel senso che vedevano con largo anticipo la tendenza di fondo delle società e i movimenti di che detiene il potere in esse. Le sue per l’appunto geniali intuizioni, che spesso molti di noi hanno scambiato per lucida follia o gusto della provocazione, in realtà scavavano a fondo e ci offrivano strumenti per agire e promuovere il cambiamento che auspichiamo. “Prevedere per agire” mi ripeteva spesso quando ci incontravamo nel suo vecchio ufficio al Flaminio.   Spesso ai geni interessa poco cercare di far camminare le loro idee e scoperte dentro un progetto collettivo. Giuliano non era così. Per lui ogni sua intuizione aveva senso se si trasformava in pensiero collettivo e da lì in azione. Lui amava la Legambiente perché senza questa geniale impresa collettiva sentiva come inutili le sue indagini e il suo scavare in profondità la società.  Provava una vera sofferenza per la nostra inadeguatezza, la sproporzione fra la dimensione del progetto di cambiamento e le forze che riuscivamo a mettere in campo per realizzarlo. Soprattutto lo irritava il rinchiudersi nel nostro orto, nel nostro specifico in un agire locale che perdeva di vista il globale, la voglia di provare a incidere sui processi di fondo che determinano gli assetti di una società.

E’ stata una delle persone più capaci di elaborazione che ho conosciuto. Quante volte lo abbiamo visto arrivare ai direttivi, raramente ne perdeva qualcuno, con quelle due cartelline scritte in cui riassumeva le sue ultime pensate, che quasi sempre anticipavano il futuro, coglievano la tendenza principale e ci indicavano come attrezzarci per cercare di condizionarli. Giuliano odiava l’ambientalismo piagnone e catastrofista, l’idea che per far crescere l’idea della sostenibilità bastasse raccontare al popolo le catastrofi che l’insostenibilità è destinata a provocare. “Convinciamo di più se sapremo convincere che una trasformazione ecologica della società fa vivere meglio e più felici e non perché ci viene imposta dalla insostenibilità del nostro modo di vivere”, mi disse alla fine di una riunione…

Ho avuto il privilegio non solo di vivere fianco a fianco la comune esperienza in Legambiente, ma anche di diventare un suo amico. Un’amicizia che cominciò a consolidarsi durante la discussione della 183, la legge di difesa del suolo, che essendo io parlamentare ero stato incaricato di seguire. Mi ha sempre fatto sorridere, quando nelle numerose riunioni che seguivano dopo un’alluvione, diceva che io ero uno dei padri di quella legge, un provvedimento atteso dall’alluvione di Firenze. Sorrido perché il vero padre era lui, dato che durante la discussione del provvedimento venivo istruito da lui, fornito di argomenti, emendamenti da presentare. Ci trovavamo ogni mattina nel suo ufficio, prima delle riunioni del comitato ristretto che doveva elaborare il testo definitivo e dopo un buon caffè mi spiegava gli emendamenti e mi diceva: questo concetto puoi mollarlo, ma su questo non transigere. Ed in questo “tira e molla”, con tutti i lobbisti del mondo, cavatori, Enel, costruttori, che premevano fuori dalla commissione parlamentare, molti dei concetti che Giuliano mi aveva trasmesso diventarono legge: quello di bacino idrografico come scala di elaborazione dei piani di difesa dalle acque e delle acque, quello di un’unica autorità in cui riunire tutti i decisori presenti in un bacino idrografico di bacino idrografico, soprattutto entra il concetto  che per difendersi da frane ed alluvioni non servono opere ma una diversa gestione della terra e delle acque. 

Quando nel 1994 la segreteria incaricò me e Roberto della Seta di  elaborare un documento sul lavoro, anzi sul fatto che politiche di difesa dell’ambiente potevano creare più posti di lavoro passammo un’intera notte a discutere sulla smaterializzazione dell’economia su cui lui aveva già scritto, convincendomi che quel concetto avrebbe dato forza e basi teoriche all’idea di mettere a lavorare persone per manutenere il territorio e le acque, promuovere risparmio energetico, organizzare la raccolta differenziata. Caro Giuliano mi mancherai molto, come penso mancherai alla nostra amata Legambiente. L’ultima cosa cosa che mi sento di dire ai tanti giovani che oggi mandano avanti questa splendida impresa che è Legambiente, leggete i suoi libri, non vi troverete solo tanto ambientalismo scientifico, ma anche una straordinaria passione che metteva in ogni cosa che faceva e pensava. Ciao,Giuliano