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Praterie d’Italia

Praterie d'Italia

Visti dall’alto i magredi di Pordenone sono indicati da una grande “V”, che dalla pianura friulana raggiunge le Prealpi carniche lungo il corso dei fiumi Cellina e Meduna. È il sistema di prati stabili più esteso del Nord Italia, con caratteristiche di biodiversità che lo rendono unico a livello europeo. Originato da una speciale combinazione fra natura e attività antropiche, anche oggi, per tutelarlo, l’intervento dell’uomo è indispensabile. Fra le principali minacce alla conservazione dei magredi, infatti, c’è l’abbandono delle pratiche agricole tradizionali, quali lo sfalcio, il pascolo estensivo e la raccolta del legname.
«Nel passato, queste attività hanno arrestato il processo di trasformazione graduale delle praterie in bosco – spiega Stefano Fabian, naturalista, del Servizio biodiversità della Regione Friuli-Venezia Giulia e referente del progetto europeo Life “Magredi grasslands” – Ecco perché quando ci occupiamo del ripristino di questi ambienti a partire da terreni abbandonati, lo facciamo con interventi di decespugliamento, di taglio della boscaglia degradata e con il trapianto delle specie botaniche più rare». Il cuore delle steppe friulane è nei magredi del Cellina, dove in 4.372 ettari si passa dalla vegetazione pioniera dei greti ghiaiosi alle praterie sempre più verdi ed evolute, man mano che ci si allontana dall’acqua. È un corridoio che concentra specie botaniche endemiche e altre di origine diversa: balcaniche e alpine, trasportate lungo gli alvei fluviali. C’è poi la Crambe tataria, una specie di interesse comunitario presente in Italia solo in quest’area: proveniente dalle steppe dell’Europa orientale, fu probabilmente introdotta dagli ungari in epoca medievale e qui trovò un ambiente simile a quello originario.
Passeggiando in queste praterie, è sorprendente notare che alla confluenza fra i fiumi, al vertice della lettera V, il paesaggio verso le montagne appare come una grande distesa di ghiaia: qui le acque scorrono sottoterra, all’interno del materasso di depositi alluvionali, e salgono in superficie solo quando piove. I segni dell’intervento dell’uomo sono visibili nel paesaggio: proseguendo a piedi tra le ghiaie, da lontano spunta un grande triangolo arancione che serve per le esercitazioni militari. Estese superfici dei magredi sono infatti di proprietà del demanio militare. Paradossalmente, è stato proprio questo a permettere il mantenimento degli ecosistemi, evitando la cementificazione e l’espansione dell’agricoltura intensiva. Ma questa presenza rappresenta anche un fattore di pressione negativa, soprattutto perché in alcune aree vengono fatte attività di addestramento con mezzi corazzati pesanti. A ciò si aggiunge che, anche se vietati dalla legge, non è difficile veder passare veicoli fuoristrada a motore.
Proseguendo a piedi si scopre che l’uomo è intervenuto anche con argini e canalizzazioni, che hanno alterato completamente le dinamiche fluviali, il principale motore di rinnovamento degli habitat. E i periodici sghiaiamenti hanno un impatto negativo sulla vegetazione pioniera dei greti. Intanto, ai confini dell’area tutelata come zona speciale di conservazione della Rete Natura 2000, aumenta la pressione data dall’espansione dell’agricoltura intensiva, con l’uso di pesticidi e fitofarmaci, che potrebbe portare allo stravolgimento degli ultimi prati stabili residui.
In questo contesto così complesso, il progetto Life “Magredi grasslands” ha non solo l’obiettivo di ripristinare i prati stabili ma anche, soprattutto nella sua fase finale, di creare le premesse per il mantenimento nel tempo di un ambiente così delicato e precario, attraverso un sistema di tutele e di incentivi economici per lo sfalcio e per la pratica del pascolo estensivo. Il pascolo intensivo, infatti, rappresenterebbe un ulteriore problema, perché il passaggio massiccio di animali nei periodi sbagliati aumenta il rischio di distruzione e disturbo delle nidificazioni di specie tutelate dalla direttiva Uccelli, come l’occhione, che appunto fa il nido fra i sassi. L’eccesso di calpestio e deiezioni delle greggi, inoltre, contribuisce ad alterare il delicato equilibrio dei prati magri. D’altra parte però, il totale abbandono del pascolo accelera l’avanzata del bosco a scapito delle praterie. La sfida, poi, è quella di riuscire a cambiare l’immagine di questo spazio, che in passato veniva visto come povero e marginale, riuscendo a sottolinearne l’unicità per uno sviluppo turistico sostenibile. E in parte questo sta già avvenendo, visto che sono sempre più numerose le realtà economiche del territorio che utilizzano la parola “magredi” nel loro marketing.
«Come tutti gli habitat primitivi e poco evoluti, i prati magri hanno scarsa capacità di reazione ai fattori di disturbo esterno: una volta distrutti o manomessi, la ricostituzione delle associazioni vegetali può richiedere decine di anni prima di tornare allo stato originario», spiega Stefano Fabian. Nell’ambito del progetto Life sono stati ripristinati 177 ettari nei magredi di Pordenone. «Non è semplice spiegare ai cittadini che in alcuni casi tagliare un albero serve per la tutela di un ecosistema – riprende il naturalista – Fra le azioni per il ripristino, infatti, c’è anche il controllo delle specie alloctone invasive, cioè estranee al contesto locale, nelle aree abbandonate e incolte». L’alterazione delle praterie è accelerata dall’arrivo di queste specie aliene, che contribuiscono ad arricchire il terreno stravolgendone le caratteristiche originarie: è proprio per la sua aridità che questo ambiente ospita una vasta biodiversità. Tra le piante alloctone, in particolare, ci sono l’indaco bastardo (Amorpha fruticosa), l’ailanto (Ailanthus altissima) e la robinia (Robinia pseudoacacia). Una volta eliminate si procede alla semina di superfici degradate, con sementi e fiorume raccolti nei prati stabili circostanti. Le specie più minacciate sono coltivate in vivaio e, grazie a particolari tecniche innovative, nei prati aridi sono state reintrodotte anche le orchidee selvatiche. Così in primavera i magredi regalano fioriture spettacolari ai piedi delle montagne, fra le torrette e i manufatti del poligono militare. In questa affascinante cerniera fra le Dolomiti e la pianura, il recente avvistamento del lupo è un ulteriore segnale dell’elevato valore naturalistico.l

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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